L’allarme lanciato dal presidente di FederPetroli Italia, Michele Marsiglia, non può essere liquidato come semplice catastrofismo: nei prossimi mesi il gasolio potrebbe arrivare a 3 euro al litro se la crisi mediorientale e le difficoltà nello Stretto di Hormuz dovessero aggravarsi e unirsi all’immobilismo politico di UE ed Italia. Il presidente di federpetroli sottolinea inoltre come il problema più preoccupante possa diventare quello del gas, con conseguenze a cascata sull’intero sistema energetico, dato che gli stoccaggi europei sono sotto il livello di scorta degli anni scorsi.

Il punto è proprio questo: continuiamo a ragionare come se l’energia fosse una variabile secondaria, quando invece rappresenta uno dei pilastri della competitività di un Paese industriale come l’Italia, che è la seconda manifattura del continente europeo.

Da Washington tentano di far arrivare messaggi rassicuranti, che però si scontrano con la realtà. Il segretario al Tesoro americano Scott Bessent è arrivato a sostenere che Hormuz potrebbe diventare sostanzialmente “irrilevante” entro 2 anni, grazie allo sviluppo di rotte e oleodotti alternativi. Ma nel breve e nel medio periodo la realtà racconta qualcosa di molto diverso, dato che sono i Pasdaran a controllare lo stretto e a tenere sotto scacco gli americani, che stanno vincendo la guerra solo nelle dichiarazioni mediatiche, ma non sul campo e sui mari.

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Ancora oggi, infatti, attraverso Hormuz transitano quantità enormi di energia: nel 2025 vi sono passati circa 110 miliardi di metri cubi di GNL, quasi un quinto dell’offerta mondiale. E le alternative non si costruiscono con le dichiarazioni politiche: il nuovo oleodotto Iraq-Siria pensato proprio per ridurre la dipendenza dallo Stretto potrebbe richiedere circa quattro anni e investimenti nell’ordine dei 15 miliardi di dollari.
E lo stesso vale per il collegamento saudita che porta direttamente al Mar Rosso, che però è ancora molto limitato nelle portate

Nel frattempo paghiamo noi. Il traffico attraverso Hormuz resta fortemente rallentato e il Brent è tornato attorno ai 92 dollari al barile. In Italia il problema si somma a quello dell’elettricità: il PUN ha raggiunto 177,16 €/MWh a inizio agosto, il 3 agosto aveva superato quota 197 e nella settimana 10-16 agosto la media è rimasta a 172,17 €/MWh. In diverse giornate siamo quindi ormai stabilmente nell’area 175-200 €/MWh, livelli difficilmente sostenibili nel breve termine per famiglie e imprese.

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È arrivato il momento di essere più realisti e concreti. L’Italia non può continuare a subordinare la propria politica energetica alle ideologie, a transizioni costruite senza sufficiente attenzione ai costi e agli interessi altrui e soprattutto senza considerare il bene della nostra economia e del nostro Paese. Servono diversificazione delle forniture, produzione nazionale, gas, rinnovabili, biocarburanti, nucleare e soprattutto diplomazia energetica con tutti i Paesi disponibili a garantirci energia a condizioni competitive, Russia, Iran, paesi africani e centrasiatici compresi.

Realismo geopolitico e interesse nazionale devono tornare al centro della politica italiana ed europea. Perché alla fine guerre, sanzioni, errori strategici e dipendenze energetiche non vengono pagate nei palazzi: sono pagati, fin troppo, alla pompa di benzina, nelle bollette delle famiglie e nei bilanci delle imprese. E continuando così il rischio è molto semplice: rendere sempre più poveri gli italiani