Non si tratta solo di una disquisizione culturale perché ne discende tutta una serie di conseguenze politiche e pratiche
(p.d.) Il veneto è una lingua o un dialetto? Non è una questione da poco. Affermare o l’uno o l’altro ha delle conseguenze che vanno oltre l’ambito culturale.
Il tema è ricorrente fin dagli anni ’80, quando la Liga Veneta, prima fra le Leghe nate dopo, lanciava nello stagno del centralismo il sasso dell’autonomia fondato sulla rivendicazione dell’identità, di cui la lingua è espressione.
Lingua o dialetto?
L’idea prevalente finora è stata che il parlar veneto sia un dialetto. Al punto che anche nel parlare comune noi veneti stessi l’abbiamo assimilata, almeno superficialmente. Ma il fatto stesso che se ne parli anche oggi dimostra che la questione è tutt’altro che risolta. Tanto che sul tema il consigliere regionale Alessio Morosin, di Liga Veneta Repubblica, ieri ha organizzato a palazzo Ferro Fini una conferenza stampa dal titolo “Esiste davvero la Lingua Veneta?”.

Per Morosin, Mocellin e Pressi è una lingua
«La Lingua Veneta -ha detto- ha radici millenarie, appartiene alla storia concreta del nostro popolo, documentata da secoli di testi, opere letterarie e testimonianze. Il Venetico antico è la base»
«La vera questione – prosegue Morosin – non è quella contrapporre la Lingua Veneta alle sue varietà locali. Nessuno mette in discussione l’esistenza di differenze territoriali e di numerose parlate. Ma una cosa è riconoscere questa ricchezza, altra cosa è negare una matrice linguistica e culturale comune. Una lingua, appunto. Le diverse parlate venete sono espressione di una storia linguistica condivisa, che merita di essere riconosciuta e valorizzata nella sua interezza.
La questione politica è se la Regione Veneto intenda riconoscere, studiare, tutelare e tramandare questo patrimonio linguistico storico. E lo stiamo facendo».
Morosin ha anche richiamato il lavoro del professor Alessandro Mocellin, impegnato nello studio, nell’insegnamento e nella valorizzazione della lingua veneta: «Il lavoro di Mocellin dimostra quanto sia importante affrontare questo tema attraverso lo studio, la ricerca e la trasmissione della lingua alle nuove generazioni. È proprio su questo terreno che la Regione deve fare la propria parte».
«La Regione Veneto – afferma Morosin – non può limitarsi a riconoscere genericamente un patrimonio linguistico e culturale. Deve assumersi la responsabilità di tutelarlo concretamente, sostenendo la ricerca, l’insegnamento, la documentazione e la trasmissione alle nuove generazioni».
«Io sono indipendentista e rivendico senza ambiguità il diritto del popolo veneto a riconoscere e valorizzare la propria identità. La lingua è uno degli elementi fondamentali di questa identità, e questo era anche il pensiero del sociologo Sabino Acquaviva. Continuerò a sostenere il riconoscimento della Lingua Veneta, il suo insegnamento e la sua trasmissione alle nuove generazioni».

Sulla medesima posizione il capogruppo in Consiglio Regionale della Lista Stefani Matteo Pressi che sostiene come la Lingua Veneta sia l’espressione di un popolo e di una cultura millenaria che va anche oltre i confini della nostra regione, tanto che in Brasile esiste un corso di Lingua Veneta all’ Università Federale di Santa Maria nello stato del Rio Grande do Sul. Una legge che ne affermi la dignità di Lingua sarebbe un grande passo sulla strada dell’autonomia.
Per Tomasin e Sambo e Del Bianco le lingue venete sono tante
Non è di questo parere il professor Lorenzo Tomasin, ordinario di Filologia romanza all’Università di Losanna, direttore del vocabolario Storico-etimologico del Veneziano e autore del libro ‘Storia linguistica di Venezia’.
«Per noi linguisti tutti i dialetti sono lingue, con storie e presenti peculiari. Si va dal Padovano urbano al Padovano rustico e al Vicentino, dal Bellunese al Ladino Veneto di Agordo, dal Veronese al Trevisano della destra Piave, diverso da quello della sinistra Piave, dal Trentino centrale al Noneso, dal Veneziano al Chioggiotto. Insomma, dobbiamo preservare questo ricco patrimonio linguistico. Ma lo dobbiamo fare in modo concreto, iniziando dall’istituzione dell’insegnamento di Linguistica Veneta».

Su questa linea Monica Sambo, consigliere regionale del Pd che ricorda: «sono state presentate in commissione due proposte di legge sulla Lingua Veneta, primi firmatari Davide Lovat (Resistere Veneto) e Riccardo Barbisan (Lega-LV)»
Invece, sottolinea «con la proposta di legge a prima firma Del Bianco, abbiamo provato a inserire un principio in cui crediamo fortemente: la nostra Regione non ha una sola Lingua, ma possiede un patrimonio linguistico, culturale e letterario, tramandato di generazione in generazione, che va salvaguardato».
Due posizioni solo apparentemente vicine in quanto concordano sull’esistenza e l’evidenza della parlata veneta. Però affermare che una Lingua Veneta non esiste ha tutta una serie di implicazioni politiche che non cambiano la situazione esistente, ma la perpetuano, condannando all’oblio la nostra parlata, relegandola al livello di tante altre.
La posizione sulla lingua dipende dall’impostazione culturale
Ma a spiegare la differenza delle posizioni è la differente impostazione culturale.
Il Pd e la sinistra in genere per loro natura non hanno a cuore nel identità. Anzi, hanno assunto nel corso degli anni posizioni che denotano semmai una tendenza a superarle in nome di un’indistinta umanità ibrida e di una cultura cosmopolita.
Al contrario la posizione di coloro che intendono conferire al parlar veneto la dignità di Lingua è riconducibile a tutto un filone politico-culturale che tende a salvaguardare le identità e le culture dei popoli. Tutti i popoli. Perché il bello dell’umanità sta proprio nelle diversità, che vanno conservate e valorizzate nel rispetto reciproco.
E allora perché non preservare anche l’identità del popolo veneto, a cominciare dalla lingua che parla? La chiamano dialetto, un po’ per sminuirla. O per ignoranza. Ma in realtà è una lingua. Il Veneto, come alcune parlate delle penisola italiana, è una lingua neo-romanza che si è sviluppata dal latino. Esattamente come l’italiano, il francese, lo spagnolo, il portoghese. Con la sola differenza che ad essa oggi non corrisponde un’entità statuale.
Oggi, perché c’è stata per molti secoli, fino al 1866, anno di annessione del Veneto al Regno d’Italia. Se poi si considera che per “fare gli italiani” come disse Massimo d’Azeglio all’indomani dell’unificazione, l’italiano, lingua ufficiale del Regno, venne spinto in ogni modo per soppiantare la parlate locali, considerate un ostacolo al processo unitario, si capisce perché il veneto è stato definito col termine di dialetto e non di lingua. Rango che invece spetta ad una parlata quando, oltre ad essere usata con continuità nel tempo da un congruo numero di persone esprime anche una letteratura e altre forme espressive.
