Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ne ha parlato con Davide Battisti, Segretario provinciale del Sindacato di Polizia Siulp.
Sembra che il caso Moussa non debba mai finire e con esso anche le difficoltà che deve affrontare l’agente della Polizia Ferroviaria, dopo che la magistratura ha deciso di riaprire il caso. Questo mentre sullo sfondo c’è chi sta quasi santificando l’aggressore del poliziotto. Lei come rappresentate sindacale e poliziotto che ne pensa?
«Solo una precisazione. La G.I.P. del Tribunale di Verona, ha inteso accogliere l’istanza con cui la difesa del cittadino maliano ha proposto opposizione rispetto all’archiviazione formulata dalla Procura della Repubblica di Verona.
A tacere dell’evidente scollamento istituzionale tra i diversi organi della magistratura, è una decisione che lascia francamente attoniti. Da un lato perché asseconda tesi complottiste che vedrebbero i colleghi della Polfer aver attuato una vera e propria messa in scena con alterazione della scena dell’evento, alle 7 e 10 del mattino quando la stazione inizia a riempirsi di pendolari e studenti. Dall’altro perché pare non rassegnarsi e tenere conto alle evidenze riprese nel video integrale (reperibile nelle fonti aperte) girato dal poliziotto che si trovava abbinato a quello che, suo malgrado, ha dovuto rispondere all’aggressione con coltello prefigurandosi il pericolo imminente di vita per l’operatore – utilizzando l’arma di servizio.
Per inciso, ripresa del video eseguita con il proprio smartphone, essendo i poliziotti tuttora non forniti di body-cam individuali. Elemento, quest’ultimo, che dovrebbe indurre ben più di qualche riflessione.
Ma, vede, lo abbiamo detto a chiara voce. Se il paradigma di riferimento per i casi di cronaca che vedono coinvolta la Polizia, deve divenire quello dei fatti opachi di Rogoredo, ce lo si dica chiaramente. Non ci convinceranno ma ne trarremo le debite conclusioni, quali, ad esempio il chiedere di disarmarci, poiché in ogni situazione in cui un agente si vede costretto, mai a cuor leggero, ad utilizzare la forza e gli strumenti che gli vengono forniti in dotazione (lo ricordo, a difesa delle istituzioni democratiche), si vede sistematicamente sottoposto all’esame autoptico da parte di chi, nei giorni, mesi e anni successivi (e non nei pochi secondi in cui i fatti si svolgono!) si prende tutto il tempo di vagliare l’azione degli operatori, mentre per quest’ultimi inizia il preconfezionato linciaggio mediatico, prima ancora del calvario giudiziario, per giunta con un’esposizione di decine di migliaia di euro per gli anticipi delle spese legali che devono sostenere.

Ecco. A tutto ciò, diciamo basta! E, guardate, non siamo mai stati così vicini al punto in cui il delicato equilibrio che viviamo tra il giuramento di fedeltà prestato alla Repubblica e quello che, anche per noi e le nostre famiglie, diviene un istinto di sopravvivenza, rischia di sbilanciarsi verso il secondo, con un’unica conseguenza: quella che, nella morsa della tenaglia appena descritta, qualcuno di noi possa optare per voltarsi dalla parte opposta del pericolo».
Quale è lo stato d’animo a distanza di tempo dell’ agente, la cui unica colpa sembra quella di avere agito nel rispetto delle leggi sull’uso dell’arma di ordinanza per tutelare la propria vita?
«Che vuole che le dica? Come può sentirsi una persona che, come dimostrato chiaramente nel video girato dal proprio compagno di pattuglia, si adopera – dopo essersi reso conto che il cuore del giovane maliano ha smesso di battere – con un disperato massaggio cardiaco, richiedendo immediatamente l’intervento di un’ambulanza e di un defibrillatore (applicando con estrema professionalità i protocolli d’intervento ministeriali), si trova a dover rispondere -per quanto ipotizzato dal GIP nella propria ordinanza- di depistaggio nelle indagini?? !o ritengo che una cosa del genere, non debba appartenere a un Paese democratico come il nostro».
Oggi in Italia chi presta servizio in un Corpo di Polizia è realmente tutelato ? Oppure quando accadono fatti come quello avvenuto alla stazione di Verona, si rischia di restare abbandonati sia dall’Istituzione , sia dallo Stato ?
«Guardi, nel caso di specie, se è esistita una forma di abbandono, quella è da ricercarsi unicamente in chi ha disposto indagini supplettive, sposando la incommentabile serie di teoremi cospirazionisti contenuti nell’opposizione all’archiviazione delle difese del cittadino maliano, dove si giunge financo a mettere in dubbio la professionalità e l’onorabilità del collega, ponendo a suffragio elementi della sua vita privata, totalmente ininfluenti ed irrilevanti per la valutazione dell’unica cosa che avrebbe dovuto essere giudicata, ovvero se vi è stato o meno uso legittimo delle armi e/o legittima difesa».
Come giudica il nuovo Decreto Sicurezza n.23 del 2026 e in particolare quello che concerne la sicurezza urbana e la violenza giovanile, due cose che sono molto sentite dagli italiani costretti a vivere con la paura nell’attraversamento di certe zone delle nostre città o nel prendere ad esempio un treno, invece che un autobus. L’impressione che ha il cittadino che vuol vedere è che non ci sia a monte una vera volontà politica nell’affrontare di petto la deriva che anche a Verona ha raggiunto livelli intollerabili, lei che ne pensa?
«Innanzitutto, il fenomeno delle derive giovanili e di formazione di gang tra cittadini stranieri di seconda generazione che si danno alla macchia, è una problematica diffusa sull’intero territorio. La storia ci insegna che le forme di devianza, così come quelle di criminalità, sono in continua evoluzione e devono trovare, da parte dello Stato, risposte che sappiano essere al passo coi tempi.
Il Decreto Sicurezza, recentemente convertito in Legge, offre luci ed ombre. Individua, ad esempio, correttamente la modalità con cui incidere su determinati fenomeni, ovvero applicando sanzioni amministrative per chi si macchia di alcune tipologie di delitto e, soprattutto, ponendo a carico dei genitori (in caso di colpevoli minorenni) il pagamento delle predette.

Pone un giro di vite sul porto di lame da taglio, definendo che le stesse debbano essere utilizzate, sostanzialmente, per gli scopi per cui sono prodotte e non brandeggiate da parte del bullo di turno.
Di converso, pur tracciando una corretta intenzione, ossia quella di alleviare le posizioni di chi si trova ad essere sottoposto ad indagine per aver agito con chiari esimenti legate alle modalità con cui è stata messa in atto un’azione di legittima difesa, rischia di risultare assai macchinoso senza, di fatto, cambiare alcunché in termini di speditezza nell’esercizio dell’azione penale ed annessa archiviazione.
In sostanza, buona l’idea, ma ben poco pragmatica e produttiva dal punto di vista operativo».
D: E’ di questi giorni la notizia che il prefetto Martino ha deciso di varare le “zone rosse” in quella aree che sembrano al momento le più critiche in città, stazione di Porta Nuova, Piazza Pradaval, Via dei Mutilati, Piazza XXV aprile, zona Porta Vescovo. La loro durata è a tempo determinato dal 18 di maggio all’11 novembre, poi si vedrà… Riporto le parole positive espresse nel 2025 dal prefetto di Napoli Michele Di Bari : “«Molto semplicemente – disse Di Bari a Fanpage – si tratta di circoscrivere una porzione di territorio in una città. Il che non significa minare la libertà di espressione o di movimento in quell’area. Al contrario, significa potenziarla. La zona rossa è uno strumento adottato con provvedimento prefettizio per una ragione precisa: se una persona, un facinoroso, viene individuato come potenzialmente pericoloso e in grado di generare tensione all’interno di quell’area, le forze dell’ordine possono procedere al suo allontanamento immediato. E questo cosa provoca? La tensione si abbassa istantaneamente”. Proprio a Verona i risultati fino ad oggi delle zone rosse non sono certo stati incoraggianti visto che non hanno prodotto alcun risultato significativo. Lei come operatore della Polizia di Stato in linea generale che ne pensa?
Io credo fermamente che non è “spostando” il problema che possiamo pensare di risolverlo. Le rispondo con una domanda, e mi perdonerà. A che serve istituire una zona rossa, senza pensare di, ad esempio, veder assicurata alle patrie galere la persona arrestata che si è macchiata di un reato o senza riuscire a rimpatriare coattivamente chi, in quelle zone, clandestinamente aveva istituito la propria base di spaccio di stupefacenti?
Senza pensare all’atavico problema che affligge le Forze dell’Ordine, ovvero la carenza di organici. Perché per concentrare le vigilanze in determinate zone, servono uomini e donne in divisa. E, lo diciamo da ormai qualche anno, dal 2020 al 2030, andrà in pensione metà dell’attuale Polizia di Stato (40 mila operatori, sui 95000 complessivi) a fronte di assunzioni che, a malapena arrivano a coprire il 70% delle uscite.
Penso intimamente che la si debba finire con gli annunci spot. Se nel nostro Paese, mancano le carceri, si pensi a costruirle, così come se mancano i poliziotti, si pensi ad assumerli ed in numeri adeguati alle esigenze delle varie città.
Tutti parlano di video sorveglianza, ormai sembra diventata una moda, con telecamere piazzate ovunque. Peccato che molte non hanno dietro un operatore che osserva le immagini in tempo reale come si crede erroneamente. Quindi possono servire solamente dopo che il fatto criminale è avvenuto, ma anche qui un clandestino non rischia nulla…Non crede che riempire le città di Tvcc abbia dimostrato abbondantemente che la microcriminalità predatoria se ne fa beffe e che invece sarebbe più opportuna la presenza di una divisa? L’allora ministro dell’Interno Pisanu varò” l’agente di quartiere”, che riscosse il consenso della gente, poi i suoi successori pensarono bene di abolire questa lodevole iniziativa. Quale è il suo punto di vista al riguardo?
«Il poliziotto di quartiere venne istituito quando le file della Polizia di Stato contavano 117 mila operatori. Ora ne contano 95 mila, a causa di tagli scellerati che, a partire dalla Legge Madia, si sono ripercossi in modo draconiano sull’intero apparato di sicurezza. Ormai siamo al collasso. Mai così prossimi al punto di non ritorno. Si è dato seguito all’assurda logica che insiste nel vedere la sicurezza come un costo e non, come dovrebbe essere, un investimento.
Le faccio un esempio molto semplice. Ricerche indipendenti hanno dimostrato che vi è una sorta di renitenza nel venire ad investire nel nostro Paese dall’estero. Ebbene, non si sorprenda nell’apprendere che, una delle principali motivazioni a tali avversioni, parrebbe da ritrovarsi proprio nella lamentata scarsa sicurezza. Insomma, senza le dovute garanzie di sicurezza per le loro aziende, gli investitori esteri faticano ad approdare nei nostri territori. Credo la dica lunga sull’attuale situazione generale.
Quanto alle telecamere, sono certamente strumenti utili al fine delle indagini. Un po’ meno, come osserva lei, dal punto di vista preventivo. Osservo, una volta ancora, che possiamo anche pensare di fissare centinaia di telecamere in ogni centrale operativa, ma senza poliziotti per osservarle, mi fa tornare in mente un celebre proverbio: “non si possono fare le nozze con i fichi secchi”».
Infine due domande. La prima riguarda le “ regole d’ingaggio” degli agenti. Crede che quelle attuali andrebbero riviste alla luce di un tessuto urbano sempre più deteriorato dove spesso gli agenti vengono aggrediti da delinquenti spesso stranieri, che sentono di poter agire impunemente anche contro chi porta una divisa? La seconda domanda: chi oggi delinque spesso non va in galera. Come ha più volte ribadito il Procuratore Capo di Napoli Nicola Gratteri ”sarebbe necessario alzare i minimi delle pene”. Quale è il suo punto di vista?
«Proprio nei giorni scorsi, il dipartimento della pubblica sicurezza ha diramato un protocollo operativo per la gestione delle varie tipologie di intervento. Un prontuario che lascia un alone, per molti dei suoi contenuti, di ovvietà.
Il problema vero è comprendere che se non riusciamo ad affiancare a chi è chiamato ad assicurare alla Giustizia i delinquenti, un sistema capace di garantire la certezza della pena, il lavoro dei primi viene totalmente vanificato, agevolando il perverso meccanismo del gatto che si morde la coda con un unico risultato: poche ore dopo l’arresto, il soggetto che si è macchiato di reato, viene arrestato nuovamente poiché sorpreso nel mentre di una nuova azione criminale.
Con ciò intensificando il già compromesso (e comprensibile!) livello di frustrazione tra le forze dell’ordine.
È vero. Il Legislatore, nei grandi provvedimenti di riforma, prendendo atto della mancata volontà politica di affrontare di petto il problema del sovraffollamento delle carceri, ha pensato che la soluzione risiedesse nello studiare meccanismi con cui si evitasse il carcere a chi commette reati minori. Vede, come prima organizzazione sindacale del Comparto Sicurezza e Difesa, sosteniamo da tempo la figura del “treno della legalità”. Un treno formato da 4 vagoni: Sicurezza, Giustizia (carcere), Scuola e Sanità. Se uno dei 4 vagoni viaggia ad una velocità diversa dagli altri 3, esiste un’unica possibile conseguenza: il deragliamento. Ebbene, credo vi stiamo assistendo inermi, da un ormai troppo dilatato periodo».
