(di Gianni Schicchi) Non era difficile impostare un’intera serata dedicata alle “Serenate”, considerata la vasta offerta della letteratura sinfonica tra Otto e Novecento. Difficile era invece scoprirne una, poco eseguita, ma di rara bellezza, come la Serenata op. 31 di Britten (vera chicca, suonata per la prima volta a Verona?), messa poi da I Virtuosi Italiani al centro del loro concerto al Ristori. Il lavoro del compositore britannico è un impressionante e inedito arrangiamento musicale di poesia inglese, che ebbe sul pubblico un effetto fortissimo quando venne eseguito per la prima volta il 15 ottobre 1943 alla London Wigmore Hall per due solisti di prestigio, il tenore Peter Pears e il cornista Dennis Brain. 

La Serenata per corno, tenore e archi si forma su un ciclo costruito da un prologo per solo corno francese, con una sezione centrale che arrangia in musica sei poemi aventi come soggetto la sera. “Due poemi visionari che occupano il centro fiancheggiati da altri due poemi agili e pittoreschi; questi a loro volta cinti da due saggi di quiete e riposo, mentre i soliloqui del corno incorniciano il tutto”, come raccontò in proposito il musicologo e storico Stephen Banfield.

La Serenata è forse l’opera da camera di maggiore pregnanza espressiva del compositore inglese. Essa fonde, in una formazione inconsueta, le romantiche istanze del corno con una linea vocale di grande purezza, discesa a Britten dall’assidua ed affettuosa frequentazione dei modelli di Purcell. Alle due parti solistiche si affianca il complesso degli archi che è trattato con estrema economia, specialmente là dove esso si limita a fornire un sostrato puramente armonico.

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Si creano così tre piani sonori, tre zone timbriche diverse, ma strettamente connesse ai fini del risultato finale, come se il compositore avesse inteso offrire una immagine tridimensionale, poliedrica, quasi inafferrabile. Al corno spetta la prima e l’ultima parola nel prologo e nell’epilogo basati su uno stesso motivo, quasi a contrassegnare la conclusione ineluttabile di un ciclo. 

I testi che scandiscono la Serenata contrappuntano il cuore della più illustre poesia pastorale in lingua inglese – quella di “Thyrsis” di Matthew Arnold, del “Prelude” di William Wordsworth, di “Arcade” di John Milton – ed hanno come tema dominante l’immagine delle varie fasi della notte.

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Il soggetto di Serenade è la Notte con le sue illusioni, le ombre che si allungano, la foschia lontana al tramonto, la panoplia barocca del cielo stellato, gli angeli pesanti del sonno; “ma anche il mantello del male, il verme nel cuore della rosa, il senso del peccato nel cuore dell’uomo”, come scrisse il poeta e critico Edward Sackville West, cui il lavoro è dedicato e che ebbe una parte importante nella selezione dei testi. L’intera sequenza forma una elegia o un notturno che rivede i pensieri e le immagini adatte per la sera. 

Il punto focale della Serenata è il desiderio di oblio mentre l’oscuro orrore nel nucleo corrisponde all’oscuro orrore della Seconda guerra mondiale, periodo in cui il lavoro fu composto. 

Interprete di questo bellissimo impaginato era il tenore macedone, italiano d’adozione, Blagoj Nacoski, la cui vocalità si è rifatta inevitabilmente al modello di riferimento per questo repertorio, Peter Pears, sulle cui caratteristiche vocali ed espressive questo ciclo è stato plasmato. Nacoski ha fraseggiato con gusto e fantasia, senza raggiungere magari le arditezze di un Ian Bostridge, ma risultando più ortodosso nell’emissione. E alla lunga più piacevole da ascoltare. L’esecuzione è stata estremamente raffinata, malinconica ed intima, coadiuvata al meglio dal supporto dell’eccellente cornista Andrea Mancini, che ha concluso il suo intervento con un fuori scena molto suggestivo. 

Puntuale, come sempre, l’intervento de I Virtuosi Italiani diretti dal maestro Massimiliano Caldi che hanno completato poi il concerto, in apertura con la Serenata in mi minore per archi, op. 20 di Edward Elgar e con la Serenata in do maggiore per archi, op. 48 di Pëtr Il’ič Čajkovskij in chiusura. Pagina quest’ultima condotta con una diffusa vitalità e limpidezza di suono: di qui un approccio del maestro Caldi che ha valorizzato soprattutto i movimenti più esuberanti, resi poi da I Virtuosi Italiani con grande slancio e trasparenza. Calorosi i consensi finali con applausi ritmati del pubblico.

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