L’Italia dà 14 miliardi. Ma poteva opporsi come Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca
(Attilio Zorzi) La decisione dell’Unione Europea di ricorrere a un nuovo debito comune da circa 90 miliardi di euro per sostenere l’Ucraina segna un passaggio politico di enorme rilevanza, destinato a lasciare un segno profondo nel futuro dell’UE stessa. Una scelta che, oltre al sostegno a Kiev nella guerra, ormai persa sul piano tattico e territoriale, contro la Russia, apre un dibattito sempre più acceso su sovranità nazionale, legittimità democratica e sostenibilità economica.
L’Italia avrebbe potuto esercitare il diritto di veto e non indebitarsi
Nel dicembre 2025 i leader europei hanno raggiunto un accordo per garantire all’Ucraina risorse finanziarie nel biennio 2026-2027 attraverso l’emissione di debito comune europeo. L’intesa è arrivata nonostante l’opposizione di alcuni Stati membri: Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca, che hanno posto il veto e quindi sono state escluse da questo finanziamento.

Una forzatura per niente democratica
Il blocco, infatti, è stato superato attraverso procedure straordinarie previste dai trattati, per casi eccezionali, consentendo di andare avanti senza il consenso unanime. Formalmente legittimo, a patto che si configuri l’eccezionalità e la straordinarietà, il metodo ha però alimentato forti polemiche, in quanto sotto molto profili sembra più un aggiramento dello spirito dell’unanimità, principio cardine soprattutto in materia di politica estera e fiscale, anziché un evento eccezionale.

Al centro delle critiche vi è il ruolo crescente della Commissione Europea, promotrice dell’operazione. Pur essendo un’istituzione prevista dai trattati, la Commissione non è eletta direttamente dai cittadini, ma nominata dagli Stati e approvata dal Parlamento europeo, e quindi in queste situazioni emerge plasticamente il deficit di democrazia che la caratterizza.
Questo evento ha, infatti, riacceso il dibattito sulla legittimità democratica delle decisioni europee, soprattutto quando esse comportano impegni finanziari di lunga durata che ricadranno sui contribuenti. Il messaggio che molti governi e cittadini temono di ricevere è chiaro: la democrazia funziona finché non ostacola le decisioni dei burocrati non eletti di Bruxelles.
L’Ucraina ha già perso
Il sostegno a Kiev viene giustificato come essenziale per evitare una vittoria russa che ridisegnerebbe gli equilibri di sicurezza europei, tuttavia la Russia sul campo la guerra l’ha già vinta e, sul piano tattico, non vi sono possibilità di ribaltamento dell’esito del conflitto. Diversa è la situazione sotto il profilo strategico, dove la Russia è già stata fortemente ridimensionata, ma al tempo stesso non è una dimensione sulla quale l’Unione Europea può competere, non essendo uno Stato sovrano e qui i veri vincitori sono gli Stati Uniti d’America e la Cina.

Ad ogni modo, il prestito solleva enormi interrogativi sulla capacità dell’Ucraina di restituire il debito, in quanto Kiev affronta un drammatico declino demografico, con milioni di cittadini emigrati negli ultimi anni, un’economia devastata dalla guerra e problemi strutturali di corruzione che precedono il conflitto. In questo scenario, è improbabile, ma si potrebbe dire impossibile, che l’Ucraina possa rimborsare integralmente il prestito, trasformandolo di fatto il finanziamento in un contributo a fondo perduto e quindi in una spesa permanente per l’UE.
Il debito comune, in questo caso verrebbe rimborsato interamente attraverso il bilancio europeo, alimentato dai contributi degli Stati nazionali. Secondo le stime di questi giorni alla Germania spetterebbe una quota di costo di circa 26 miliardi, alla Francia di circa 17 miliardi e all’Italia di circa 14 miliardi.
Numeri che, nel caso italiano, seppur distribuiti nel tempo, equivalgono a una manovra finanziaria (quella attuale è di 18,7 miliardi), con un impatto diretto non indifferente sulle finanze pubbliche e, indirettamente, sulle tasse dei cittadini, e quindi nelle nostre tasche.
Inoltre con queste politiche di spesa senza consenso, basate su di una visione rigida e ideologica della realtà geopolitica, l’Unione Europea si allontana sempre più da una buona fetta dei suoi cittadini e continuando a identificare la Russia come principale nemico, si isola sempre di più sulla scacchiera internazionale che conta, poiché sullo scenario globale le dinamiche sono più complesse di come ci racconta il main stream, e ci sono ampi segnali di riavvicinamento diplomatico tra Mosca e Washington.
Non a caso una parte crescente dell’opinione pubblica europea, ritiene che delegare le scelte strategiche all’Unione Europea significhi accentuare divisioni interne e alimentare la sfiducia verso le istituzioni, ritenute sempre più avulse dalla realtà fattuale.
Europa senza legittimazione popolare
Al di là del giudizio morale e politico sul conflitto in Ucraina, la decisione di ricorrere al debito comune rappresenta un precedente politico di grande e pericolosa portata. L’UE ha dimostrato di poter superare veti nazionali, centralizzare scelte strategiche e trasferire costi nel tempo, senza alcuna legittimazione popolare.
Attenzione però, perché la Germania sta iniziando ad avere dubbi e quando Berlino si muove le cose cambiano.
Resta però aperta la domanda decisiva: quanto è sostenibile questo modello senza un consenso reale dei cittadini europei? La risposta determinerà non solo il futuro del sostegno all’Ucraina, ma anche la sopravvivenza stessa dell’Unione Europea.
