(Claudio Beccalossi) Non ha smosso particolari rievocazioni ufficiali, nemmeno dove venne al mondo, il 9° anniversario della scomparsa di Gastone Moschin (San Giovanni Lupatoto, Verona, 8 giugno 1929 – Ospedale Santa Maria di Terni, 4 settembre 2017), a parte quelle di comunità online e piattaforme social specifiche relative a titoli al top della sua copiosa filmografia.
Il versatile attore cinematografico è passato attraverso vari generi ed interpretazioni, dallo spaghetti-western al poliziottesco, dal drammatico al comico, con vasti affondi nella commedia all’italiana ed in teatro, televisione e prosa radiofonica Rai, alternando egregiamente leggero, tragedia, classici e contemporanei, saltuariamente doppiatore. Con sconfinamento perfino nel fotoromanzo, “Il re si diverte (Rigoletto)”, (“I romanzi di Sogno”, n. 225, 1° aprile 1966).
Deceduto in terapia intensiva per l’aggravarsi d’una cardiopatia cronica, il suo funerale è stato celebrato il 6 settembre 2017 nel santuario della Madonna del Ponte a Narni Scalo (Terni), con susseguente cremazione a Viterbo.
La trilogia di “Amici miei”
Moschin fu l’indimenticabile componente della sgangherata compagine dalle zingarate goliardiche della trilogia di “Amici miei” (la prima pellicola del 1975, sotto la regia di Mario Monicelli, la seconda del 1982, “Amici miei – Atto II°” ancora diretta da Monicelli e la terza del 1985 “Amici miei – Atto III°” firmata da Nanni Loi). Con lui nei panni dello scapolo, romantico e sognatore, architetto Rambaldo Melandri, personaggio chiave assieme al conte Raffaello Mascetti, al giornalista Giorgio Perozzi, al professor Alfeo Sassaroli ed al barista Guido Necchi (interpretati rispettivamente da Ugo Tognazzi, Philippe Noiret, Adolfo Celi e, nel primo film, da Duilio Del Prete e, negli altri due, da Renzo Montagnani).
Incisive (tra molte altre) furono le parti del capo fascista Carmine Passante in “Gli anni Ruggenti”, regia di Luigi Zampa (1962); di Adolf, il tedesco in “Sette uomini d’oro”, regia di Mario Vicario (1965); del ragionier Osvaldo Bisigato in “Signore & signori”, regia di Pietro Germi (1966); di Mariotti, delegato di polizia in “Ninì Tirabusciò, la donna che inventò la mossa”, regia di Marcello Fondato (1970); di Ugo Piazza in “Milano calibro 9”, regia di Fernando Di Leo (1972);
di Don Camillo in “Don Camillo e i giovani d’oggi”, regia di Mario Camerini (1972); dell’on. Filippo Turati in “Il delitto Matteotti”, regia di Florestano Vancini (1973); di Edmondo Castorini in “Paolo il caldo”, regia di Marco Vicario (1973); di Don Fanucci in “Il padrino – Parte II (The Godfather Part II), regia di Francis Ford Coppola (1974); del dottor Trigona in “Una spina nel cuore”, regia di Alberto Lattuada (1986); di Carlo Tofani Geko da anziano nello scomodo “Porzûs”, regia di Renzo Martinelli (1997).
I genitori di Gastone furono Giuseppe ed Amalia Baschera che, con il figlio di 7 anni, si trasferirono a Milano per motivi di lavoro del padre. La famiglia fece ritorno a San Giovanni Lupatoto nel corso del secondo conflitto mondiale per poi rientrare nel capoluogo meneghino dove il giovane si diplomò geometra e s’impiegò in banca.

Gli esordi
L’ambizione a recitare lo deviò a Roma, alla frequenza dell’Accademia d‘arte drammatica in cui si diplomò nel 1955. Nello stesso anno, stando alla filmografia accreditata, fece parte del cast de “La rivale”, con la regia di Anton Giulio Majano (Chieti, 5 luglio 1912 – Marino, Roma, 12 agosto 1994), mostro sacro di sceneggiature, regista di cinema e televisione, prosa radiofonica e televisiva Rai, tra i grandi realizzatori degli sceneggiati televisivi italiani nel loro periodo di massimo fulgore (nel ventennio Anni Sessanta e Settanta del secolo scorso, circoscrivile soprattutto, secondo esperti del settore, dal 1967 al 1979).
Moschin debuttò in televisione nel 1956 ne “L’istantanea sotto l’orologio” di Gastone Tanzi, diretto da Edmo Fenoglio (Torino, 4 giugno 1928 – Torino, 7 settembre 1996), mentre in teatro fece il suo esordio nel 1955 ne “I mariti” del drammaturgo Achille Torelli, regia di Mario Ferrero (Firenze, 25 maggio 1922 – Vicchio, Firenze, 9 settembre 2012), con il Teatro Stabile di Genova che vide in scena, oltre a lui, Valeria Valeri, Enrico Maria Salerno, Warner Bentivegna, Mercedes Brignone, Enrica Corti.
Gastone sposò, nel 1960, la collega attrice e doppiatrice Marzia Ubaldi (Milano, 2 giugno 1938 – Narni, Terni, 21 ottobre 2023). Anche le esequie di quest’ultima sono state officiate nel santuario della Madonna del Ponte, a Narni Scalo. La coppia ebbe nel 1963 la figlia Emanuela che seguì, per un certo lasso di tempo, le orme interpretative dei genitori che si separarono quando lei aveva 7 anni.

In seguito, il Melandri di “Amici miei” convolò a nozze con la francese Christiane Lhuillier trasferendosi a vivere, dal 1990, a Capitone, frazione di Narni, in cui la seconda moglie, medico omeopata, aprì un maneggio di cavalli, primo centro d’ippoterapia dell’Umbria. Nonostante avesse rallentato l’attività artistica per problemi di salute e dopo essersi riavvicinato alla prima moglie, costituì con lei e la figlia Emanuela, a Terni, la scuola di recitazione “MUMOS” (denominazione ricavata dalle iniziali di Marzia Ubaldi Moschin), nella quale i tre furono docenti, fino alla primavera del 2013.
Oggi Emanuela, riposti nel cassetto dei ricordi i suoi trascorsi d’attrice e d’insegnante di recitazione, gestisce a Narni un allevamento professionale di cani (Albornoz di Monte Arnata Kennel) riconosciuto ENCI/FCI, specializzato nella selezione di razze quali il chihuahua, il volpino di Pomerania e lo zwergschnauzer (schnauzer nano).
La venuta della figlia Emanuela
Venne a San Giovanni Lupatoto, nel novembre 2017, in occasione d’un revival voluto da amministrazione comunale e cineforum in memoria del celebre lupatotino di nascita, deceduto pochi mesi prima. Emanuela Moschin, infatti, presenziò alla proiezione, nel cinema teatro “Astra”, del film sempreverde “Amici miei” e rievocò le estati da bambina, quando, durante le vacanze scolastiche, trascorse mesi lontana da Roma, a casa di nonno Bepo e nonna Amalia. E, dopo la scomparsa di questi ultimi, parlò dei ritorni col padre nella cittadina, in visita alle
tombe dei nonni nel cimitero.

Loculi individuabili a fatica per chi non ne conosce l’esatta ubicazione o non può avvalersi di dritte da parte di terzi informati. Le due sepolture, vicine, si trovano nel sotterraneo in fondo a destra (rispetto all’ingresso del vecchio camposanto locale). Sulle lapidi sono apposte le epigrafi: “Qui dorme il suo ultimo sonno Giuseppe Moschin 3 4 1895 21 4 1981” e “Amalia Baschera Moschin 12 12 1899 12 3 1981”. Defunti ad appena un mese di distanza l’una dall’altro…
.
