Rischiamo un coinvolgimento nella guerra di Stati Uniti e Israele contro l’Iran?
A fine luglio vi è era stata una polemica tra il ministro della Difesa Crosetto e le opposizioni in merito allo schieramento, come riportato da Fausto Biloslavo su” il Giornale” ed anche da” Rivista Italiana Difesa”, di un contingente italiano in Arabia Saudita a difesa di Kuwait-Bahrein e Arabia Saudita.

Federico Dal Cortivo per l’Adige di Verona ha intervistato il generale di Corpo d ‘Armata Maurizio Boni, già vicecomandante dell’Allied Rapid Reaction Corps (ARRC) di Innsworth (Regno Unito), capo di stato maggiore del NATO Rapid Reaction Corps Italy (NRDC-ITA) di Solbiate Olona (Varese), nonché capo reparto pianificazione e politica militare dell’Allied Joint Force Command Lisbon (JFCLB) a Oeiras (Portogallo).
Generale Boni innanzitutto ci può fare una breve panoramica sullo stato attuale delle operazioni militari nel Golfo Persico e la situazione geopolitica nell’area ?
«La tregua di 60 giorni siglata a Islamabad il 17 giugno tra Stati Uniti e Iran è scaduta il 17 agosto senza proroga, ma Washington ha rifiutato di rinnovarla. Tuttavia, gli Stati Uniti non dispongono di opzioni militari convenzionali in grado di riaprire lo stretto di Hormuz con la forza, o di capovolgere le sorti del conflitto. Gli USA dispongono di scorte fortemente ridotte di munizionamento che non consentono di avviare una nuova fase della guerra, e gli iraniani hanno gravemente danneggiato il sistema di supporto logistico alla flotta nella regione.
La marina americana non solo deve rimanere molto al largo delle coste iraniane per non essere colpita dai sistemi antinave iraniani, ma ha forti limitazioni di accesso ai porti mediorientali che la dovevano rifornire, a partire dal principale hub logistico della V Flotta in Bahrein, con evidenti ricadute operative negative. Nel frattempo, le Monarchie del Golfo rimangono esposte come non lo erano da tempo, prive di sistemi di difesa aerea e antimissile sufficienti a proteggere le proprie infrastrutture energetiche da un’eventuale ritorsione iraniana, qualora Washington o Israele tornassero a fare ricorso alla forza.

Ma per capire davvero cosa sta accadendo nel Golfo bisogna guardare oltre il confronto diretto Washington-Teheran poiché siamo in presenza di un mosaico di fronti che si alimentano a vicenda, la cui somma è più preoccupante di ciascuno preso singolarmente.
La riapertura del conflitto tra le forze governative dello Yemen e gli Houthi (i ribelli filoiraniani), gli attacchi di questi ultimi alle infrastrutture energetiche dell’Arabia Saudita, il blocco navale del Mar Rosso, gli attacchi dal territorio iracheno di gruppi armati legati a Teheran contro infrastrutture petrolifere saudite, il Libano, la Siria dove la Turchia, la Russia e, recentemente, anche l’Ucraina, si contendono la lealtà del nuovo governo.
È uno scenario di grande complessità, con molti attori e agende geopolitiche che si sovrappongono, in cui ogni fronte conserva una propria logica locale ma tutti insieme concorrono a un livello di instabilità regionale elevatissimo e in cui, al momento, non emerge da nessuna delle parti una via diplomatica credibile per un’inversione di rotta».
Nel sito della Difesa si legge che i nostri militari dovrebbero “garantire alla sorveglianza, difesa dello spazio aereo e protezione degli interessi nazionali nell’area”. Quali sarebbero gli “interessi nazionali” da difendere secondo l’attuale governo?
Non ci basta il sovvenzionare la guerra ucraina, ora abbiamo anche soldi e uomini da inviare in un aerea ad altro rischio. Per una volta tiriamo in ballo con una voluta forzatura la storia passata: Roma volendo fare un paragone, pare voler imitare… il Conte di Cavour quando inviò nel 1853 i Bersaglieri nella guerra di Crimea a fianco degli anglo francesi e ottomani contro la Russia per averne poi dei vantaggi futuri. Oggi schiera forze dell’Esercito e Aeronautica Militare a fianco delle monarchie del Golfo e degli Stati Uniti e Israele…Similitudini e differenze , tra ieri e oggi?
«Sul sito della Difesa si parla di “sorveglianza, difesa dello spazio aereo e protezione degli interessi nazionali nell’area”, una formula che compare in molti mandati di missione e che, di per sé, dice poco sul contenuto concreto degli interessi in gioco. Sul piano tecnico-militare le task force italiane operano oggi con compiti ben definiti quali allarme precoce, comando e controllo, difesa aerea, trasporto tattico, sorveglianza radar e contrasto ai sistemi aerei senza equipaggio.
Meno definito è il salto compiuto rispetto al mandato originario in quanto quei reparti nascono nell’ambito della missione di addestramento delle forze curdo-irachene e di contrasto allo Stato islamico nell’Iraq settentrionale, non per difendere Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati da Iran e Houthi, a circa 1.600 chilometri di distanza dal teatro operativo originario.
Quanto al parallelo storico, i Bersaglieri di Cavour partirono per la Crimea con un obiettivo politico-diplomatico esplicito, discusso in Parlamento: un seggio al tavolo di pace per la causa dell’unità italiana, ottenuto poi al Congresso di Parigi.
La differenza sostanziale con la situazione attuale è proprio questa poiché non è altrettanto esplicito quale sia il vantaggio strategico perseguito con l’attuale schieramento, al di là di una solidarietà generica verso le monarchie del Golfo (e gli Stati Uniti), sostenuta da una capacità operativa modesta a fronte dell’immensità delle forze in gioco e della possibile minaccia. Con gli elementi oggi disponibili è difficile individuare vantaggi altrettanto definiti quanto quelli perseguiti nell’Ottocento, mentre i rischi appaiono più immediatamente evidenti».

Quali e quante sono le forze dispiegate sul terreno, dove sono posizionate e di quali armamenti e mezzi dispongono? In caso di attacco che possibilità avrebbero di difendersi e difendere?

Dove sono i militari italiani?
«I dati resi pubblici parlano di due raggruppamenti. La Task Force Air-Arabia, circa 400 militari dell’Aeronautica, è schierata tra Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein, con base principale alla King Fahd Air Base di al-Taif, in Arabia Saudita. La Task Force Land-Cerbero, circa 260 militari dell’Esercito, è dislocata tra Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. In totale, circa 660 militari italiani nell’area.
Quanto agli assetti: una batteria antimissile Samp-T, un sistema radar Kronos in Arabia Saudita e uno in Bahrein, una batteria Skynex negli Emirati per il contrasto ai droni; sul piano aereo, il velivolo E-550A CAEW del Task Group Argo per sorveglianza avanzata e comando e controllo, quattro Eurofighter F-2000A del Task Group Typhoon, e un C-130J per trasporto tattico ed evacuazione sanitaria.

Proprio la loro presenza ad al-Taif, base utilizzata dai sauditi anche per le operazioni contro lo Yemen, espone l’Italia al rischio di essere percepita come parte belligerante dagli Houthi, mentre i sistemi di difesa aerea impegnati negli Emirati intercettano droni e missili diretti controle basi della coalizione nel Golfo. Di fatto, nel corso del presente conflitto, nella base kuwaitiana di Ali Al Salem l’Aeronautica italiana ha perso un drone MQ9 Reaper e ha subito danni a due Eurofighter Typhoon.
È la dimostrazione che la vulnerabilità non è teorica. Va detto per completezza d’informazione che a oggi non risultano minacce dirette all’Italia da parte delle milizie yemenite e a inizio agosto un mercantile italiano scortato dalla fregata Bergamini della Marina Militare ha attraversato lo stretto di Bab el-Mandeb senza incidenti».
A tutt’oggi l’Italia è impegnata in 43 operazioni e missioni (22 Operazioni e 21 Missioni), di cui 3 Operazioni sul territorio nazionale (Strade Sicure, Difesa Aerea Nazionale, Vigilanza Pesca) e 40 Operazioni/Missioni fuori dal territorio nazionale. Generale Boni non le sembra che la nostra presenza fuori dai confini nazionali sia sovra estesa rispetto ai nostri mezzi?
«Questo è un tema che si presta a semplificazioni e strumentalizzazioni. Gli impegni al di fuori del territorio nazionale sono il frutto di valutazioni di politica militare e non possono essere giudicati a prescindere. Vanno valutati caso per caso, sulla base degli interessi nazionali effettivamente in gioco in ciascuno scenario, e sulla credibilità del Paese in ambito internazionale. Detto questo, un conto è un impegno con un obiettivo politico-strategico chiaro e un rischio proporzionato, un altro è un impegno il cui vantaggio nazionale resta da dimostrare.

Nel nostro caso, il quadro complessivo evidenziato pone una domanda legittima sulla sostenibilità, soprattutto quando si tratta di assetti ad alta specializzazione e in numero limitato, come le batterie Samp-T o gli assetti C2 aviotrasportati, già impegnati su più fronti: dal fianco est della Nato ai Balcani, dal Mediterraneo al Mar Rosso con Aspides, dall’Iraq al Libano con Unifil, e ora ulteriormente estesi nel Golfo.
Sul fronte interno, poi, c’è un capitolo che le stesse Forze Armate (in particolare l’Esercito) segnalano da tempo con una certa insistenza, quale quello dell’impiego eccessivo di personale in compiti di vigilanza come Strade Sicure perché sottrae uomini e tempo a un addestramento più complesso e comunque più coerente con il profilo d’impiego del proprio personale.
Non è la criticità di un anno soltanto, ma un tema strutturale, portato più volte in Parlamento. Tenere insieme impegni internazionali crescenti e un compito di ordine pubblico interno che assorbe risorse rilevanti è la vera domanda a cui la politica dovrebbe rispondere con maggiore chiarezza. Paradossalmente, alcune forze politiche intendono incrementare il numero di personale militare impiegato con questa funzione».

In caso di una ripresa della guerra, che non è certo da escludere, a quali rischi concreti andrebbero incontro i nostri militari e da parte di chi nella Regione, visto che gli attori sono molteplici? Quali le conseguenze politiche interne se vi fossero delle vittime?
«Come abbiamo visto, gli attori potenzialmente coinvolti sono molteplici e non tutti allineati sugli stessi obiettivi. In un quadro molto differenziato e instabile come quello che abbiamo descritto sarebbe anche difficile attribuire con certezza la responsabilità di eventuali attacchi. In ogni caso, quando si schierano delle unità sul terreno in scenari bellici, in una dimensione internazionale, la cosiddetta “matrice dei rischi” (a fronte dei possibili benefici politico militari) deve essere ben sviluppata.
Dopodiché, le valutazioni tecniche vengono accettate o ridimensionate dal livello politico e tradotte in prassi operativa. Si tratta di un principio di carattere generale in rispetto del quale qualunque governo è chiamato a rispondere delle conseguenze delle proprie decisioni. Il caso in esame non fa eccezioni. Non voglio neanche prendere in considerazione gli scenari peggiori, ma il tema della proporzionalità tra il rischio assunto e l’interesse nazionale che lo giustifica, è quello sul quale la politica farebbe bene ad arrivare preparata, prima che i fatti la costringano a farlo».
