Federico Dal Cortivo per il quotidiano l’Adige di Verona ha intervistato il prof. Andrea Zhok, filosofo accademico, professore di antropologia filosofica e filosofia morale presso l’Università di Milano, ricercatore e saggista. Oggetto dell’intervista la crisi della società in cui viviamo.

Prof. Zhok, siamo in un periodo di grandi cambiamenti a livello internazionale, dove la geopolitica la fa da padrona e molte carte vengono rimescolate. Ma la cosa che salta all’occhio è la profonda crisi che avvolge il sistema liberista, che sembrava destinato a governare il mondo per i secoli a venire e su cui l’Occidente aveva poggiato le sua fondamenta. Ora dagli Stati Uniti all’Europa questo modello sembra scricchiolare, vorrei un suo parere al riguardo.

Una crisi profonda: culturale ma anche materiale

«Si tratta di una crisi molto profonda perché insieme culturale e materiale. Sul piano culturale la modernità liberale presenta da sempre elementi di fragilità, in quanto ha promosso un processo di secolarizzazione senza riuscire a costruire un’etica normativa condivisa che rimpiazzasse la precedente etica di matrice religiosa. Al posto di un’etica normativa condivisa ha pensato bastasse un appello ai diritti individuali e ai piaceri del consumo, ma queste istanze non forniscono alcuna base effettiva per fondare un’etica pubblica».

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«In assenza di una solida etica pubblica gli stati tendono a disgregarsi dall’interno, la fiducia nelle classi dirigenti crolla, la conflittualità sociale cresce, il disorientamento della gioventù in formazione diventa esplosivo. Ma finché l’Occidente riusciva ad alimentare una crescita sostenuta, con una distribuzione dei beni elevata e diffusa, questi elementi di disgregazione interna potevano essere tenuti sotto controllo: chi sente di avere comunque molto da perdere difficilmente si radicalizza. Gli ultimi due decenni, tuttavia, in particolare dopo la crisi subprime, hanno avviato un processo di contrazione comparativa del primato economico occidentale».

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«Di per sé non sarebbe niente di drammatico, ed anzi sarebbe fisiologico, a fronte della crescita di altre potenze regionali (BRICS). Ma in un sistema come quello occidentale che ha già perduto in gran parte fiducia nelle proprie ragioni profonde (storiche, religiose, spirituali, ecc.) e che ha distrutto gli ordinamenti famigliari e comunitari, questa riduzione di capacità economica risulta intollerabile. In sistemi sociali più poveri ma capaci di solidarietà orizzontale (famigliare e comunitaria) le difficoltà economiche sono più tollerabili. Nel nostro mondo finiscono per rappresentare lo smarrimento dell’ultima identità rimasta, quella di essere “mondo avanzato” (almeno economicamente)».

Vede un’alternativa al sistema liberista, almeno se non negli Stati Uniti, in Europa dove era sorto sotto varie ideologie lo Stato sociale ?

«L’Europa avrebbe avuto la possibilità di tracciare una strada differente, e in nuce lo ha anche fatto nei trent’anni che seguono la 2ª guerra mondiale. Questa strada tuttavia dipendeva da una combinazione difficilmente ripetibile. Sul piano economico esisteva un’economia mista, di impianto welfarista, con un forte ruolo dello stato nelle industrie strategiche, nel sistema bancario, nelle politiche industriali. Questo modello economico rimane storicamente quello che ha presentato il maggior tasso di diminuzione della povertà e di miglioramento delle condizioni di vita medie».

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«Al contempo, sul piano ideale, esistevano due grandi blocchi ideologici capaci di attingere ad una visione feconda del mondo e della società; parlo naturalmente del lascito del cristianesimo sociale e dell’eredità socialista-comunista. Pur soffrendo della conflittualità tra le due principali visioni del mondo in costante tensione, quelle visioni convergevano nel concepire la vita sociale (famigliare, comunitaria e nazionale) come gravida di promesse.»

«Oggi riuscire a ricostruire con quei materiali, per quanto non di principio impossibile, è difficile, in quanto dagli anni ’90 tutto quel patrimonio ideale e anche di expertise economica è stato sistematicamente dismesso. L’Europa ha accettato, come se fosse progresso, un processo di radicale americanizzazione a tutti i livelli, finendo per cancellare tratti profondi della propria identità, senza peraltro poter perseguire il “sogno americano”, il quale, oltre ad essere esso stesso in crisi, è materialmente perseguibile solo in uno stato-continente come gli USA, con una densità di popolazione bassissima (37 abitanti per Kmq, contro i quasi 200 dell’Italia) e grandi risorse naturali

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Che idea si è fatto dei violenti scontri del 1° febbraio che hanno messo a ferro e fuoco una parte di Torino, provocati da aderenti e simpatizzanti  del “centro sociale Askatasuna”? Vede in tutto questo  “ antagonismo” una qualche vera forma di rivolta contro il “sistema oligarchico dominante”? Non mi risulta che ci fossero in gioco la difesa, della famiglia, della casa, dello Stato sociale e di chi lavora e studia?

«Faccio molta fatica a dare un giudizio perché non ero personalmente presente e le testimonianze che ho ricevuto sugli eventi sono discordanti. C’è chi sottolinea la natura prevalentemente pacifica delle manifestazioni, chi ne rimarca le componenti distruttive e teppistiche. Dunque non voglio esprimermi su questi scontri nello specifico. Posso però osservare una dinamica che è già stata osservata in molti altri paesi europei e che cominciamo a vedere in Italia».

«In mancanza di credibili corpi intermedi (partiti, sindacati, ecc.) che vengano percepiti come capaci di rappresentare le istanze dei gruppi più disagiati o marginalizzati, la tendenza naturale è l’emergere sempre più frequente di gruppi di esagitati e violenti, gente che non ha una vera agenda politica e che è abituata a ritenere che non ve ne sarà mai una che li riguardi».

«Dire che si tratta di persone ignoranti, disorientate, asociali, ecc. non risolve niente anche quando è vero. Se una società non è in grado di “socializzare” fette significative della propria popolazione, questo finirà per ripercuotersi in forme brutali sulla vita di tutti. Questo non scusa nessun comportamento violento, ma dovrebbe far capire che pensare di intervenire solo sul lato repressivo non porterà lontano.» 

La crisi genera una rivolta non politica, ma psicologica

Prof.Zhok, non c’è forse il rischio che accada quello che si è già verificato nei cosiddetti “anni di piombo”, che hanno visto le strade insanguinate dagli scontri tra giovani di opposte tendenze  e contro la Polizia, vista come braccio armato dello Stato, ma che alla fine non hanno minimamente intaccato il sistema dominante oligarchico-liberista, anzi… Lei che ne pensa ?

«Non credo che avverrà niente di simile agli anni di piombo, anche se le conseguenze potrebbero essere in parte simili. Oggi la rivolta, quando c’è, non è politica ma “psicologica”. In Italia siamo ancora lontani dagli scenari visti in Francia o Inghilterra, ma dovremmo imparare da quegli errori per porvi rimedio in anticipo. Nella sola notte di Capodanno in Francia sono stati bruciati 874 veicoli.

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Questa non è protesta politica, non è mirata a niente di particolare, se non ad esprimere il proprio disagio, la propria generica rabbia. Una progressiva esplosione di forme di teppismo diffuso, conflittualità sparsa, microcriminalità capillare sono lo scenario che ci attende, in assenza di svolte. E sarebbe grave se l’esito fosse una semplice stretta securitaria, incrementi di pena, sorveglianza diffusa della popolazione, restrizioni ai movimenti, ecc. Questo non risolverebbe niente e finirebbe semplicemente per ridurre la libertà di tutti, a partire dai cittadini onesti». 

Cosa manca in Italia, ma anche in buona parte dell’Europa, per dare il via a vere proteste di piazza nei confronti di un modello socio economico fondato sull’utile, il classico “ dio denaro”, il mercato che si autoregola, le privatizzazioni, la precarietà del lavoro, la denatalità, l’immigrazione  selvaggia, la micro criminalità comune legata soprattutto a quest’ultima e quella organizzata in ascesa vertiginosamente grazie al potere economico della droga. In Italia sia il centrosinistra che il centrodestra in questi ultimi decenni si sono molto dati da fare per favorire tutto questo. Lei  che ne pensa?

«Manca praticamente tutto. Manca in primo luogo una cultura alternativa capace di rivalutare fattori frettolosamente gettati nella “pattumiera della storia”: famiglia, tradizioni culturali, senso dello stato, consapevolezza della propria storia.
Manca poi una struttura sociale che permetta a questi fattori di prosperare. Per dire, non si tutela la famiglia con una conferenza su quanto sia bella la famiglia e sana la maternità; va benissimo, ma PRIMA bisogna mettere nelle condizioni le coppie di mettere su famiglia senza che ciò finisca per essere un ostacolo alla carriera, una “roba da perdenti” o “da immigrati”, et similia».

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«Stesso discorso può esser fatto per le tradizioni culturali e comunitarie, che non si coltivano con una passerella politica alla sagra della porchetta o alla prima della Scala. Qui il discorso si farebbe davvero troppo lungo e complesso, perché riguarda una moltitudine di livelli che sono stati demoliti, dalla scuola, all’università, ai conservatori, alle comunità locali, ecc. Avremmo bisogno di una nuova classe politica, di una nuova classe dirigente, che abbia studiato e soprattutto che creda in qualcosa che non sia solo il proprio successo privato. Ma avverto dolorosamente il carattere velleitario di questo auspicio nel contesto attuale».