Federico Dal Cortivo ha intervistato per l’Adige di Verona, Gilberto Trombetta, giornalista e analista politico italiano, ha studiato Antropologia all’Università La Sapienza e successivi studi di Macroeconomia orientando il suo lavoro verso l’analisi economica e politica, con posizioni critiche verso l’Unione Europea e a favore della sovranità economica nazionale. Collabora con testate come L’Antidiplomatico, la web TV Il Vaso di Pandora e la rivista La Fionda .
Lei si definisce senza mezzi termini Socialista e antieuropeista, una posizione marcatamente alternativa di questi tempi, specialmente la prima definizione.
«Mi definisco socialista perché per me la politica non è l’arte di compiacere i mercati o di inseguire gli indici finanziari: è l’arte di mettere al centro il pieno sviluppo della persona, il lavoro, la dignità materiale delle persone, la sicurezza sociale, i diritti. E questa non è un’idea “strana” o “fuori tempo”: è esattamente la traiettoria della migliore storia italiana.
La nostra Costituzione è profondamente socialista, nel senso più alto del termine: non si limita a proclamare libertà formali, ma pretende libertà sostanziali, cioè condizioni materiali di vita che rendano quelle libertà reali. Non è un caso che quella Costituzione, proprio perché così avanzata sul piano sociale, sia stata spesso considerata un ostacolo da chi ragiona solo in termini di disciplina di bilancio e mercati, cioè nell’ottica dell’interesse di pochi a scapito dell’interesse di molti: basti pensare a come, in più occasioni, sia stata attaccata come “troppo socialista” persino da grandi attori della finanza internazionale.

Quando dico socialista, io penso a una tradizione concreta: Lelio Basso, Piero Calamandrei, Giuseppe Di Vittorio, Federico Caffè. Penso a un’idea di Paese in cui il lavoro non è una variabile dipendente, ma il fondamento della Repubblica. E penso anche al modello italiano che ha funzionato davvero: quello del miracolo economico, dell’IRI, dell’industria di Stato, della ricerca pubblica, dei piani industriali, della capacità di guidare lo sviluppo invece di subirlo.
Ricordo spesso esempi molto chiari: dall’avanguardia tecnologica di aziende pubbliche italiane fino a risultati di ricerca e innovazione che oggi sembrano fantascienza ma che allora erano realtà. Quell’Italia non era perfetta, ma aveva una direzione: crescere, industrializzare, innovare, e farlo tenendo insieme sviluppo e coesione sociale.
Mi definisco antieuropeista perché l’Unione Europea e l’Eurozona non sono una cornice neutra. Sono un insieme di regole e di vincoli che, nella pratica, rendono strutturale una precisa politica economica. E io questa politica economica la vedo nei risultati: compressione della domanda interna, deflazione salariale, precarietà, demolizione progressiva dello Stato sociale, aumento delle disuguaglianze.
Basta guardare un indicatore generale, molto semplice e molto brutale: la quota salari sul PIL, che nei miei testi cito come scesa fino al 52,5%, mentre la quota profitti è salita al 47,5%. Questa non è “modernizzazione”: è uno spostamento di ricchezza e potere dai lavoratori verso rendite e profitti. E io non posso chiamare tutto questo “inevitabile” o “naturale”: è una scelta politica. E io sto dall’altra parte».

L’Italia era una delle prime potenze economiche mondiali
Dopo la privatizzazione della Banca d’Italia e le ondate delle svendite del patrimonio pubblico a partire dal 1992, l’Italia dai primi posti come potenza manifatturiera nell’economia globale, basti solo ricordare che negli anni 80 eravamo il quinto produttore di automobile, è finita sempre più in basso ed ora con l’aumento del costo dell’energia rischia di scendere ancora. Quali fattori e scelte “politiche “hanno inciso su questa crisi?
«La crisi italiana non è piovuta dal cielo. È stata costruita, pezzo dopo pezzo, da scelte politiche molto precise: prima si è indebolita la capacità dello Stato di guidare l’economia, poi si è smantellato l’intervento pubblico nei settori strategici, infine si è messo il Paese dentro una camicia di forza che rende quasi impossibile invertire la rotta.

Un punto di svolta fondamentale, secondo me, è il mito dell’“indipendenza” della banca centrale. Nelle mie analisi ricordo spesso che questa narrazione nasce negli anni Settanta con la scusa di combattere l’inflazione, ma le grandi fiammate inflazionistiche di allora furono soprattutto esogene, legate agli shock petroliferi del 1973 e del 1979. Il punto non era davvero quello.
Il punto era separare sempre di più politica fiscale e politica monetaria e rendere la moneta, cioè una prerogativa fondamentale dello Stato, sempre meno uno strumento al servizio dell’interesse pubblico. E questo ha avuto conseguenze enormi: dal divorzio tra Banca d’Italia e Tesoro, l’Italia ha pagato 3.153 miliardi di euro di interessi sul debito. Il debito pubblico è passato dai 145 miliardi pre-divorzio ai 3.130 miliardi attuali. Nel frattempo, mentre cresceva la spesa per interessi, venivano compressi investimenti e spesa pubblica.

Poi sono arrivate le privatizzazioni e le liberalizzazioni, e lì io vedo un altro passaggio decisivo: abbiamo svenduto pezzi fondamentali del modello che aveva sostenuto il miracolo economico. L’IRI non era una sigla: era un’architettura industriale e tecnologica. Era ricerca, infrastrutture, capacità di indirizzo, distretti, occupazione. Eravamo all’avanguardia in settori oggi centrali a livello globale, molte innovazioni decisive sono nate da quel mondo.
A un certo punto, invece, abbiamo scelto di credere alla favola secondo cui “meno Stato” significava più efficienza e più benessere. Il risultato è stato l’opposto: abbiamo perso capacità produttiva e autonomia industriale, proprio mentre altri Paesi costruivano la propria forza facendo esattamente ciò che noi stavamo smontando.
E infine c’è la questione energia, che oggi è esplosiva. La liberalizzazione dei prezzi energetici viene imposta dall’Unione Europea a partire dal 1996 e in Italia passa attraverso scelte precise: decreto Bersani del 1999 e i successivi provvedimenti fino all’abolizione del mercato tutelato nel 2024. Prima di quelle liberalizzazioni, l’energia era un monopolio pubblico e i prezzi erano controllati e calmierati dallo Stato.
Dopo, “i numeri sono pietre”: tra il 1999 e il 2025 il costo medio annuale dell’elettricità per una famiglia tipo è aumentato del 190,5% in termini nominali e dell’81,5% in termini reali, la bolletta media annua del gas del 131,4% in valori nominali (del 45% in valori reali). Per le imprese, soprattutto manifatturiere, questo è un colpo diretto alla competitività. E se sommiamo perdita di leve pubbliche, compressione degli investimenti e aumento dei costi energetici, la traiettoria di deindustrializzazione non solo diventa spiegabile: diventa quasi inevitabile».
La deflazione salariale
Lei spesso parla di deflazione salariale, precariato e riforme regressive riguardo al mondo del lavoro italiano, ci può spiegare cosa intende e come e perché si è giunti a questo?
Quando parlo di deflazione salariale intendo una cosa molto semplice: il salario reale viene tenuto basso, o addirittura viene fatto scendere, non per caso ma per scelta, per reggere un modello economico che scarica l’aggiustamento sui lavoratori. Nelle mie analisi lo dico in modo netto: se non puoi svalutare la moneta, sei “costretto” — ma in realtà scegli — di svalutare i salari. È la logica di un impianto mercantilista pro-export, in cui la domanda interna viene sacrificata e la competitività si costruisce comprimendo il costo del lavoro.
I dati sono chiarissimi: secondo il rapporto annuale ISTAT che richiamo, tra gennaio 2019 e marzo 2025 i salari reali italiani sono crollati del 10%. Sul lungo periodo, i salari medi reali tra 1990 e 2024 risultano in calo, e che nel turismo (che stiamo incautamente sostituendo all’industria) le retribuzioni orarie reali dal 2012 sono diminuite del 14,1%. Questo significa che non stiamo parlando di una difficoltà congiunturale: è un processo strutturale.

Il precariato
Il precariato è l’altra faccia della stessa medaglia. Perché per comprimere i salari e indebolire il potere contrattuale del lavoro, tu devi rendere il lavoro più ricattabile. E questo è stato fatto con più di quarant’anni di riforme regressive che hanno progressivamente smontato diritti conquistati con decenni di lotte.
Ricordo spesso una sequenza precisa: prima l’attacco alla scala mobile, depotenziata nel 1984 e abolita nel 1992; poi l’introduzione e l’espansione del lavoro interinale e dei contratti atipici; poi le riforme che liberalizzano sempre di più il tempo determinato e consentono perfino accordi al ribasso rispetto ai contratti nazionali. Il risultato, che io considero perfettamente coerente con l’obiettivo, è un mercato del lavoro “flessibile”, cioè meno tutelato, oggi persino più flessibile di quello francese e tedesco.
E i numeri della precarizzazione che riporto parlano da soli: i lavoratori a tempo determinato passano da 1,5 milioni nel 1993 a 2,7 milioni nel 2024. Il part-time cresce e soprattutto cresce quello involontario, cioè imposto: la quota di part-time involontario è arrivata al 58% nel 2024. E poi c’è un indicatore che secondo me è decisivo: la forza lavoro sottoutilizzata, che è il 15,8%, cioè 4,4 milioni di persone tra disoccupati, inattivi disponibili e sottoccupati.
Infine, c’è un aspetto che spesso viene rimosso: il lavoro è peggiorato anche perché è cambiata la struttura produttiva: lo spostamento dall’industria ai servizi, soprattutto al turismo. Gli occupati in manifattura calano, quelli nei servizi aumentano, e aumenta anche l’impatto del turismo sul PIL fino a valori che nel 2024 hanno raggiunto il 10,8%, contando diretto e indiretto. Ma il turismo, per quanto importante, non sostituisce l’industria in termini di qualità del lavoro e salari. Quando un Paese perde industria e si regge sempre più su servizi a basso valore aggiunto, si sta “terzomondizzando”. E i risultati si vedono: la povertà assoluta passa da 1,9 milioni nel 2005 a 5,9 milioni nel 2024.

Il cul de sac dove siamo finiti grazie all’Europa
L’Unione Europea quanto ha inciso sull’attuale crisi e nell’attacco al mondo del lavoro e di conseguenza sullo Stato Sociale?
L’Unione Europea, più in generale il vincolo esterno, ha inciso moltissimo, perché ha reso apparentemente “tecniche” e “obbligate” scelte che invece sono politiche. Dentro quella cornice diventa normale comprimere la spesa pubblica, limitare investimenti, trattare nazionalizzazioni e politiche industriali come eccezioni sospette, e presentare la flessibilità del lavoro come modernità.
Inoltre bisogna ricordare una cosa che molti non vogliono ammettere, ma che i dati confermano inequivocabilmente: le regole europee vengono applicate in modo asimmetrico. L’esempio più chiaro è quello degli avanzi primari. Tra il 1992 e il 2024 l’Italia ha registrato 28 anni di avanzi primari, sottraendo in totale alla propria economia il 36% del PIL.
Nello stesso periodo Francia e Spagna sono quasi sempre state in disavanzo, aggiungendo rispettivamente il 65% e il 59% del PIL. Tradotto in miliardi, l’Italia ha sottratto 835,17 miliardi alla propria economia, mentre la Francia ne ha aggiunti 1.458,54 e la Spagna 668,33. Già questo spiega perché l’Italia abbia avuto un andamento peggiore: tu non puoi togliere risorse per decenni e poi stupirti se il Paese non cresce.
E poi c’è la pressione diretta sulle riforme del lavoro. All’Italia è stato detto più volte che il mercato del lavoro era “troppo rigido”, cioè troppo tutelato. Queste richieste sono passate anche attraverso strumenti come la lettera BCE del 5 agosto 2011. Alla fine, la sostanza è sempre la stessa: più precarietà, meno tutele, salari sotto pressione. E quando il lavoro arretra, arretra anche lo Stato sociale, perché aumentano fragilità e disuguaglianze.
Questo si vede benissimo anche nella distribuzione della ricchezza e del reddito: dopo l’ingresso nell’UE, il 10% più ricco aumenta la propria quota di reddito nazionale fino al 26%, e l’1% più ricco arriva a detenere una quota enorme della ricchezza nazionale. Ma soprattutto, la ricchezza detenuta dal 50% più povero crolla dal 10,3% del 1991 al 2,5%. Quindi non è che “siamo diventati tutti più ricchi”: si è redistribuito verso l’alto. E per me questo è il cuore politico del problema.
Recuperare la sovranità e uscire dall’Unione Europea
Quale sono a suo avviso le ricette per uscire da questo autentico” cul de sac” in cui si è cacciata l’Italia?
«Credo che per uscirne serva prima di tutto dire la verità: l’Italia non è in un vicolo cieco per sfortuna, ma perché è stata messa lì da scelte politiche e da vincoli istituzionali. E quindi la prima precondizione, per come la vedo io, è recuperare sovranità: uscire dall’Unione Europea e dall’Eurozona. Ma attenzione: è una condizione necessaria ma non sufficiente. Necessaria perché dentro quei vincoli molte politiche decisive non sono praticabili. Non sufficiente perché esiste anche un vincolo interno, cioè una classe dirigente che da decenni è succube del “vincolo esterno” e che ha condotto, di fatto, una lotta di classe contro la maggioranza della popolazione.
Una volta recuperate le leve economiche, io vedo una strada molto concreta, perché nel nostro Paese non mancano né bisogni né lavoro potenziale. Ricordo l’enorme bacino fatto di disoccupati, inattivi, precari, sottoccupati ed espatriati: una massa di persone che oggi viene sprecata e che invece potrebbe essere la base di un nuovo ciclo di sviluppo. E cosa dovremmo fare?
Dovremmo rimettere lo Stato al centro come soggetto industriale e strategico, tornare a un modello in cui esistono piani pluriennali, imprese pubbliche nei settori decisivi, ricerca, investimenti, infrastrutture, reindustrializzazione. Dovremmo aprire un gigantesco cantiere-Paese: ferrovie, porti, strade, scuole, ospedali, messa in sicurezza dal rischio sismico e idrogeologico. E insieme dovremmo ricostruire un patto del lavoro opposto a quello degli ultimi decenni: salari più alti, tutele, orari più umani, fine della precarietà come normalità.
Infine, penso che l’Italia debba tornare a ragionare in grande anche sul piano geopolitico ed economico, sfruttando la posizione che ha: siamo al centro del Mediterraneo, in un crocevia naturale fra mondi. Ritengo che l’Italia dovrebbe farsi promotrice di un’alleanza fra Paesi del Sud Europa affacciati sul Mediterraneo e che sfrutti il multipolarismo per recuperare margini di autonomia, fino a candidarsi a entrare nei BRICS+.
Non come gesto ideologico, ma come scelta di interesse nazionale dentro un mondo che sta cambiando. Se metti insieme sovranità economica, industria pubblica, investimenti, lavoro tutelato e una strategia internazionale coerente con il nuovo equilibrio globale, io penso davvero che l’Italia possa tornare a un nuovo “trentennio glorioso”, e non per miracolo: per scelta».
