(di Gainni Schicchi) Marc Bouchkov è un violinista belga, di origini russo-ucraine, salito rapidamente alle cronache musicali degli ultimi tempi per alcuni concerti di successo in tutta Europa e per alcune incisioni discografiche inedite. Lo dipingono “un musicista sofisticato ed uno degli artisti più sfaccettati e unici della nuova generazione”, per cui la Fondazione Arena lo ha ritenuto il solista ideale per il sesto appuntamento della sua stagione sinfonica al Filarmonico, affidandogli l’esecuzione del Primo Concerto in la minore di Shostakovich, accompagnandolo con la direzione del maestro Francesco Ommassini, attuale segretario artistico della stessa Fondazione.

Una partitura, quella di Shostakovich, che presenta aspetti di grande complessità, specialmente nel primo movimento (Notturno), che negli andamenti melodici del solista ricorda analoghi atteggiamenti di Bartok. Ma anche lo Scherzo seguente, di intonazione piuttosto leggera, spesso dal tratto ironico e grottesco, adotta un tema che si può trovare, quasi alla lettera, nell’ultimo tempo della sua Decima Sinfonia. Infine il terzo movimento: una vera Passacaglia dal tessuto armonico intenso su cui il violino si erge liberamente, concludendola con un’ampia cadenza che sfocia in una Burlesca d’ispirazione popolare, timbricamente colorita e festosa.
Nella pagina del suo connazionale russo, Bouchkov ha sfoggiato risorse tecniche eccezionali nell’esasperare i contrasti d’umore che animano la partitura, ma anche una qualità di suono ed una varietà di colpi d’arco davvero degne di un fuoriclasse. Il Notturno iniziale ha già indicato l’intonazione dolorosa e angosciata che il violinista ha impresso poi a tutto il percorso. La si è ritrovata naturalmente nella plumbea Passacaglia centrale, ma è emersa in primo piano perfino nei restanti tre movimenti, nel sulfureo Scherzo, reso con graffiante aggressività, nella progressione allucinata della lunghissima Cadenza e perfino nella corsa vertiginosa della Burlesque finale, eseguita con un’incisività ed una frenesia davvero travolgenti. Un’interpretazione dove la dimostrazione di bravura tecnica di Buchkov è stata pari all’interesse di una visione estremizzata e modernissima, coraggiosamente lontana da tanti illustri precedenti.
Diverse chiamate in proscenio per lui con calorosissimi applausi al suo indirizzo da un teatro abbastanza folto di pubblico che è poi stato compensato con due bis spettacolari (Bach ed Ysaye).
Il Concerto ha goduto di un dialogo perfettamente equilibrato con l’orchestra, dove all’estro e alla smaltata perfezione di Marc Bouchkov, gli areniani col loro direttore Francesco Ommassini, hanno fatto corrispondere una lucida uniformità di tinte che hanno giovato alla completezza del risultato.

Nella seconda parte della serata era poi contemplata la celebre Sinfonia “dal Nuovo Mondo” di Dvorak, pagina largamente ispirata ai canti negro-americani e alle tradizioni popolari dei pellerossa, di cui siamo ormai francamente assuefatti per averla più volte ascoltata al Filarmonico, della quale Ommassini è sembrato però voler proporre una lettura ripulita dalle incrostazioni di una certa tradizione, tendente ad ispessire i contorni e a gravarla di una retorica epicheggiante. Ascoltando la sua esecuzione nitida, leggera e snella, pulsante in ogni battuta di freschissima vitalità, ci ha fatto pensare a certe incisioni di segno opposto – dei vari Karajan, Giulini, Celibidache, Bernstein del quale negli anni Ottanta (con la Israel Philharmonic) si spinse perfino a dilatare il Largo per oltre 18 minuti – rispetto a questa di Ommassini, peraltro non particolarmente frettolosa.
Il direttore veneziano si è inoltre fatto apprezzare per il rispetto minuzioso delle indicazioni in partitura e la ricerca di una trasparenza che ha reso percepibili tutte le linee interne, normalmente amalgamate in un tutto indistinto. Qualche slancio e un po’ di mordente in più alla sua ottima direzione non avrebbe tuttavia guastato, per esempio nella coda del primo tempo, alla sezione mediana del Largo che si sviluppa in un’improvvisa animazione culminante nel richiamo del tema del primo tempo. Tuttavia l’Allegro con fuoco finale della Sinfonia ha ricevuto una restituzione di notevole spettacolarità, che ha scatenato le ovazioni della sala, e che Ommassini è sembrato aver accolto come la celebrazione gioiosa di una vittoria al termine di un durissimo scontro.
Ad esaltarne l’effetto sul piano della maestosità di sbalzo e della ricchezza dei colori ha provvisto anche l’orchestra areniana, sicuramente solida e provvista di ottime prime parti, con tutto il comparto dei fiati in grande evidenza. Il successo ricevuto dalla Sinfonia dal Nuovo Mondo, non fosse altro per la sua popolarità, era però quasi scontato e a dimostrarlo ha provveduto il pubblico compensando con vistosi applausi tutti gli esecutori.
