A Verona il confronto promosso da FIASO: competenze diffuse e buone pratiche, ma restano criticità nell’aggiornamento dei percorsi, nella continuità delle cure e nell’integrazione tra specialisti e medici di famiglia
In Veneto le persone con diabete di tipo 2 sono circa 350mila, con numeri in crescita e la necessità di rafforzare la capacità del sistema sanitario di intercettare la malattia, garantire cure tempestive e assicurare percorsi assistenziali omogenei su tutto il territorio regionale. La rete esistente può contare su una lunga esperienza e su professionalità consolidate, ma presenta ancora alcune criticità, dalla carenza di personale all’applicazione non uniforme dei protocolli, fino al limitato utilizzo delle tecnologie digitali.
Il quadro è emerso a Verona durante l’incontro «La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2», promosso da FIASO, Federazione italiana delle aziende sanitarie e ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care. Al centro del confronto, i risultati di una survey regionale e le considerazioni dei principali attori della sanità veneta sulla capacità del sistema di rispondere all’aumento dei bisogni assistenziali.
La rete diabetologica regionale è presente sul territorio da oltre cinquant’anni e può contare su diverse esperienze positive: cartelle cliniche informatizzate, sistemi informativi integrati, medicina di gruppo integrata con orari di apertura estesi, protocolli condivisi e verifiche periodiche della qualità clinica. Un patrimonio che, tuttavia, non è ancora pienamente integrato in un modello uniforme e coordinato.
Tra gli aspetti da affrontare figura l’aggiornamento del Percorso diagnostico-terapeutico assistenziale (PDTA), il cui impianto risale al 2015, con revisioni nel 2018 e nel 2022. Il documento necessita di un aggiornamento che tenga conto dell’evoluzione delle cure e degli strumenti disponibili, ma soprattutto di un’applicazione concreta e omogenea in tutte le aziende sanitarie venete.
Le differenze territoriali rappresentano infatti uno dei principali nodi da sciogliere. L’accesso ai centri diabetologici non risulta uniforme e il raccordo tra specialisti e medici di medicina generale deve essere rafforzato. Restano inoltre margini di miglioramento nell’organizzazione di ambulatori plurispecialistici e nella capacità di monitorare con regolarità i profili di rischio dei pazienti, adeguando tempestivamente le terapie.
A queste difficoltà si aggiunge la carenza cronica di personale, che può incidere sulla continuità delle cure e sulla possibilità di seguire in modo adeguato una patologia che richiede controlli costanti e una gestione coordinata nel tempo. Anche gli strumenti digitali, pur già presenti in alcune realtà, non vengono sfruttati appieno rispetto alle potenzialità che potrebbero offrire per lo scambio di informazioni e il coordinamento tra professionisti.
La sfida, dunque, non consiste soltanto nel disporre di una rete di servizi, ma nel renderla realmente integrata e capace di intervenire in modo tempestivo. La diagnosi precoce, il controllo periodico dei fattori di rischio e l’adeguamento delle terapie sono passaggi fondamentali per migliorare la presa in carico e ridurre il rischio di complicanze.
Dalle evidenze presentate a Verona emerge quindi la necessità di trasformare il PDTA da strumento di programmazione a percorso effettivamente applicato, verificabile e misurabile in tutte le Ulss. L’obiettivo è ridurre le disparità territoriali, migliorare la collaborazione tra assistenza primaria e specialistica e garantire alle persone con diabete di tipo 2 una continuità assistenziale più efficace.
Il Veneto dispone già di competenze ed esperienze consolidate. La priorità indicata dal confronto è ora consolidare queste risorse in un sistema maggiormente coordinato, capace di valorizzare l’innovazione e di rispondere in maniera uniforme alla crescita dei bisogni di salute.
