(di Gianni Schicchi) Dopo tre anni di assenza ritorna al Settembre dell’Accademia, la Baltic Sea Philharmonic, nota formazione nordica con sede in Germania, ma di fatto libera e itinerante, senza una sala o un teatro propri, come da volontà del suo fondatore, Krjstian Järvj. In questa occasione, la formazione formata da giovani talenti del Nordeuropa (suonano in piedi e senza spartito) non è più guidata da Järvj, ma dall’americano di origini messicane Robert Treviño, direttore ormai assurto alla notorietà dopo le sue applaudite prestazioni televisive con l’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, di cui è direttore ospite principale.
In pochi anni Robert Treviño si è affermato come uno dei più interessanti direttori d’orchestra americani della nuova generazione. È già stato direttore musicale della Basque National Orchestra, della Sinfonica di Malmöe e fin dalla stagione 2024/25 ha debuttato con grandi formazioni, come la Minnesota Orchestra e la Nippon Symphony Tokyo, oltre a tornare sul podio di compagini con le quali collabora abitualmente: da Radio France, all’Accademia di Santa Cecilia, Tonhalle di Zurigo, Royal Philharmonic, London Symphony, Philharmoniker di Monaco, Rundfunk di Berlino, per andare a produzioni operistiche con l’Opernhaus di Zurigo, la Fenice di Venezia e l’Opera di Washington.

Il direttore americano si è presentato al Filarmonico con un programma che comprendeva, innanzitutto, l’Interludio dalla Cantata Sängen di Wilhelm Stenhammar, diventato il pezzo più eseguito e celebre dell’intera composizione. Un lavoro corale e orchestrale di grande importanza nella musica classica svedese del Novecento, che l’orchestra ha da tempo in repertorio. Si sono succedute quindi, le Variazioni su un tema rococò per violoncello di Cajkovskij e la Prima Sinfonia in do minore di Brahms. Con sé ha portato la giovanissima (13 anni) violoncellista armena Charlotte Melkonian, nata in Germania, stella della serata, in grado di galvanizzare gli spettatori per la freschezza e la limpida esecuzione.
Le Variazioni Rococò di Cajkovskij hanno trovato nella solista una interprete sorprendente, entusiasta, capace di andare ben oltre la pura brillantezza tecnica. Ogni variazione viene trattata come un piccolo quadro d’umore, con tratti caratteriali netti e sfumature dinamiche attentamente calibrate: la prima è leggera ed ironica, la seconda incalzante, la sesta profondamente cantabile e appassionata. I trilli della quinta variazione, eseguiti con agilità e controllo, sono solo uno dei tanti esempi della sua eccezionale padronanza strumentale. Le accoglienze riservatale dal pubblico sono state calorosissime che la giovane solista ha mostrato di gradire, concedendo un breve bis di Bach.
Accanto a lei la Baltic Sea diretta da Robert Treviño ha offerto un accompagnamento duttile e sensibile e il dialogo tra solista ed orchestra è sempre stato vivo, teatrale, mai scontato. Nella ripresa del concerto, la Prima di Brahms, un capolavoro sinfonico che venne ad arricchire la storia della musica ottocentesca. Dopo vent’anni di attesa, di riflessioni, di paure e di inibizioni, Brahms nel 1876 considerò ultimata la sua sinfonia che Schumann aveva già preannunciato nel suo profetico articolo del 1853.
Un’opera che tutti, amici e nemici, attendevano da anni e che molti conoscevano attraverso le infinite audizioni avvenute nel corso di quell’impossibile gestazione. Proprio per questi motivi si avverte di essere davanti ad un’opera “massiccia”: per la concertazione del pensiero di anni, il lavoro intensissimo e spesso ingrato, la straordinaria abbondanza di materiale tematico, la complessità di scrittura, la scelta di un organico particolarmente sostenuto. Tutti, anche i detrattori, si inchinarono dinanzi all’eccezionale spessore della partitura.
Le indubbie virtù dell’orchestra baltica, col suo riconoscibile entusiasmo, forse non avevano bisogno di Treviño per essere mostrate e conosciute. E tuttavia nella Prima Sinfonia da lui diretta, appaiono vivide la purezza e la morbidezza degli attacchi, la pienezza timbrica dei fiati, la patina “sombre”, eppure densa di colore degli archi. L’agogica e la dinamica sono estremamente naturali e sembrano tutte scaturire dagli strumentisti e dal direttore in perfetta e concorde sinergia.

Treviño è un musicista che sembra appartenere ad una dimensione essenzialmente classica, cha ha già messo piede nelle ombre del crepuscolo. Ed è per questa peculiare fisionomia che non può dubitarsi di una piena riuscita della “sua” Prima Sinfonia, dove la giustezza dei fraseggi, la nobiltà solenne dell’eloquenza, l’avvertita evocazione del grande sinfonismo haydniano e beethoveniano emergono con chiarezza e pregnanza assolute.
Il successo della serata era scontato, col pubblico a salutare rumorosamente i giovani musicisti presentatisi in proscenio a turno, abbinati per singola sezione strumentale. Concessi due bis: una Danza di Brahms ed una canzone svedese che alcune orchestrali hanno accompagnato col loro canto.
