(Angelo Paratico) In Iran ci sono di nuovo delle grandi proteste ma le televisioni del mondo ne parlano poco. Forse, da un lato si teme che seguirà presto un bagno di sangue per reprimerle e dall’altro lato si insiste a dire che sono solo motivate dall’inflazione e dalla penuria di beni. Del resto all’insediamento del regime di Khomeini l’ultimo primo ministro del Paese, nel 1980 disse che gli ayatollah non saprebbero gestire neppure una drogheria. Parole profetiche!

Ma questa volta c’è qualcosa di diverso. Nelle rivolte del 2019, 2022 e 2023, lo slogan dominante era negativo: ciò che gli iraniani non volevano. “Morte al dittatore” risuonava per le strade. Oggi il Paese è andato oltre il rifiuto. Ora c’è l’affermazione. Si scandisce un nome: il principe ereditario Reza Pahlavi.

Per le strade si grida: Javid Shah ovvero Lunga vita allo Shah l’equivalente di “Lunga vita al re” . Per la prima volta dalla rivoluzione del 1979, gli iraniani non si limitano a denunciare un regime, ma stanno articolando un’alternativa.

Cosa significa la rinnovata popolarità del nome Pahlavi?  L’anno scorso, il principe ereditario, figlio dell’ultimo shah dell’Iran, ha visitato la Gran Bretagna, dove ha incontrato Boris Johnson, David Cameron e Nigel Farage. Nel 2023 si era recato in Israele e ha incontrato il primo ministro Benjamin Netanyahu. Si tratta di un notevole cambiamento di atmosfera per un Paese la cui ideologia dominante si basa sulla distruzione di Israele e che ha intitolato la strada su cui si trova l’ambasciata britannica a Bobby Sands, il militante dell’IRA morto in sciopero della fame in una prigione dell’Irlanda del Nord negli anni ’80.

Gli iraniani stanno nuovamente resistendo a quella che Scruton ha definito “la tirannia dei mullah malvagi”.

Meeting with the Shah of Iran. Mohammad Reza Shah Pahlavi President Kennedy Secretary of Defense Robert McNamara. NARA 194206

Il messaggio che gli iraniani stanno inviando è di una semplicità disarmante: vogliamo tornare alla normalità. Vogliono porre fine alla follia imposta da una dittatura islamica che ha isolato l’Iran dal mondo e da se stesso. Normalità significa relazioni pacifiche con l’estero e pace civile all’interno del Paese. Significa un Iran che non si definisce attraverso una rivoluzione permanente.

La macchina propagandistica del regime insiste nel ridurre l’attuale agitazione a una questione economica. È vero, l’inflazione ha devastato l’Iran. Quarantacinque anni fa, un dollaro statunitense valeva sette tomans. Oggi supera i 145.000 e può fluttuare fino al 25% in un solo giorno. Una svalutazione come la crisi della sterlina del 1992 è solo una giornata normale nell’economia iraniana.

Shah and Farah

Ma questa spiegazione crolla sotto un esame approfondito. Le proteste non hanno avuto origine nelle università o tra gli studenti radicali, ma nel bazar, il segmento più conservatore della società iraniana. Negozianti, commercianti, imprese ordinarie. Quando il bazar intona “Dio salvi il re”, non si tratta di una protesta economica. È una protesta profondamente politica. Quando gli strati più conservatori della società chiedono un cambiamento di regime, la legittimità del regime è crollata e non può essere riparata con la politica economica.

La risposta sta in quella che lo shah defunto descriveva come “l’alleanza scellerata tra islamisti e sinistra”. Negli anni che hanno preceduto la rivoluzione del 1979, queste due forze si erano saldate nel loro odio per la modernità liberale. Tra i loro sostenitori occidentali più influenti c’era lo storico e filosofo francese Michel Foucault, che si recò in Iran e salutò la rivoluzione islamica come una fonte di speranza in un mondo senza speranza.

FDD Maximum Support Operationalizing the Other Iran Policy Event 54439420043

Finirà male anche questa volta? In un bagno di sangue? Forse con Trump alla casa Bianca non oseranno reagire con tanta violenza, anche perché li ha già minacciati dicendo che è pronto a inviare i marines.