La riforma della sanità territoriale procede molto a rilento. Secondo Agenas, al 31 dicembre 2025 risultano pienamente operative solo 66 Case di comunità su 1.715 previste entro il 2026 (di cui 1.038 rientrano nel target minimo del PNRR). Sebbene 781 strutture offrano almeno un servizio e 265 siano a uno stadio intermedio, emerge chiaramente un forte ritardo complessivo, soprattutto al Sud.
Centinaia di strutture già ospitano servizi di cure primarie, ambulatori specialistici, assistenza infermieristica, Cup, integrazione socio-sanitaria, diagnostica di base, vaccinazioni e servizi per la salute mentale. Ma il vero nodo resta il personale: solo poco più di 200 strutture rispettano gli standard previsti per medici e infermieri. Emblematico il caso di 219 Case con tutti i servizi attivi ma senza organico adeguato.
Per questo problema è centrale il ruolo dei medici di famiglia, più propriamente “medici di medicina generale” che allo stato attuale non hanno nessuna intenzione di trasferirsi nelle Case di Comunità.

Il segretario nazionale del loro sindacato, la Fimmg , Silvestro Scotti, sottolinea che le strutture non diventeranno “scatole vuote” solo se verrà applicato correttamente l’accordo della medicina generale, garantendo una presenza stabile di medici di famiglia.
Ritardi si registrano anche per gli Ospedali di comunità: ne sono attivi 163 su 594 previsti. Le disparità territoriali restano marcate e alimentano il dibattito politico.
Tra progressi parziali e criticità strutturali, la riforma della sanità territoriale resta dunque un cantiere aperto, ancora lontano dal pieno compimento.
