(di Francesca Romana Riello) Dengue e Chikungunya, esperti a confronto: Verona ospiterà il congresso nazionale sulle arbovirosi dopo l’epidemia autoctona del 2025.
Sessantadue casi di Chikungunya, tutti senza anamnesi di viaggio all’estero. È il focolaio autoctono registrato in Veneto la scorsa estate, il primo della regione, il punto di partenza del congresso nazionale “Arbovirosi: nuove sfide per l’Italia”, in programma il 19 e 20 maggio alla Camera di Commercio di Verona, organizzato dall’IRCCS Sacro Cuore Don Calabria di Negrar.
Per due giorni Verona sarà uno dei punti di confronto nazionale sulle malattie trasmesse da vettori, zanzare e zecche soprattutto, in un quadro epidemiologico che negli ultimi anni è cambiato anche nel Nord Italia. Al tavolo siedono Ministero della Salute, Istituto Superiore di Sanità, Regione Veneto, Istituto Zooprofilattico delle Venezie, Ulss venete e università, con il coinvolgimento di infettivologi, microbiologi, epidemiologi, veterinari ed esperti di salute pubblica.

Questa mattina il congresso è stato presentato dal professor Federico Gobbi, direttore scientifico dell’IRCCS di Negrar e primario del Dipartimento di Malattie Infettive e Tropicali e Microbiologia. Sono intervenuti tra gli altri la dottoressa Giovanna Varischi, direttrice del Servizio di Igiene e Sanità Pubblica dell’Ulss 9 Scaligera, e l’amministratore delegato dell’ospedale Claudio Cracco; l‘assessore alla salute Elisa la Paglia, la dottoressa Elena Pomari e la dottoressa Barbara Likar dirigente direzione ambiente e transizione ecologica.
Il quadro è quello di virus che fino a pochi anni fa venivano associati quasi esclusivamente ad aree tropicali e che oggi entrano stabilmente nel dibattito sanitario italiano. West Nile è presente nel Paese dal 2008. Dengue e Chikungunya hanno già prodotto focolai autoctoni. Il cambiamento climatico e la crescita degli spostamenti internazionali stanno modificando anche la presenza stagionale delle zanzare vettore.
Dengue e Chikungunya, il nodo dei vaccini
«Abbiamo strutturato questo congresso seguendo l’approccio “One Health”, spiega Gobbi Le arbovirosi mostrano in modo molto chiaro quanto salute umana, animale e ambientale siano strettamente collegate». Un’impostazione che allarga il tema oltre la singola emergenza sanitaria e che richiede il contributo di discipline diverse.
Tra i temi sul tavolo c’è la valutazione dei vaccini contro Dengue e Chikungunya, con la domanda se abbia senso estenderne l’utilizzo anche alle nostre latitudini, non soltanto per i viaggiatori. Gobbi invita però a non semplificare. «Non bisogna cadere negli estremismi. I vaccini esistono già e vengono utilizzati, ma serve una valutazione scientifica seria su efficacia, rischi, sostenibilità economica e rapporto beneficio-costo».
I due vaccini presentano profili clinici distinti. Quello contro la Dengue è un vaccino vivo attenuato, con limitazioni specifiche per i pazienti immunodepressi. «Può essere somministrato anche senza precedente infezione, spiega Gobbi, ma è fortemente raccomandato soprattutto a chi ha già avuto la Dengue».

Il vaccino contro la Chikungunya utilizza invece tecnologia ricombinante e presenta meno controindicazioni: «Il profilo di sicurezza è più favorevole», osserva l’infettivologo, pur ribadendo che qualsiasi strategia estesa richiederà valutazioni epidemiologiche precise.
Nel congresso si parlerà anche di comunicazione pubblica, criteri diagnostici, costi delle procedure e gestione dei casi sospetti.
La prevenzione resta il nodo centrale. Dal 2010 in Veneto è attivo un programma di sorveglianza sulle febbri estive con disinfestazioni nel raggio di 200-300 metri attorno alle abitazioni dei contagiati. Ma senza la collaborazione dei cittadini il sistema rischia di rallentare.
«Se dopo un viaggio in zone tropicali compaiono febbre, dolori articolari o rush cutanei bisogna rivolgersi rapidamente ai medici, ricorda Gobbi . Anche senza viaggi all’estero, una febbre estiva senza sintomi respiratori va valutata con attenzione».
Lo scorso anno i casi di Chikungunya avevano portato all’annullamento di eventi e manifestazioni, con ricadute economiche e turistiche sul territorio.
«Se non facciamo diagnosi tempestive, conclude Gobbi, rischiamo di diventare il caso di nuovi casi autoctoni».
Dal Covid all’hantavirus
Durante la conferenza stampa è emerso anche il tema dell’hantavirus, finito recentemente al centro dell’attenzione internazionale. Gobbi
mette subito un punto fermo: «Non si tratta di un’arbovirosi ma di una zoonosi legata ai roditori».
Il virus citato nei casi sudamericani può trasmettersi solo in determinate condizioni e verificarsi un contagio interumano; alcuni episodi iniziali sarebbero stati aggravati dalla mancata identificazione tempestiva del patogeno.
In Italia la situazione è monitorata e tranquilla.
Il confronto con il Covid è inevitabile, ma Gobbi sottolinea differenze profonde: «La differenza è abissale. Il Covid era trasmissibile anche prima dei sintomi e dagli asintomatici. Qui non siamo davanti allo stesso scenario». Tracciamento, isolamento e identificazione rapida del virus consentono interventi più mirati rispetto a quanto avvenuto durante la pandemia.

