(Emanuele Torreggiani) Ove s’intenda, per retorica, il dire tanto per dire, quel dire che piace tanto sentire più all’orecchio che all’anima. Insomma, il tritume commemorativo buono per un applauso di pragmatica, per un flash d’agenzia, per un pastone (gergale da giornalista) commissionato al praticante di turno, per una gridata televisiva tanto in voga, ah, ‘le grida’ come riecheggiano sempre in questo paese marcio alla midolla; il Manzoni colse nel segno la nostra stirpe ed altroché s’è difficile.

Trentatré anni fa Giovanni Falcone, la sua consorte, gli uomini della scorta, morirono sulla via di Capaci. Trentatré anni, evangelica collimazione. Commemorazioni, fiori, lapidi, improbabili monumenti, esondazioni d’inchiostro, pagine e pagine e pagine. Volumi e comparse telepromozionali, niente di male, beninteso; il fatturato è gettone über alles, soprattutto. Sarà. Scrivere di mafia è difficile. Occorre conoscere la materia. L’uomo. La mafia l’impianta l’uomo. Non si tratta di mafia: l’azione è una matassa ingarbugliata; è molto lineare. La legge e la mafia. In mezzo scorre il danaro. Chi ci sta è amico, chi è contro è il nemico. E il nemico si compera oppure si uccide. Il Leonardo Sciascia, certo, lui e chi altri? Lo scriveva con sapienza in una lingua concreta quanto l’esplosione in autostrada o il cadavere disseccato in una forra. Fu il primo a mettere sotto la luce dei riflettori mediatici il soggetto mafioso. Romanzi che trapassano dal realismo tragico al fantastico sociale; saggi, epistole, articoli, discorsi in quelle aule, talvolta sorde e grigie, bituminose, di Camera e Senato.
Un siciliano che scriveva alla francese. Stendhal, la sua cifra di riferimento, sepolto a Montmartre, vidi la tomba e lessi la commovente epigrafe ‘un milanese’. Poi, dopo Sciascia Leonardo, pervenuto in Milano in cerca del rigore e vigore bonapartista, verosimile nella ‘Certosa di Parma’ e non certo lungo il Sempione e navigli o in quelle piazze dell’alta finanza e presto abbandonata per Parigi… il quadrilatero di Place Vendome… dopo di lui un romanzo capace di lingua in tensione alla verità, al disvelamento, e cos’altro sarà mai il romanzo, trama e intreccio, spoilerazione come si scrive e si legge per mano di intellettuali da tre soldi, quelli che fanno il giringiro promozionale, dai, su, coraggio, ragazzi, il romanzo è lingua. Solo lingua, il resto, le storie: scoria. Lingua il romanzo, lingua vivente.

E trentatré anni fa Giovanni Falcone e trentatré anni fa Paolo Borsellino. È una dozzina di morti appresso. Sì, sono mai sentiti i due siciliani? Ah, come vedono il mondo dall’alto i siciliani! Ciarlare di cancro, di guerra, di conflitto permanente effettivo. Mai. Essi, gemelli nella morte, parlavano di applicare la legge. Semplicemente la legge. Non si dichiaravano in guerra. E avevano coscienza che al comportamento individuale si riconduce ogni parola, atto, omissione.
Durissima l’impresa per la quale ogni legge si dichiara inadeguata. Uno solo si udì parlare di mafia con sapienza, con contezza, con umanità. Con quel sapere dell’uomo ch’è la fossa. Accadde all’indomani della morte di Falcone quando Giovanni Paolo II, il volto già nella sofferenza della lunga malattia, la voce nella tonalità del suono soffocato gridò, ai ‘signori’ mafiosi: “Convertitevi”. Ed era tutto lì, in quella parola maestosa, solenne. Lì si coglieva tutto il Manzoni e l’Innominato. Riecheggia in queste ore ammorbate di leziose buone intenzioni e di esperti all’ingrosso. Convertitevi, cambiate lo stato dell’animo, dal participio passato al presente. È una questione individuale cui, di là dall’individuo, ogni intrapresa pare, per quella che è, peregrina.

