(di Francesca Romana Riello) All’ospedale di Borgo Trento è stato eseguito il primo impianto in Veneto di elettrocateteri direzionali di nuova generazione per la stimolazione cerebrale profonda (DBS), su un paziente con malattia di Parkinson: uno dei primi interventi di questo tipo in Italia. Il dispositivo, a sedici contatti, permette di indirizzare con maggiore precisione gli impulsi elettrici nel cervello e di adattare la stimolazione alle caratteristiche del singolo paziente.
A Verona la stimolazione cerebrale profonda si utilizza da vent’anni, soprattutto per il Parkinson ma anche per tremore essenziale e distonia. Quello che cambia con questa nuova generazione di elettrocateteri è la possibilità di decidere con maggiore precisione dove indirizzare la stimolazione.
Gli elettrocateteri vengono posizionati in specifiche strutture cerebrali e, attraverso impulsi elettrici, intervengono sui circuiti responsabili di sintomi come tremore, rigidità e lentezza dei movimenti. Con i nuovi dispositivi a 16 contatti aumenta di oltre il 200 per cento l’ampiezza direzionale della stimolazione rispetto alla generazione precedente.
Vent’anni di esperienza a Borgo Trento
L’intervento è stato eseguito da un’équipe multidisciplinare formata dai neurochirurghi Michele Longhi, Alberto Feletti e Antonella Lombardo e dal neurologo Giorgio Tommasi. Il lavoro coinvolge l’Uoc Neurochirurgia B, diretta da Francesco Sala, l’Usd Stereotassi diretta da Antonio Nicolato e l’Uoc Neurologia A, diretta da Bruno Bonetti.
A Borgo Trento il percorso ha già una storia lunga: nei pazienti con Parkinson trattati qui, la sola DBS ha portato mediamente a un miglioramento del 65-70 per cento della sintomatologia motoria complessiva, con una riduzione del 75 per cento delle fluttuazioni motorie e dell’80 per cento delle discinesie. Anche la terapia farmacologica è stata ridotta, in media, del 70 per cento.
È in questa fase della malattia, quando i farmaci continuano a funzionare ma non riescono più a controllare i sintomi per tutta la giornata, che la DBS diventa una delle principali possibilità terapeutiche.
Non tutti i pazienti con Parkinson, però, possono essere sottoposti alla DBS. La selezione viene effettuata dall’équipe insieme a psichiatri e neuropsicologi e tiene conto delle condizioni generali, della situazione cognitiva e comportamentale e delle caratteristiche della malattia. Dopo l’intervento continua poi il lavoro del neurologo, che nel tempo regola sia la stimolazione elettrica sia la terapia farmacologica.
Parkinson, la stimolazione diventa più precisa
Il salto tecnologico sta proprio nei 16 contatti. Una volta posizionato l’elettrocatetere, il campo elettrico può essere orientato in maniera più precisa verso la zona da trattare. La copertura dell’area cerebrale interessata diventa più estesa e dettagliata e aumentano le possibilità di programmazione della terapia.
Si tratta di scegliere meglio dove far arrivare la stimolazione, non semplicemente di renderla più forte. L’obiettivo è raggiungere i circuiti su cui si vuole intervenire, evitando per quanto possibile quelli vicini che potrebbero causare effetti indesiderati. Per il paziente significa una terapia costruita in maniera più mirata già dalle prime fasi successive all’intervento.
In sala operatoria cambia soprattutto la rapidità con cui si raggiunge la precisione. «Questa nuova generazione di elettrocateteri ci permette di raggiungere una precisione di stimolazione superiore in tempi più rapidi», spiegano Michele Longhi e Alberto Feletti: un guadagno di tempo che incide sul comfort del paziente e sull’organizzazione della sala operatoria.
Neurochirurghi e neurologo individuano il punto in cui collocare gli elettrocateteri attraverso immagini cerebrali avanzate e un’esplorazione neurofisiologica condotta durante l’intervento: è uno dei passaggi più decisivi della DBS. La tecnologia a 16 contatti lascia poi un margine maggiore per orientare e modulare la stimolazione nel tempo.

Quando i farmaci non bastano più
La DBS viene utilizzata soprattutto nella fase avanzata del Parkinson. Giorgio Tommasi indica tra i possibili candidati i pazienti fino ai 70 anni nei quali i farmaci continuano a dare una buona risposta, ma durante la giornata compaiono fluttuazioni motorie oppure discinesie, cioè movimenti involontari che finiscono per compromettere la qualità della vita. La stimolazione può essere indicata anche quando il tremore non viene controllato adeguatamente dai farmaci antiparkinsoniani.
Il candidato deve essere in buone condizioni generali, senza importanti disturbi cognitivi o comportamentali. La decisione arriva quindi da una valutazione che guarda alla situazione complessiva della persona, non soltanto ai sintomi motori.
A Verona l’esperienza maturata mostra che, nei pazienti selezionati, la DBS incide direttamente sulla vita quotidiana: aiuta a recuperare autonomia e relazioni sociali, e in alcuni casi anche la possibilità di tornare al lavoro. Non si tratta soltanto di ridurre un tremore o rendere più regolare un movimento.
Una possibilità destinata ad avere un peso crescente: in Europa le persone che convivono con il Parkinson sono oltre 1,2 milioni e le stime indicano un possibile raddoppio dei casi entro il 2030.
