(di Gianni Schicchi) Accantonata nelle versioni firmate da Hugo de Ana e da Franco Zeffirelli (forse per sempre data la sua difficile gestibilità), La Traviata di Verdi torna ad inaugurare le stagioni del Festival Opera Arena di Verona col nuovo allestimento affidato allo scozzese Paul Curran. Un nome non nuovo nel campo operistico per le sue diverse apparizioni al Teatro Malibran di Venezia, fin dal 2003 quando la Fenice era ancora in rifacimento dopo l’incendio che la distrusse la sera del 29 gennaio 1996.
Curran, che non ha nascosto di volere una Traviata molto spettacolare e coinvolgente, la vuole ambientata al Moulin Rouge parigino: il più celebre cabaret al mondo per essere diventato la culla storica del French Cancan, l’iconico ballo caratterizzato da gonne sollevate e ritmi frenetici, nato nel 1889 durante la Belle Epoque ed evolutosi come uno dei luoghi di maggiore rilevanza nel panorama sociale e culturale della città. Per questo Curran si affiderà alle scenografie di Juan Guillermo Nova, ai costumi di Stefano Ciammitti, alle luci di Fabio Barertin, con la coreografia di Kyle Lang.
La serata inaugurale è fissata per venerdì 12 giugno alle 21.30 con replica il giorno successivo, sabato 13 alla stessa ora. Ế la ventesima volta che il capolavoro verdiano viene presentato in Arena dove esordì nel 1946 e la serata inaugurale del 12 giugno sarà la sua 154/ma recita. La Traviata chiuderà poi il festival operistico il 12 settembre.
La versione librettistica di Francesco Maria Piave ripete sostanzialmente il piano drammatico del romanzo di Alessandro Dumas figlio, “La dama delle camelie”, scritto a ventitré anni nel 1848. Un dramma che si colloca tuttavia in un circuito di decadenza che il critico francese Paul Bourget salderà con Baudelaire, Renan, Flaubert, i Goncourt e giudicherà come un fenomeno di disperazione moderna, del vero “mal du siècle”, nutrito, rispetto al primo romanticismo, di una accanita osservazione di autocoscienza. Proprio Dumas è quello che indaga con più assiduità questa condizione umana disperata “per un eccesso di pensiero critico, per troppa letteratura, per troppa scienza”.
Nella versione librettistica di Piave le differenze rispetto all’originale dumasiano consistono nella riduzione dell’opera da cinque e tre atti e nella sostituzione dei nomi dei personaggi. Così Margherita Gautier muta il proprio in quello di Violetta Valéry, mentre Armando Duval diventa Alfredo Germont. La struttura dell’opera è la stessa con qualche variazione di poco conto alla fine. Il perseguimento di Dumas è una critica della vita in opposizione al dominio del fantastico e dell’avventuroso, ma in lui il meccanismo intellettuale svela nella composizione l’obbedienza a canoni moralistici e uno schematismo libresco, malgrado che dei suoi personaggi si possano “contare i bottoni della giacca e le vene sulle mani”. Verdi con Traviata accede ad un esempio di realismo e come scrisse a Cesarino De Sanctis: “A Venezia faccio la Dama delle camelie che avrà per titolo, forse, Traviata. Un soggetto dell’epoca. Un altro forse non l’avrebbe fatto per i costumi e per mille altri goffi scrupoli…Io lo faccio con tutto il piacere”.
Il compositore di Roncole aderiva in tal modo all’esortazione di Manzoni in favore della “vrai poésie” e ad uscire dal “langage de convention” in armonia con la lezione romantica, ma introduce pure, attraverso la mediazione del quotidiano, il tema così italiano del sacrificio d’amore, volgendo l’esperienza di Margherita, coinvolta nell’ingranaggio sociale, in un discorso privato, in un problema e conflitto essenzialmente di donna.
Alla première dell’opera esordirà nel ruolo della protagonista, la promettentissima livornese Martina Russomanno, reduce dal Tancredi di Roma e dalla Traviata di Berlino, “una voce taliana che sfida le etichette”, già cantante e attrice a soli 11 anni. Nel 2009 ha partecipato al programma televisivo My Camp Rock, prodotto da Disney Channel, iniziando così un percorso da vera pop star. Successivamente il suo fortuito incontro con il mondo operistico, incominciando con piccoli ruoli (Puccini e Mascagni) fino ad approdare al Mozarteum di Salisburgo, all’Opera di Parigi e all’Opera du Rihn dove nell’ ultima recita è stata accolta da una vera standing ovation dal pubblico. Nella recita di sabato sarà sostituita da Gilda Fiume, soprano collaudatissimo di Sarno, più volte sul palcoscenico del nostro Filarmonico.
Yussif Eyvazov e Gaetano Salas si divideranno invece il ruolo di Alfredo, ambedue presenze ormai di casa. Eyvazov nato ad Algeri, ma cresciuto in Azerbaigian, ha condiviso per dieci anni le fortune teatrali con il celebre soprano russo Anna Netrebko. Salas è un messicano che si è formato negli Stati Uniti dove ha incontrato i primi successi in carriera. Giorgio Germont sarà in ambedue le recite il mongolo Amartuvshin Enkbat, baritono dal grosso spessore artistico che deve proprio a Verona l’inizio di una carriera a dir poco strepitosa.
Anna Werle e Francesca Maionchi ricopriranno i ruoli di Flora e Annina, con Carlo Bosi (visconte di Letoriéres), Nicolò Ceriani (barone Douphol), Gezim Myshketa (marchese d’Obigny), Mariano Buccino (dottore Gtrenvil).
Dirigerà il maestro Michele Spotti (le tre ultime recite rimpiazzato da Francesco Ivan Ciampa): ormai una sicurezza per gli spazi areniani. Il trentatreenne musicista di Cesano Maderno è già una affermatissima bacchetta che ha guadagnato il podio internazionale con una sicurezza e determinazione incredibili. Ricopre infatti la direzione musicale dell’Opera di Marsiglia, ma è anche il direttore ospite stabile dell’Opera di Berlin, ma si è espresso, da tempo, nei migliori teatri europei.
Trama di La Traviata
Prima rappresentazione, Venezia Teatro La Fenice, 6 marzo 1853.
La bella e famosa mondana Violetta Valery (soprano), attuale amante del barone Douphol (baritono), ha dato un fastoso ricevimento. All’amica Flora Bervoix (mezzosoprano) confida di voler annegare nell’ebbrezza il dolore e le pene che le dà la salute malferma. Gastone di Letorières (tenore) le presenta un giovine, Alfredo Germont (tenore), suo fervido ammiratore. Questi brinda invitando Violetta a ballare, ma dopo pochi passi la donna, presa da una violenta crisi di tosse, deve fermarsi.
Alfredo le dichiara il suo amore e Violetta gli dà una camelia, il suo fiore prediletto, promettendo di rivederlo quando sarà appassita. Gli invitati se ne vanno e Violetta, rimasta sola, si rende conto di essere seriamente innamorata.
Nel secondo atto, Violetta e Alfredo vivono felici in una villa fuori Parigi, lontano dalla vita mondana. Ma lui viene a sapere dalla cameriera Annina (mezzosoprano) che Violetta ha dovuto vendere i gioielli per pagare le loro spese e parte immediatamente per la capitale allo scopo di procurarsi del denaro. Violetta rimasta sola, riceve la visita del padre di Alfredo, Giorgio Germont (baritono), il quale le chiede di troncare la relazione che minaccia di portare il figlio alla rovina. Violetta sdegnata gli dimostra di aver venduto i suoi gioielli pur di non chiedere denaro all’amante. Germont, colpito, cambia tono e la scongiura di rinunciare ad Alfredo per non rovinare la felicità di sua figlia, il cui fidanzamento minaccia di naufragare se lo scandaloso legame non sarà troncato.
Violetta, non senza una intima lotta, accetta di sacrificare la propria felicità per il bene di Alfredo e dei suoi cari. Germont è commosso. Quando Alfredo ignaro ritorna, Violetta parte. Il giovane crede che si rechi semplicemente a fare una visita, ma quando apprende che è partita per Parigi avendo accettato un invito di Flora, si ingelosisce. Il padre tenta di consolarlo ricordandogli la casa della sua infanzia.
La seconda scena dell’atto si apre con la festa nella casa di Flora e con l’arrivo di Violetta accompagnata dal barone Duphol. Alfredo è al tavolo da gioco e finge indifferenza. Violetta lo scongiura di andarsene perché teme che il barone lo provochi a duello, ma il giovane risponde che se andrà a condizione che lei lo segua. Violetta è costretta a rivelargli che ha giurato al barone di non rivederlo più. Alfredo allora le getta ai piedi il denaro vinto al gioco; il padre sopraggiunto lo rimprovera per quel gesto, ma non gli rivela ancora la verità.
Nel terzo atto Violetta è a letto, malata e senza speranza. In una lettera il vecchio Germont le annuncia di aver rivelato la verità ad Alfredo che sta per raggiungerla. Violetta piange di felicità, ma teme che egli giunga troppo tardi. Lui arriva e Violetta è finalmente tra le sue braccia. Arriva anche il vecchio Germont che adesso la considera come una figlia. Troppo tardi. Violetta muore tra le braccia dell’unico amore della sua vita.
