(David Benedetti*) C’è una sensazione sottile che accompagna la nostra epoca: l’idea che la felicità non sia mai qui. È sempre un po’ più avanti, spostata di qualche giorno, di qualche traguardo, di qualche scelta. La immaginiamo nel prossimo viaggio, nel lavoro che ancora non abbiamo, nella città in cui sogniamo di vivere, nella versione futura di noi stessi. Intanto il presente diventa una terra di passaggio, un luogo da attraversare velocemente in attesa di qualcosa di migliore.

Viviamo così, proiettati continuamente altrove. Da piccoli ci insegnano che la felicità arriverà “dopo”: dopo la scuola, dopo l’università, dopo il primo stipendio, dopo i sacrifici. Crescendo, però, scopriamo che quel “dopo” cambia continuamente forma. Appena raggiungiamo un obiettivo, ne compare subito un altro. E quello che fino a ieri sembrava indispensabile perde valore nel giro di poche settimane.

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La nostra è l’epoca della frenesia. Corriamo sempre, spesso senza sapere bene verso cosa. Riempiamo le giornate di notifiche, impegni, scadenze, contenuti da consumare. Anche il tempo libero deve essere produttivo: leggere per migliorarsi, allenarsi per ottimizzare il corpo, viaggiare per raccontarlo. Abbiamo trasformato persino il riposo in una prestazione. Fermarsi, oggi, sembra quasi una colpa.

Eppure, in questa corsa continua, stiamo perdendo qualcosa di essenziale: la capacità di abitare davvero la vita. Ci sfuggono i momenti più semplici, quelli che non fanno rumore e non finiscono sui social. Una cena che si allunga senza motivo, il silenzio condiviso con qualcuno, una canzone ascoltata tornando a casa, il sole che entra dalla finestra in una mattina qualsiasi. Piccole cose che spesso riconosciamo soltanto quando sono già diventate nostalgia.

I social network hanno amplificato questa sensazione di insufficienza permanente. Scorriamo vite apparentemente perfette e ci convinciamo che la felicità coincida sempre con ciò che non abbiamo. Qualcun altro sembra vivere meglio, amare meglio, viaggiare di più, essere più realizzato. Così il presente diventa incompleto ancora prima di essere vissuto.

Forse il problema è proprio questo: abbiamo immaginato la felicità come una meta definitiva, quando invece potrebbe essere soltanto una condizione fragile e intermittente. Non un luogo da raggiungere, ma un istante da riconoscere. Forse la felicità non è altrove. Forse coincide con quei rarissimi momenti in cui smettiamo di desiderare un’altra vita e riusciamo, anche solo per poco, a restare dentro la nostra.

* insegnante Liceo Scientifico