(David Benedetti)* Non sono scesi in strada per una gita cancellata o per un compito in più. Dietro i blocchi dei licei francesi c’è una protesta che parla di scuola, ma anche di disuguaglianze, futuro e rapporto tra giovani e istituzioni. Da una settimana, in Francia, gli studenti stanno occupando simbolicamente gli ingressi dei loro istituti per denunciare una situazione che, secondo le loro testimonianze, riguarda soprattutto la quotidianità: professori assenti e non sostituiti, classi troppo numerose, edifici deteriorati, strumenti informatici insufficienti e la pressione legata a Parcoursup, il sistema di accesso all’università.

Il movimento è nato il 21 settembre al liceo Saint-Exupéry di Créteil, nella periferia di Parigi, dopo la denuncia della mancanza di alcuni insegnanti. Da lì si è rapidamente allargato. Il 29 settembre il ministero dell’Istruzione francese ha registrato azioni in oltre 330 istituti, mentre altre fonti hanno parlato di quasi 410 scuole coinvolte tra blocchi e tentativi di blocco.

La protesta non è però uniforme. La maggior parte delle mobilitazioni si è svolta senza violenze, ma in alcuni luoghi la situazione è degenerata in scontri e danneggiamenti. Le autorità hanno comunicato centinaia di fermi, molti dei quali riguardanti minorenni. Il governo ha condannato gli episodi violenti, mentre diversi studenti sostengono che non si debba confondere la loro protesta con gli atti compiuti da una parte dei manifestanti.

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La protesta della scuola e il ruolo dei social network

C’è poi un elemento che rende questa mobilitazione particolarmente interessante: i social network. Snapchat, Instagram, TikTok e WhatsApp hanno contribuito a far circolare rapidamente gli appelli al blocco e le rivendicazioni dei diversi istituti. La protesta, insomma, nasce davanti ai cancelli della scuola ma si organizza anche attraverso gli schermi degli smartphone.

Il punto centrale, però, rimane la scuola. Gli studenti delle periferie parigine denunciano anche una differenza nelle opportunità rispetto agli istituti del centro della capitale. Non chiedono soltanto più risorse: chiedono di avere le stesse possibilità degli altri ragazzi. È qui che una protesta scolastica diventa una questione sociale.

La domanda che arriva dalla Francia riguarda allora anche noi: quanto spazio hanno gli studenti per essere ascoltati prima di dover scendere in piazza? La scuola dovrebbe essere il luogo in cui si impara a partecipare alla società, non soltanto quello in cui si prendono voti. Se i ragazzi protestano, la risposta non può essere soltanto il ritorno in classe. Prima viene una domanda, molto più semplice: perché stanno protestando?

La Francia, in questi giorni, sembra averla resa impossibile da ignorare.

*insegnante Liceo Scientifico