(a.z.) La decisione degli Emirati Arabi Uniti di svincolarsi, a partire dal primo maggio, dalle rigide logiche dell’OPEC e dell’OPEC+, quest’ultima comprendente anche la Russia, non è soltanto una scelta economica legata ai barili di greggio, ma rappresenta un vero terremoto geopolitico che sancisce la fine di un’epoca. Gli Emirati, infatti, puntano a collocarsi nella categoria dei produttori autonomi come Stati Uniti, Norvegia e Brasile, così da regolare liberamente la propria produzione senza vincoli di alleanza.

Nel mondo multipolare non c’è più spazio per l’OPEC

Questa mossa certifica il tramonto di un’alleanza storica e lo svuotamento progressivo dell’OPEC, ormai priva di reale coesione, con la Russia impegnata nella guerra di logoramento in Ucraina e l’Iran coinvolto da mesi nel conflitto diretto con gli Stati Uniti. In questo contesto, emerge con forza anche un altro dato: gli USA anche se, come evidenziano i fatti di cronaca, non riescono più ad essere garanti dell’ordine globale, sono però diventati il primo esportatore mondiale di petrolio, superando l’Arabia Saudita, con oltre 250 milioni di barili esportati nelle ultime nove settimane e ridefinendo profondamente il loro ruolo energetico e strategico.

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La guerra in Iran, pur nella sua drammaticità, ha avuto un effetto paradossale sui mercati: l’aumento dei prezzi dell’energia ha generato maggiori entrate per le due superpotenze USA e Russia e ha colpito durante i paesi del Golfo, contribuendo a rafforzare ulteriormente la logica di competizione tra blocchi. Proprio per questo, in vista di metà maggio e del previsto viaggio di Donald Trump in Cina, dove dovrà incontrare Xi Jinping appare auspicabile una tregua che possa stabilizzare temporaneamente lo scenario internazionale, nell’interesse di tutti gli attori in gioco.

Il mondo non è più unipolare

Il dato più evidente resta tuttavia l’incapacità americana di mantenere quella primazia assoluta che aveva caratterizzato il trentennio successivo al crollo dell’URSS. Washington tenta di reagire rafforzando il ruolo del dollaro come valuta di riserva globale, attraverso linee di swap tra la Federal Reserve e le banche centrali dei paesi alleati, in cambio di un allineamento strategico. Ma il fatto stesso di dover negoziare “fedeltà” dimostra che l’ordine unipolare è ormai superato.

Gli Emirati, da un lato, rivendicano autonomia, mantenendosi però vicini a Washington; dall’altro, si allontanano dall’orbita saudita, confermando che il mondo non è più globale nel senso di un’unica guida statunitense, ma sempre più multipolare. In questo scenario, l’energia smette di essere una semplice commodity, cioè una merce di consumo e scambio, ma diventa uno strumento di appartenenza geopolitica: da una parte il blocco occidentale, fondato su dollaro, sistemi finanziari (Swift) e protezione militare; dall’altra quello emergente, trainato dalla Cina, che garantisce materie prime, raffinazione e mercati di sbocco nel sud globale in crescita.

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In un mondo multipolare l’Italia deve decidere il suo futuro

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, questa morsa che si avvia sempre di più verso la stagflazione, se non verrà arginata nel brevissimo tempo, rappresenta un pericolo mortale. Con i rendimenti che salgono, il BTP a 7 anni ha toccato quota 3,5% di tasso d’interesse e i margini fiscali che si restringono a causa dell’alto debito e delle scellerate regole europee, il nostro Paese si trova costretto a scegliere dove allocare le proprie risorse in un mercato dove il denaro ha smesso di essere neutrale ed è diventato un’arma di sicurezza nazionale.

La “Pax Americana” è ufficialmente sostituita da un equilibrio precario tra blocchi contrapposti e in questa nuova multipolarità, ogni attore cerca di massimizzare il proprio margine di manovra in un mondo sempre più frammentato e difficile da gestire, motivo per cui è sempre più necessario mettere da parte l’idealismo e l’ideologia e lasciar spazio alla praticità e alla concretezza.