Pubblichiamo come anticipazione un capitolo del libro che Stefano Valdegamberi, consigliere regionale veronese particolarmente attento alle dinamiche geopolitiche, sta per pubblicare sul tema “Petrolio, dollaro e debito”. Un’analisi sulla “continuità strategica della politica estera americana” che offre interessanti spunti di riflessione per capire quello che accade sopra le nostre teste.

Valdegamberi. Adesso che emerge la verità voglio le scuse di chi mi ha infangato
Stefano Valdegamberi

“Nel dibattito pubblico la politica estera degli Stati Uniti viene spesso interpretata attraverso le differenze tra i singoli presidenti: lo stile diretto e teatrale di Donald Trump, il linguaggio istituzionale di Barack Obama, la retorica valoriale di Joe Biden. Tuttavia, se si osservano le decisioni strategiche nel lungo periodo, emerge una continuità sorprendente che trascende i cambi di amministrazione e le alternanze partitiche. Questa continuità riguarda ciò che i presidenti americani definiscono da decenni “interessi vitali” degli Stati Uniti. Il comune denominatore è sempre lo stesso: la conservazione del vantaggio differenziale o exorbitant privilege come “interesse vitale”, per garantire la supremazia nel mondo.

I pilastri della politica estera americana

Negli ultimi quarant’anni, tale interesse raramente ha a che fare con valori astratti presi isolatamente. Al contrario, essi ruotano intorno a tre pilastri strutturali: il controllo delle risorse energetiche, la centralità del dollaro come valuta di riserva globale e la capacità di finanziare il debito pubblico e la proiezione militare senza vincoli esterni. Questi elementi costituiscono l’ossatura del potere americano e spiegano perché, al di là delle dichiarazioni ufficiali, la politica estera degli Stati Uniti mostri una notevole coerenza nel tempo.

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Un punto di svolta esplicito fu la Carter Doctrine del 1980. In piena crisi energetica, Jimmy Carter dichiarò che qualsiasi tentativo da parte di una potenza straniera di controllare il Golfo Persico sarebbe stato considerato un attacco agli interessi vitali degli Stati Uniti, da respingere anche con l’uso della forza militare. Al di là della retorica difensiva, il messaggio era chiaro: il petrolio del Golfo, prezzato in dollari, era una componente strutturale della sicurezza nazionale americana.

Le guerre

Questa logica riaffiorò con forza durante la Guerra del Golfo del 1990–1991, quando George H. W. Bush giustificò l’intervento militare contro l’Iraq in nome dell’ordine internazionale e della stabilità economica globale. Anche in quel caso, l’accesso alle risorse energetiche del Golfo venne definito esplicitamente un interesse vitale, rendendo evidente il nesso tra energia, stabilità monetaria e potere militare.

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L’invasione dell’Iraq nel 2003, sotto la presidenza di George W. Bush, venne presentata come una risposta alla minaccia terroristica e alla proliferazione di armi di distruzione di massa. Tuttavia, già nel dibattito precedente alla guerra, la sicurezza economica americana veniva collegata alla stabilità delle regioni energetiche chiave. Non è un dettaglio secondario che, dopo la guerra, il petrolio iracheno tornò a essere venduto in dollari, reintegrandosi pienamente nel circuito finanziario globale dominato dagli Stati Uniti.

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Le sanzioni

Con Barack Obama, il linguaggio cambiò, ma non la sostanza. Tra il 2014 e il 2016, le sanzioni contro Russia e Iran furono giustificate come strumenti di difesa della leadership economica americana, definita esplicitamente un pilastro della sicurezza nazionale. In modo più tecnico e meno ideologico, l’amministrazione Obama mostrò come finanza, sanzioni e geopolitica fossero ormai inseparabili.

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Donald Trump rese questa logica ancora più esplicita. Tra il 2017 e il 2020 parlò apertamente di risorse, energia e dollaro come leve di potere. Così prosegue anche nel suo secondo mandato. Definisce le sanzioni all’Iran “vitali” per gli interessi americani, impone pressioni sull’Europa per l’acquisto di gas naturale liquefatto statunitense, difende senza ambiguità la centralità del dollaro e applica la stessa logica al Venezuela, bloccando petroliere e parlando apertamente di recupero delle risorse petrolifere tramite investimenti americani.
Anche l’interesse per la Groenlandia, spesso liquidato come bizzarria, rientra in una visione strategica fondata su risorse e posizione geografica.

L’Ucraina

Con Joe Biden, dal 2022 in poi, la guerra in Ucraina è stata presentata come una difesa della democrazia e dell’ordine internazionale basato sulle regole. Tuttavia, gli effetti concreti del conflitto hanno portato all’isolamento energetico dell’Europa dalla Russia e al rafforzamento del ruolo americano nei mercati energetici e finanziari. La dichiarazione sul Nord Stream 2 — “If Russia invades, there will be no longer a Nord Stream 2. We will bring an end to it” — evidenzia in modo inequivocabile la dimensione strutturale del conflitto e il consolidamento del ciclo dollaro–energia–potere.

L’episodio

Un episodio personale rende questo punto particolarmente evidente. In un incontro con un alto esponente dell’ambasciata americana, parlando delle sanzioni alla Russia, emerse l’idea — ingenua, col senno di poi — che un cambio di presidente potesse comportare un mutamento di strategia. La risposta fu calma e netta: “Sono pronto a scommettere con lei che non sarà così”. Non si parlava di stile o di retorica, ma di interessi strutturali. E quella scommessa, come i fatti hanno dimostrato, fu vinta.

Da qui emerge una distinzione fondamentale: la politica estera americana opera su due livelli. Uno visibile, fatto di dichiarazioni ufficiali, summit e narrazioni mediatiche; e uno profondo, che riguarda l’architettura dell’economia globale, il controllo delle risorse strategiche e la difesa del dollaro come perno del sistema finanziario internazionale. È questo secondo livello che rimane stabile, indipendentemente dal colore politico dell’amministrazione.

La domanda

Alla luce di tutto ciò, diventa legittimo porsi una domanda scomoda: quando una potenza considera gli altri Paesi principalmente in funzione dei propri interessi strategici e ne limita la sovranità reale attraverso strumenti economici, finanziari e geopolitici, non siamo forse di fronte a una forma di neocolonialismo? Un neocolonialismo non territoriale, ma sistemico, che non occupa Stati ma ne delimita lo spazio di manovra.
E se questa definizione è corretta, la questione finale resta aperta e inevitabile: esiste davvero un’alternativa a questo sistema, o ogni tentativo di multipolarismo rischia semplicemente di sostituire un neocolonialismo con un altro, sotto una bandiera diversa?”