( Francesca Romana Riello) Alex Zanardi, non è la fine che racconta una vita. L’ho conosciuto da ragazzina, in un momento semplice, senza formalità. Non ricordo cosa ci siamo detti. Ricordo il modo in cui stava lì, presente, senza quella distanza che di solito hanno le persone abituate a essere guardate. Era già quello che sarebbe rimasto: un punto di rifermento sportivo e umano.

La notizia della sua morte, arrivata questa mattina, non si lascia archiviare facilmente. Non perché manchino le parole, ma perché quelle giuste rischiano di essere le prime che lui avrebbe tolto di mezzo.

Nel 2001, sull’asfalto del Lausitzring, perde gli arti inferiori a pochi giri dal traguardo. La carriera si interrompe lì, in modo brutale. Per molti, quella scena è rimasta un’immagine di dolore. Per lui, nel tempo, è diventata un punto di ripartenza. Non per scelta dichiarata, ma per continuità: ha fatto quello che sapeva fare, lavorare, allenarsi, gareggiare.

 Alex Zanardi, non è la fine che racconta una vita

Alex Zanardu, non è la fine che racconta una vita

Non ha mai costruito attorno a sé un racconto eroico. Non ha trasformato la disabilità in un simbolo da esibire. Ha fatto qualcosa di più difficile e meno visibile: si è rimesso in gioco senza chiedere sconti ed è diventato uno degli atleti paralimpici più forti al mondo. Quattro ori paralimpici, titoli mondiali di handbike, il ritorno alle competizioni automobilistiche. Ma i numeri, in questo caso, spiegano solo una parte.

Quello che restava, guardandolo gareggiare o anche solo ascoltandolo, era altro. Una capacità di stare dentro le cose senza drammatizzarle e senza ridurle. Anche dopo l’incidente del 2020, la caduta in handbike a Pienza, i traumi cranici gravi, gli anni di riabilitazione lenta e incerta: nessuna resa, ma neanche retorica. Solo lavoro, giorno dopo giorno.

Quello che rimane davvero

È difficile scrivere di lui senza scivolare nella celebrazione, e il rischio resta. Ma il punto non sono le medaglie, né il coraggio come categoria astratta. Il punto è che ha reso visibile qualcosa di più concreto: che anche quando una situazione sembra chiusa, un margine esiste. Non sempre quello che si immaginava. Non sempre abbastanza. Ma reale.

Ripensando a quell’incontro di tanti anni fa, quella sensazione è rimasta intatta. Non un ricordo da conservare, ma una misura con cui continuare a fare i conti. Ciao Alex, e grazie per aver mostrato che una strada, anche quando sembra chiusa, esiste sempre.

 Alex Zanardi, non è la fine che racconta una vita