Il Garante dei detenuti: dormono in due dove c’è posto per uno

(Antonella Traina) A Montorio si dorme in due dove c’è posto per uno. Con 633 detenuti per 335 posti regolamentari. Il tasso di affollamento sfiora il 189%, quasi il doppio della capienza. Celle sovraffollate, servizi insufficienti, dignità a rischio. Lo spazio vitale, in ogni cella, è di 3-4 metri quadri a persona.

A raccontare cosa significa vivere e lavorare in quelle condizioni è don Carlo Vinco, Garante dei diritti dei detenuti. E non parla solo di numeri, quando descrive la realtà di un carcere scoppiato. Don Vinco lancia l’allarme dopo l’ultima relazione in Comune. La nuova direzione ha dato un impulso positivo, ma restano celle senza servizi adeguati e un organico al collasso.

Il Garante dei diritti delle persone private o limitate della libertà personale è una figura che esiste relativamente da poco. Nata nel 2003, è stato istituita a livello nazionale con decreto legge, ma è diventata realmente operativa solo nel 2016. Il suo compito è tutelare i diritti e la dignità delle persone. Esiste il Garante nazionale, che ha giurisdizione su tutto il territorio e controlla le strutture statali, e poi ci sono quelli regionali, provinciali e comunali che operano nei singoli territori di competenza e nelle carceri locali.

La scelta del garante di ogni singolo carcere spetta al Comune. A Verona, nel 2021, viene scelto appunto don Carlo Vinco, primo sacerdote in Italia a svolgere questo ruolo. Il suo impegno fra i senzatetto, i Rom e soprattutto i tossicodipendenti e i malati di Aids ha contribuito alla sua nomina.

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don Carlo Vinco

«La figura del Garante rappresenta uno sguardo del Comune sull’ente carcerario che è pieno di contraddizioni e fragilità – ha spiegato in un’intervista rilasciata a Vaticano News – L’obiettivo è sia la conoscenza continua delle problematiche che vi emergono, sia il rilievo di eventuali disagi». A lui i detenuti si rivolgono per segnalare i loro bisogni, come la mancanza di bagnoschiuma o di carta igienica, piccoli per chi vive all’esterno, ma che diventano molto rilevanti per chi è rinchiuso in una cella.

Il carcere di Montorio, costruito per 335 detenuti oggi ne ospita 633

Come Garante gira per il carcere, avvicina le persone e ascolta chi chiede di parlare con lui, controlla che ci sia accesso alle cure mediche e che possano continuare i percorsi di studio e avviamento al lavoro, indispensabili perché la riabilitazione abbia successo. Il carcere di Montorio è l’unico esistente nel territorio veronese ed è stato creato nel 1995 come Casa Circondariale, cioè una struttura detentiva che avrebbe dovuto custodire solo persone in attesa di giudizio, imputati e indagati, o che avrebbero dovuto scontare pene brevi

. Con il tempo, per motivi pratici, principalmente l’aumento della popolazione carceraria, ha assunto le caratteristiche di una Casa di reclusione. Diverse sezioni, infatti, funzionano come istituti penitenziari a tutti gli effetti e accolgono detenuti con condanne definitive, anche molto lunghe.

Anche Montorio risente dei problemi comuni a tutte le strutture carcerarie italiane, il sovraffollamento e la mancanza di organico fra gli agenti di Polizia Penitenziaria, soprattutto. Due problemi che pesano fortemente sia sui servizi erogati che sul personale, che non è adeguato al numero della popolazione carceraria esistente.

«D’estate, ad esempio, quando ci sono gli avvicendamenti per le ferie, per gli agenti il lavoro diventa estenuante e i turni massacranti». Purtroppo è un problema che tocca tutte le carceri italiane. «I Garanti dei detenuti hanno fatto delle specifiche richieste al Governo perché risolva il problema, ma sono stati ignorati», continua Don Vinco. In passato sono state fatte delle amnistie, che recentemente sono state invocate anche da Papa Francesco, da Leone XIV e anche dal Presidente Mattarella.

«Inevitabilmente in tutta la storia delle carceri c’è stato questo problema e l’amnistia, pur se un rimedio tampone, è l’unica soluzione per risolverlo, ma il Governo non ne vuol sapere».

Molto importanti, al fine di evitare recidive, cioè la ricaduta nel reato da parte di chi ha scontato la pena, sono i percorsi riabilitativi. «Esiste un percorso scolastico molto ben strutturato che coinvolge molti detenuti e a diversi livelli di scolarizzazione-, dice Don Vinco-. Si va da un corso base di alfabetizzazione, anche per quelli totalmente analfabeti, alla scuola media per chi vuole conseguire il diploma. Ma anche un corso di scuola alberghiera e uno di formazione odontotecnica. Quest’anno ne verrà aperto uno di ragioneria e poi ci sono alcuni detenuti iscritti anche all’università».

Per quanto riguarda l’aspetto lavorativo, a Montorio ci sono detenuti impiegati in lavori interni, manutenzioni varie e pulizie. E poi ci sono laboratori di falegnameria, produzione dolciaria e anche prodotti tessili. Ultimamente la direzione ha sviluppato molto la possibilità di lavorare all’esterno del carcere e attualmente sono circa 70 le persone che ogni giorno escono per lavorare. Diverse ditte hanno messo a disposizione posti di lavoro per detenuti che hanno già fatto un lungo percorso carcerario. Dal 2025 è stata nominata nuovamente direttrice Maria Grazia Bregoli, che ha ridato slancio e ha sviluppato i progetti che offrono opportunità di lavoro.

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Nonostante queste attività scolastiche e lavorative interne al carcere e quelle occupazionali esterne, la gran parte della popolazione carceraria rimane inattiva e quindi il percorso carcerario resta non rieducativo per gran parte dei detenuti. «Ultimamente abbiamo notato un aumento delle persone con gravi fragilità psicologica e psichica che sono seguite da psicologi.

Poi l’età di chi viene condannato si è abbassata e c’è stato un forte aumento della popolazione giovanile, anche sotto i 20 anni – spiega Don Carlo – Montorio poi, rispetto alle altre carceri italiane, ha una netta predominanza di detenuti stranieri, il 70% dei reclusi, contro il 60% di altre strutture. E anche questo aumenta il disagio di chi sta scontando la pena».

A Montorio le celle sono piccole, costruite per due persone, spesso ne ospitano tre o di più. E questo amplifica i problemi di convivenza e la sofferenza psicologica di chi vive questa realtà. La vita dietro le sbarre impone immobilismo e passività che non tutti hanno la forza di sopportare. In tutte le carceri ci sono episodi di autolesionismo che spesso sono un’espressione di protesta o un richiamo alla propria situazione di vita esasperata. L’aspetto estremo è il suicidio.

«In quest’ultimo anno non abbiamo registrato suicidi ma ci sono stati alcuni tentativi, sventati dai compagni di cella o dagli agenti,- conclude Don Vinco-. L’esasperazione di certe condizioni di vita porta alla disperazione».