(David Benedetti*) Mentre gli studenti contano i giorni che li separano dalle vacanze estive, per migliaia di insegnanti precari si avvicina un’altra scadenza: quella del contratto. La fine dell’anno scolastico, infatti, coincide spesso con la fine del lavoro.
A giugno, insieme alle interrogazioni finali e agli scrutini, arriva anche il momento dei saluti forzati per docenti che per mesi hanno garantito continuità, ascolto e presenza nelle classi italiane. Molti di loro hanno seguito studenti fragili, preparato maturandi agli esami, costruito relazioni educative importanti. Eppure, con l’ultima campanella, tornano improvvisamente in una condizione di incertezza.
Nella scuola più di 200 mila precari
La scuola italiana continua a reggersi su un numero enorme di supplenti. Secondo i dati del Ministero, negli ultimi anni i contratti a tempo determinato hanno superato quota 200 mila. Dietro questi numeri ci sono vite sospese: insegnanti costretti a cambiare città ogni anno, a rinviare progetti personali, a vivere senza garanzie economiche e professionali.

Il paradosso è evidente soprattutto in questo periodo. Mentre si celebra il valore educativo della scuola e si organizzano feste di fine anno, molti docenti non sanno ancora dove lavoreranno a settembre — o se lavoreranno. Alcuni attendono le graduatorie, altri sperano in una chiamata estiva, altri ancora lasciano temporaneamente l’insegnamento per cercare maggiore stabilità altrove.
Eppure il precariato non riguarda solo i lavoratori: riguarda anche gli studenti. La continua rotazione degli insegnanti rende difficile costruire percorsi didattici duraturi e relazioni solide. Ogni settembre, molte classi ricominciano da capo.
La fine della scuola, dunque, non è uguale per tutti. Per gli studenti è l’inizio dell’estate. Per tanti insegnanti precari è invece l’ennesima attesa, fatta di domande senza risposta e della speranza di poter tornare, ancora una volta, davanti a una cattedra.
*insegnante Liceo Scientifico
