Secondo il libro dello storico Vincenzo De Michele

(Angelo Paratico) Qualche giorno fa ho trovato dal tabaccaio del mio quartiere un interessante libro scritto da Vincenzo Di Michele, “Campo Imperatore 1943 – Quel falso mito della liberazione del Duce. Gli accordi segreti dietro la leggendaria impresa di Skorzeny e dei paracadutisti tedeschi”. L’autore lo ha pubblicato come Edizioni Vincenzo Di Michele.

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Di Michele è uno storico di valore, che si è cimentato con un certo successo su vari temi storici.

La sua apertura è la seguente: “Non sempre le verità si decidono a maggioranza, soprattutto quando si affrontano tematiche dai contorni delicati e di estrema risonanza come quelle contenute nella presente opera. Ecco perché le nuove testimonianze, gli inediti e quant’altro utile in termine di ricerca, sono diventati necessari per rivedere storicamente ciò che concerne la permanenza e la liberazione di Mussolini al Gran Sasso nel settembre del 1943”.

In questo suo libro analizza la liberazione da Campo Imperatore del 12 settembre 1943, andando a intervistare certi personaggi secondari che ebbero un ruolo in questa tragicommedia, seguendo forse gli insegnamenti di Emmanuel Le Roy Ladurie, e guardando con scetticismo alle fonti ufficiali. Parlando decine di anni fa con pastori, attendenti e sottufficiali che hanno seguito questi fatti di portata storica, giunge a conclusioni davvero sorprendenti e difficilmente smentibili.

Cominciamo a dire che il capo del corpo di guardia di Mussolini a Campo Imperatore fu un semplice tenente dei carabinieri, Alberto Faiola e che questo invitò dei suoi amici a venire a giocare a carte con l’ex Duce, fra questi un tale Alfonso Nisi, imparentato con l’autore. Mussolini godeva di una grande libertà e tutti sapevano che stava lì, lo sapevano anche nei paesi vicini al Gran Sasso.

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La figura del capitano Skorzeny, in seguito promosso maggiore, ne esce assai ridimensionata e ricorda che l’attacco tedesco provocò due morti, alla base della funivia: il carabiniere Giovanni Di Natale e il forestale Pasqualino Di Tocco, abbattuti da una raffica dei militari germanici.

Mussolini, in piena depressione, una sera si tagliò i polsi, ma non con grande convinzione e il tenente Faiola e Nistri si precipitarono nella sua stanza e lo soccorsero. I tedeschi arrivarono il 12 settembre alle ore 14; qualcuno gridò: “Eccoli, eccoli!”.

Il re e Badoglio imboccarono i tedeschi per far liberare Mussolini?

Esistono pochi dubbi sul fatto che i tedeschi erano stati imboccati da generali italiani e quasi sicuramente anche dallo stesso Badoglio, che era terrorizzato dall’idea di cadere nelle loro mani e forse barattò la sua salvezza offrendo in cambio Mussolini.

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I tedeschi arrivarono con telecamere e cineprese perché intendevano mostrare al mondo le loro capacità e il loro ardimento. E, in effetti, quelle immagini girarono ovunque. Resta inspiegabile il fatto che il Re e Badoglio, in fuga verso sud dopo il 9 settembre 1943 passando sotto al Gran Sasso, non vollero prelevare Mussolini per consegnarlo agli americani, come avrebbero dovuto fare.

Dopo la presa di possesso dell’edificio a forma di D (avrebbero dovuto seguire due altri alberghi a forma di U e di X) scattarono una foto ricordo nella lobby, aggressori e aggrediti. Va comunque detto che nessuno aveva informato i nostri che con l’8 settembre eravamo in guerra con la Germania.

Badoglio, parlando con la duchessa Antonia Caetani il 10 settembre, le disse che probabilmente i tedeschi avevano già liberato Mussolini. Come poteva saperlo? Facendolo arrivare agli americani sano e salvo, avrebbe vuotato il sacco e parlato delle responsabilità del Re in quella tragedia che era stata la nostra entrata nella II Guerra Mondiale.

E per rafforzare la tesi della stranezza della liberazione del Duce concorrono le testimonianze del carabiniere Nelio Pannutti, di Karl Radl, aiutante di Skorzeny, nelle sue memorie pubblicate in Argentina, del pastore di Fano Adriano Alfonso Nisi, cugino del padre dell’autore, che giocava a carte con il Duce a Campo Imperatore, e di altre persone di Fano Adriano, Alfredo Petrucci e Francesco Riccioni), che frequentavano l’albergo perché amici di Faiola. Come pure l’autore, in relazione alla “segretezza” di chi fosse il prigioniero detenuto sul Gran Sasso, ne smonta l’attendibilità riferendo che la gente del posto in gran parte sapeva trattarsi di Mussolini, citando al riguardo fatti specifici e riportando una dettagliata testimonianza di Roberto Fatigati. 

L’Autore dice: “Il 12 settembre 1943, il Duce viene liberato dai paracadutisti tedeschi, celebrati dalla storia come eroi. Ma la realtà è ben diversa: accordi segreti tra il governo italiano di Badoglio e le forze naziste, ricatti, sotterfugi, e una “liberazione” pre-concordata senza alcuna resistenza”.