(Alessandro Gorgoni) L’evoluzione del conflitto in Iran restituisce lezioni di geopolitica e strategia militare. Sebbene alcune ripercussioni debbano ancora delinearsi nella loro interezza, i chiari elementi già emersi mettono in forte discussione le certezze che hanno dominato l’architettura della politica internazionale degli ultimi anni.

Le reazioni all’offensiva contro Teheran rivelano innanzitutto che agli Stati Uniti non si oppone un blocco avversario compatto. Al netto delle proteste diplomatiche, Mosca e Pechino non sono intervenute concretamente a difesa del loro alleato, snodo per petrolio e droni. La Russia, logorata dal fronte ucraino, non ha i margini per aprire un nuovo teatro e sfrutta l’occasione per vendere il suo greggio. La Cina, guidata dal pragmatismo, non compromette i rapporti con l’Occidente. Ne esce l’immagine di due potenze ambiziose ma inaffidabili come garanti della sicurezza dei propri partner.

Di conseguenza, per quanto il conflitto sia geograficamente limitato al Medio Oriente, esso ha prodotto urti economici globali, inserendosi nell’odierno “disordine globale”. Washington appare impegnata in una strategia di erosione delle sfere d’influenza russo-cinesi, in continuità con le pressioni in Venezuela, Panama e Siria, estendibili a regimi come quello cubano. Più che uno scontro ideologico, è una competizione incessante sulle zone grigie del pianeta.

La guerra ha inoltre ridisegnato i rapporti all’interno del blocco dei Brics – allargato dal 2024 all’Iran – ha palesato tutta la sua fragilità politica. Di fronte a una crisi che coinvolge direttamente Arabia Saudita, Emirati, Russia, Cina e lo stesso Iran, è mancata perfino l’iniziativa di una consultazione formale. Oltre la narrazione retorica del multipolarismo, emergono divisioni profonde e l’assenza di una visione comune. Un’impasse condivisa da Onu e sedi multilaterali, ostaggio di veti incrociati e calcoli sempre opportunistici.

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Ebbene in questa nostra realtà emergono prepotentemente i limiti, ormai ben noti, del diritto internazionale. Si sconta l’assenza di norme universalmente vincolanti e di un’autorità dotata del potere per farle rispettare. Trattati e istituzioni dimostrano efficacia solo quando i governi li percepiscono funzionali ai propri interessi. In un’epoca dominata da guerre per procura, tracciare un confine, in senso giuridico, tra legittima difesa, ritorsione e aggressione diventa un esercizio arduo.

Il dossier iraniano evidenzia anche le perduranti ambiguità del Trattato di non proliferazione nucleare. Teheran rivendica il diritto all’arricchimento dell’uranio per scopi civili, garantito dal patto. Tuttavia, la prassi dimostra che le nazioni con centrali nucleari preferiscono acquistare combustibile già arricchito per trasparenza e costi. A conservare impianti nazionali sono perlopiù gli Stati dotati di arsenale atomico. L’aver tollerato a lungo siti remoti e sotterranei ha vanificato ogni controllo. Per anni l’Occidente ha assecondato l’illusione che Teheran non mirasse all’ordigno; gli accordi siglati in nome di tale prudenza hanno portato il Paese a un passo dallo status di potenza nucleare, forte di una capacità missilistica ormai conclamata.

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Anche l‘Unione europea esce da questo frangente con un’immagine di profonda fragilità. Senza una reale architettura federale, ogni governo ha assecondato le proprie sensibilità. La Spagna ha mantenuto una linea pacifista; il Regno Unito, memore dell’Iraq, ha evitato esposizioni dirette; la Francia ha evocato l’ombrello nucleare per accreditarsi come perno continentale; la Germania ha cercato un nuovo equilibrio senza il gas russo. L‘Italia ha ribadito il consueto equilibrismo tra fedeltà atlantica e timore di esporsi. Se non vuole scivolare nell’irrilevanza, l’Europa dovrà investire non solo in mezzi militari, ma in un’autentica coesione politica.

Rimane da sciogliere l’incognita sul futuro di Teheran. Oggi non ci è ancora dato sapere se la guerra sfocerà in un cambio di regime o in un logoramento interno. È certo, però, che la teocrazia al potere da mezzo secolo appare sempre più isolata internazionalmente e avversata in patria. L’offensiva contro numerosi Paesi limitrofi – dall’Arabia Saudita al Kuwait, dagli Emirati all’Azerbaigian – segna una discontinuità rispetto ai tempi più recenti, ma rischia di rivelarsi un boomerang, moltiplicando i nemici esterni.

A tutto questo si sommano le difficoltà economiche, che hanno progressivamente impoverito la classe media. In assenza di prospettive di allentamento delle sanzioni, fasce sempre più ampie della popolazione rischiano letteralmente la fame. L’Iran però dispone come arma del blocco dello Stretto di Hormuz, anche la sola minaccia di farlo.

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Infine, il conflitto mostra come le nuove tecnologie abbiano mutato la fisionomia della guerra. Nazioni con eserciti più piccoli rispetto a quello statunitense, come Ucraina e Israele, hanno dimostrato di sapersi difendere con efficacia grazie all’uso combinato di droni, missili e scudi antiaerei. Persino l’arma atomica si è trasformata in un traguardo accessibile a Stati poveri ma determinati, come Corea del Nord, Pakistan e Iran. In questo quadro, l’indiscussa supremazia militare degli americani permane, ma si rivela insufficiente da sola a preservare l’ordine. La sfida dei prossimi anni sarà governare un mondo in cui sempre più attori regionali possono incidere sul sistema globale con strumenti dalle conseguenze devastanti.