(di Francesca Romana Riello) .Romina Jace, visione chiara e scelte nette. Romina Jace ha 29 anni, è imprenditrice e madre, e vive sul Lago di Garda, dove lavora tra immobiliare e ristorazione. Figlia di immigrati, ha costruito il suo percorso partendo dal lavoro e oggi sceglie di impegnarsi in politica portando con sé uno sguardo concreto, legato alla realtà che vive ogni giorno.
A volte non è una scelta che fai a tavolino. È qualcosa che arriva mentre vivi, e a un certo punto capisci che non puoi più stare ferma.
Per lei succede così, e succede quando diventa madre.
«Quando diventi madre cambia tutto». Non lo dice per effetto: è da lì che si sposta davvero il punto di vista. Prima osservava, adesso sente il bisogno di intervenire.

Il momento in cui non basta più guardare
«Mi è sempre interessata la politica, ho studiato diplomazia internazionale, ma a un certo punto non mi è bastato più», racconta.
Quel punto coincide con due cose insieme: la maternità e il territorio. Il Garda torna spesso nelle sue parole, non come sfondo ma come riferimento preciso. «Negli ultimi anni ho visto un cambiamento che non mi piace». Non entra nei tecnicismi, non fa elenchi, ma quando parla di sicurezza, qualità della vita e di quell’equilibrio che si sta spostando è chiaro cosa intende.
«Non posso restare a guardare. Voglio che mio figlio cresca in un ambiente sano, come quello in cui sono cresciuta io».

La scelta del movimento
La scelta del movimento guidato dal generale Vannacci la racconta senza giri. «È una politica senza slogan, basata sui fatti».
La distanza tra quello che si dice e quello che poi si fa è, per lei, il punto centrale della credibilità.
Per spiegarsi usa un paragone diretto: «In una famiglia si mettono prima i propri figli. Per me è lo stesso: prima viene il nostro Paese».
Sa che è una posizione che divide, e non evita il punto più delicato. «Sono figlia di immigrati. Parlare di razzismo non ha senso».
La sua chiave è un’altra: mettere ordine, dare priorità. Non chiudersi, ma non perdere il centro.
Parla anche di identità, del fatto di aver viaggiato e di aver visto altrove una maggiore capacità di tenere insieme radici e presente. «In Italia questa cosa si è un po’ indebolita». Non lo dice con nostalgia, ma con lucidità.
Dentro questo ragionamento entra anche Pelair, un progetto legato al Lago di Garda che dovrebbe tenere insieme impresa, territorio e un modo preciso di stare nelle cose. «La dolce vita non è solo un ricordo. Può essere ancora una direzione».

Dove si gioca davvero la partita
Quando il discorso arriva ai giovani il tono si fa più diretto. «Le politiche per i giovani non hanno funzionato». La conseguenza, per lei, è evidente: molti se ne vanno, e non sempre per scelta.
A Cavaion Veronese ha avviato un comitato per i giovani e con i giovani. Non lo racconta come un contenitore, ma come un tentativo concreto. «Servono strumenti, non parole».
E torna un tema che considera centrale: l’orgoglio. «Dobbiamo tornare a essere orgogliosi di essere italiani», non come slogan, ma come base per restare, costruire, partecipare.
Sull’economia il discorso resta molto concreto. «Si fanno promesse che poi non vengono mantenute»: bollette, carburanti, costo della vita. Il punto, anche qui, è una questione di priorità. «Prima bisogna sistemare casa propria».
C’è infine qualcosa che emerge quasi in controluce: il rapporto diretto con le persone. Invita a contattarla, a partecipare, a informarsi. Parla
di una rete in formazione, di giovani coinvolti in diverse zone d’Italia. Non insiste su strutture. Insiste sul contatto.
Romina Jace tiene insieme lavoro, maternità, origini e territorio senza separarli. La politica arriva lì, come estensione naturale: non come obiettivo dichiarato, ma come conseguenza di non poter più stare ferma.

