(a.z.) La vicenda degli stipendi dei magistrati ripropone una domanda che da troppo tempo è senza risposta: chi controlla il potere giudiziario? La lunga battaglia a colpi di ricorsi e raccomandate sugli stipendi dei magistrati del triennio 2018-2020 sembra ormai avere un esito definitivo. Dopo aver ottenuto ragione davanti al Tar e al Consiglio di Stato, la magistratura ha nuovamente chiamato in causa i giudici amministrativi per ottenere un adeguamento retributivo superiore a quello riconosciuto dal Governo.

L’ordinanza n. 5140/2026 concede all’Esecutivo tempo fino al 5 settembre per definire le modalità di adeguamento, ma certifica anche che l’Istat ha rivisto i calcoli: l’aumento passa dal 4,85% al 6,22%, con un maggior costo stimato di circa 200 milioni di euro per i contribuenti italiani, pari a una media di circa 16 mila euro per magistrato, che è bene ricordarlo sono già lautamente pagati.

La disputa è apparentemente tecnica, tuttavia la questione è anche politica e soprattutto di giustizia ed equità sociale, perché nei momenti di difficoltà, c’è chi non rinuncia mai a nulla. Secondo il Consiglio di Stato, il Governo avrebbe calcolato gli adeguamenti su basi errate, escludendo alcune indennità, non considerando categorie come le Autorità indipendenti e privilegiando una media ponderata che avrebbe penalizzato il risultato finale. Ma il punto politico è un altro. Ancora una volta è la magistratura a ottenere, attraverso decisioni di organi giurisdizionali, un beneficio economico che riguarda sé stessa.

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Quando il potere dei magistrati finisce per essere giudicante e giudicato

Anche se il sistema rispetta formalmente tutte le regole dell’ordinamento nazionale, è inevitabile che si alimentino dubbi sulla percezione di imparzialità quando un potere dello Stato finisce per essere, più o meno indirettamente, giudicante e giudicato.
La partita economica però è tutt’altro che conclusa. Il decreto relativo al triennio 2021-2023, che riconosce un aumento del 6,69%, è già stato impugnato con le stesse motivazioni, mentre quello per il periodo 2024-2026 dovrà inevitabilmente adeguarsi agli orientamenti espressi dal Consiglio di Stato. È quindi prevedibile che nuovi oneri aggiuntivi ricadano sulla finanza pubblica, con il rischio che il costo cumulato arrivi ad oltre un miliardo di euro, causando reali problemi sulla prossima manovra finanziaria in arrivo tra quattro mesi.

Infatti, in un Paese che fatica a contenere il debito e chiede continui sacrifici ai cittadini, con tasse e minori servizi, la questione assume un rilievo economico e di equità. Non a caso, il sistema giustizia in Italia, assorbe risorse enormemente superiori a quelle destinate agli organi politici e continua a vedere crescere la propria spesa, senza per altro essere sottoposto a nessun giudizio, a differenza della politica, dove per lo meno i rappresentanti sono votati.

Al tempo stesso, la grande riforma della giustizia è rimasta incompiuta, con l’esito del referendum, che ha fatto perdere al nostro Paese un salto in avanti enorme, sotto il profilo della giustizia sociale e dell’efficienza economica e gestionale del sistema giustizia stesso. È qui che si è persa la vera occasione: affrontare il tema dell’efficienza, della responsabilità e dei contrappesi di un potere fondamentale dello Stato, non doveva essere una battaglia politica contro il governo, ma una scelta sulla reale sostenibilità del futuro del nostro Paese.

L’indipendenza della magistratura è un principio irrinunciabile. Ma indipendenza non può significare assenza di controlli o di accountability. In un Paese come l’Italia, una democrazia matura, che deve tornare ad avere il ruolo che le compete nel Mediterraneo ed in Europa, ogni potere deve essere bilanciato e orientato all’interesse nazionale e non a quello particolare di questa o quella casta. Continuare a rinviare questa riflessione significa lasciare irrisolto quello che resta uno dei principali nodi istituzionali del Paese, necessario per far ripartire davvero il paese, al pari della questione energetica e geopolitica.


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