Afghanistan. La domanda che ci dobbiamo fare

La precipitosa ritirata degli Americani dall’Afghanistan e il salvataggio dei profughi ci hanno fatto perdere di vista il problema principale che si pone di fronte alla sconfitta dopo vent’anni di una guerra fatta in nome della democrazia e della libertà. La domanda che ci dobbiamo fare è questa: si può esportare la democrazia con le armi? E ancora: si può imporre con la forza un sistema che se funziona dalle nostre parti non è detto che funzioni ovunque? 

I fatti hanno detto di no. Gli Americani pensano di avere questa missione, convinti che il loro sistema sia il migliore. E probabilmente lo è. Per loro. Ma libertà e democrazia non sono merci da esportazione. Nè possono essere imposte. Per funzionare devono essere conquistate attraverso un lungo processo evolutivo della società. Idem per i “diritti umani”. Ma soprattutto libertà, democrazia e diritti umani devono essere voluti. 

Io non ti posso imporre la libertà. Nel momento stesso in cui sei obbligato ad essere libero non lo sei più. Lo stesso vale per la democrazia. Imposta alla maggioranza, soprattutto dall’esterno, non è più democrazia. E vale anche per le guerre fatte per imporre la pace, battezzate ipocritamente “peace-enforcement”. Una contraddizione in sé. Non si può portare la pace facendo la guerra. Dove c’è la guerra non c’è la pace. E viceversa.

In questi elementari ragionamenti c’è la spiegazione delle sconfitte inanellate dagli Usa dal 1945 ad oggi. Al di là delle vicende militari, c’è alla base la presunzione che the american way of life sia la migliore possibile e che ogni popolo invaso dovrebbe accogliere come un dono anche le bombe che l’Air Force gli rovescia sulla testa. Effettivamente un po’ troppo. Democrazia, libertà e pace imposte con le armi sono una palese contraddizione. Oppure, più semplicemente, una scusa.

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