Chi è Davide Patron e chi è David Benedetti

(Gianni De Paoli) Davide Patron è un ragazzo di 26 anni, veneto, che si è trasferito in Scozia per frequentare l’università. Fondatore della community @patrondavide, dopo diversi anni di studio e vita all’estero, negli ultimi sei anni Davide si è dedicato all’insegnamento dell’inglese per studenti italiani tramite la pubblicazione di pillole linguistiche sui social media e corsi online più strutturati. 

David Benedetti, nato a Verona, ha cominciato a insegnare per caso, poi ha smesso per scelta, poi ha ricominciato per necessità interiore. Dopo una deviazione nel mondo del marketing, qualche fuga all’estero e un tentativo (piuttosto serio) di fare l’imprenditore, ha capito che nessun piano di business regge il confronto con una buona lezione su James Joyce.
Scrive da sempre, ama i film francesi, la letteratura anglo-americana e la musica jazz. Ha pubblicato il suo primo romanzo “Le Ore Vuote”.

L’inglese è ciò che lega David e Davide. In che modo?

Patron: «l’inglese, oltre che una passione, è diventato un lavoro e una missione. Rendere questa lingua alla portata di tutti, attraverso metodi alternativi, è ormai il mio obiettivo personale e quello della mia community. Aver contribuito, come risorsa linguistica, al trasferimento all’estero di tanti ragazzi, per studio o lavoro, è una delle più grandi soddisfazioni che possa avere».

Benedetti: «ci lega il fatto che vediamo l’inglese come uno strumento reale, non solo una materia. Io parto dalla struttura, dalla scuola; lui dalla comunicazione immediata. Ma alla fine lavoriamo nella stessa direzione: rendere l’inglese qualcosa di vivo».

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David Benedetti

L’inglese scolastico, quello accademico. Qual è la percezione che si ha al riguardo? 

Patron: «il sentimento più diffuso è sicuramente quello di difficoltà e poca praticità. Sento spesso studenti bloccati nell’apprendimento di una certa regola grammaticale o nell’uso di un’espressione. Ecco, la sensazione è che l’inglese scolastico sia stagnante e poco dinamico, spesso improntato alla conoscenza maniacale della grammatica e meno all’uso pratico che lo studente dovrebbe avere una volta uscito nel mondo reale. Poi, ovviamente, dipende molto dall’insegnante. Ho conosciuto insegnanti fantastici che integrano diversi aspetti della lingua nelle loro lezioni. Però, purtroppo, a volte il programma non offre molta libertà didattica».

Benedetti: «bisogna dirlo chiaramente: la scuola dà le basi. Il problema non è la scuola in sé, ma quando rimane l’unico contatto con la lingua. Gli studenti hanno bisogno di entrare in contatto con la lingua “viva” e questo non è possibile confinando l’apprendimento alle poche ore scolastiche. Film, musica, podcast, social media, AI, oggi esistono mille strumenti per approfondire quanto ascoltato a scuola».

I metodi e le risorse alternative per l’apprendimento dell’inglese. Supporto o sostituzione dell’insegnamento accademico?

Patron: «Sicuramente l’inglese accademico serve. Avere le basi di una lingua dal punto di vista grammaticale e strutturale è fondamentale. Detto ciò, non ci si può fermare lì. In questo momento, metodi alternativi e risorse terze svolgono il compito pratico che la scuola non sembra ancora offrire. Espressioni idiomatiche, conversazioni, vocaboli, pronuncia… I metodi alternativi, di cui anch’io faccio parte, coprono questi argomenti, che si rivelano fondamentali quando una persona deve vivere, lavorare o studiare in un altro Paese».

Benedetti: «Io li vedo come un supporto, non una sostituzione. La scuola ti dà struttura, metodo, consapevolezza. I social e i metodi alternativi danno esposizione, motivazione e uso reale. Separati funzionano a metà. Insieme funzionano molto meglio».

La conversazione in lingua vs lo studio della grammatica. 

Patron: «Una non esclude l’altra, anzi. Sicuramente avere una base grammaticale non può fare altro che giovare. Tuttavia, avere soltanto una conoscenza grammaticale non può essere sufficiente per sostenere una conversazione scorrevole in inglese. L’esposizione al parlato, l’allenamento e la simulazione di chiacchierate che potrebbero avvenire nella vita reale sono fondamentali per raggiungere un livello linguistico adeguato e sentirsi liberi e a proprio agio nel parlare la lingua».

Benedetti: «È una falsa opposizione. Senza grammatica non hai controllo, senza conversazione non hai fluidità. Il problema è che spesso arrivano in momenti diversi invece che insieme. Per la mia esperienza posso dire che risulta molto difficile far parlare i ragazzi in classe perché si sentono spesso ridicoli o fuori luogo e temono il giudizio dei loro compagni».

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Davide Patron

Le motivazioni che gli studenti hanno per imparare l’inglese a scuola vs sui social. 

Patron: «l’impressione è che i social vengano percepiti come più vicini al mondo reale. Quello che si impara sui social viene considerato pratico, pronto all’uso, utile, oltre che veloce. La scuola, invece, forse viene vissuta come un obbligo e meno come una scelta, creando quindi un giudizio errato su ciò che il percorso scolastico può offrire in termini di apprendimento e crescita con la lingua inglese».

Benedetti: «a scuola spesso la motivazione è esterna: voto, verifica, programma. Sui social è interna: interesse, curiosità, identificazione. Il punto sarebbe portare un po’ di quella motivazione autentica anche dentro la scuola».

Quale sarebbe il giusto compromesso se si potessero unire l’approccio accademico e quello alternativo come quello di Davide? 

Patron: «i due approcci potrebbero unirsi, diventando complementari l’uno all’altro. Per esempio, la grammatica insegnata a scuola potrebbe essere approfondita attraverso un metodo alternativo, o viceversa. La stessa cosa varrebbe per la parte pratica e funzionale della lingua, che al momento è sicuramente più presente nell’insegnamento fuori dalle scuole».

Benedetti: «il compromesso ideale è: struttura + esposizione + pratica. La scuola organizza, i social o altri strumenti digitali attivano, la pratica consolida. Se manca uno di questi elementi, l’apprendimento resta incompleto».

Quando avete capito che l’inglese sarebbe diventato centrale nella vostra vita?

Patron: «da quando ho capito che il mio percorso universitario sarebbe stato in Scozia e quindi esclusivamente in lingua inglese. Lì ho capito che l’inglese avrebbe fatto parte della mia vita per sempre, ricoprendo un ruolo fondamentale. Successivamente, la creazione di contenuti sui social ha contribuito a rendere questa lingua ancora più presente nella mia vita».

Benedetti: «ho capito che l’inglese sarebbe diventato centrale nella mia vita quando mi sono accorto che, attraverso quella lingua, riuscivo a entrare davvero nelle storie, nelle canzoni e nelle persone. Da lì non è più stato solo una materia, ma un modo di guardare il mondo».

L’inglese che si impara a scuola serve davvero nella vita reale? In cosa sì e in cosa no?

Patron: «sì e no. Ovviamente dipende molto dalla scuola e dall’insegnante. Ma, come detto in precedenza, il sistema scolastico tende a privilegiare la parte strutturale e grammaticale della lingua, che serve nella vita reale, ma solo in parte. A seconda della scuola, si fa anche molta letteratura inglese, che, per quanto utile, spesso non trova un impiego immediato nella vita reale. Tuttavia, alcune sezioni di microlingua presenti nei libri di testo sono utilissime in diversi contesti. Diciamo che, in molti casi, manca qualcosa che faccia un “full circle”, come si direbbe in inglese, cioè un percorso completo».

Benedetti: «sì, ma non basta da sola .Serve perché ti dà gli strumenti per capire e costruire la lingua. Però per usarla davvero devi anche viverla: ascoltarla, parlarla, sbagliare fuori dal contesto scolastico».

I social stanno cambiando il modo in cui si imparano le lingue?

Patron: «Sì. Oggi le persone vogliono imparare cose nuove, tra cui una lingua, nel minor tempo e con la massima efficienza possibile, spesso con l’aggiunta di un elemento di intrattenimento. Ecco, i social si inseriscono esattamente lì. Offrono soluzioni veloci e semplici (ovviamente parziali) che però contribuiscono allo sviluppo di diverse abilità o, perlomeno, creano un nuovo interesse in vari ambiti, nel nostro caso l’inglese».

Benedetti: «Difficile generalizzare, alcuni social come quelli di Davide offrono contenuti di grande qualità quindi sì, soprattutto perché aumentano l’esposizione e abbassano la soglia d’ingresso. L’inglese diventa parte della quotidianità, non solo della lezione. In altri casi invece può essere addirittura nocivo se i contenuti sono ad esempio sbagliati o fuorvianti».

Instagram e TikTok possono davvero insegnare qualcosa o servono solo come stimolo iniziale?

Patron: «Entrambe le cose. I social svolgono il ruolo di stimolatore, senza dubbio. Invogliano le persone ad intraprendere percorsi formativi e non a cui magari non avevano mai pensato prima. Non solo, se usati correttamente, hanno dimostrato di essere ottime risorse per l’apprendimento, anche solo di pillole linguistiche o per la pronuncia di una parola ostica fino a quel momento».

Benedetti: «Possono insegnare, ma soprattutto possono attivare. Da soli raramente bastano, ma sono potentissimi per creare interesse e continuità».

Perché molti studenti studiano inglese per anni ma hanno paura di parlare?

Patron: «La paura di parlare può avere diverse cause, a seconda della persona e del contesto in cui è stato studiato l’inglese. Probabilmente la paura più comune è quella di commettere errori, perché durante il percorso scolastico una parola sbagliata poteva significare qualche punto in meno nel voto finale. Un’altra paura molto comune è quella di fare figuracce; se a scuola prendevamo un punto in meno, nella vita reale rimane comunque la paura di essere presi in giro».

«Anche se poi, in realtà, i madrelingua non ti prendono in giro mentre parli; anzi, ti aiutano. Di base manca l’esposizione alla lingua parlata. Un po’ come quando si va in palestra, mettendosi in gioco e facendo delle “ripetizioni” di inglese, si impara ad accettare gli errori e a imparare da essi. Bisogna fare pratica».

Benedetti: «Perché sono stati abituati a essere valutati più che a comunicare. L’errore viene visto come fallimento, non come parte del processo. In questo gli insegnanti giocano un ruolo importante, non devono far vivere la materia in base al voto ma cercare di spingere i ragazzi a farla diventare parte della loro vita quotidiana».

Oggi l’inglese non è più solo la lingua degli inglesi o degli americani. Come cambia il modo di insegnarlo o impararlo?

Patron: «Cambia molto perché oggi l’inglese serve soprattutto per comunicare con persone di tutto il mondo, non solo con madrelingua inglesi o americani. Questo rende l’apprendimento più orientato alla comunicazione che alla perfezione. L’obiettivo diventa farsi capire e capire gli altri, anche con accenti e modi di parlare diversi. È un approccio più aperto e internazionale».

Benedetti: «Cambia che non insegniamo più “l’inglese perfetto”, ma un inglese per comunicare. L’obiettivo non è essere madrelingua, ma essere efficaci».

Tra 10 anni, come si imparerà l’inglese? Più scuola o più digitale?

Patron: «Io spero sia una buona combinazione dei due. Le basi dell’insegnamento scolastico possono essere affiancate dall’evoluzione tecnologica, rendendo l’insegnamento più dinamico ed efficiente». 

Benedetti: «Saranno sempre più integrati. La scuola resterà centrale, ma dovrà dialogare molto di più con il digitale, soprattutto con l’intelligenza artificiale che giocherà un ruolo determinante».

Se poteste cambiare una cosa nel modo in cui in Italia si insegna o si impara l’inglese, quale sarebbe?

Patron: «Aggiungerei ancora più spazio alla pratica, senza togliere importanza alle basi. In particolare lavorerei di più sull’ascolto e sulla pronuncia, che spesso fanno davvero la differenza nel sentirsi sicuri. Esercizi di listening e momenti dedicati ai diversi suoni della lingua aiuterebbero gli studenti a prendere più sicurezza in sè stessi. L’idea è affiancare alla teoria tante occasioni per usare davvero l’inglese in modo naturale».

Benedetti: «Dare più spazio alla produzione orale e ridurre la paura dell’errore. Gli studenti devono usare di più la lingua, non solo studiarla La scuola ti dà le radici, il resto del mondo ti dà le ali».