Elezioni politiche: aiuto, son tornati i terroni!

(di Bulldog) Il professor Paolo Feltrin, a caldo, questa notte evidenziava come i veri vincitori di queste elezioni siano partiti e politici di chiara impronta meridionale e meridionalista. Giuseppe Conte, pugliese; Giorgia Meloni, romana. E con loro Carlo Calenda, pure romano. Di figure politiche del nord, oggi vincenti ed oggi in grado di conquistare voti al sud nemmeno l’ombra. Berlusconi, Prodi, Salvini, Zaia…altro mondo.

A questo vanno aggiunte le percentuali spaziali che il Movimento 5Stelle ha preso in Mezzogiorno: il 41.3% nella circoscrizione Campania 1 della Camera; il 27.58% in Campania 2; il 30.74% nella circoscrizione Sicilia 2; il 29.38% in Calabria; il 25% in Basilicata; il 26% in Sicilia 1; il 27.96% in Puglia e il 24.42% in Molise… soltanto una volta superato il Garigliano il Movimento trova il suo ridimensionamento.

E’ evidente la ragione di questa passione tutta meridionale per Giuseppe Conte: la sua difesa a spada tratta di reddito di cittadinanza e sussidi vari che stanno garantendo un flusso costante di denaro (preso a debito) al sud senza migliorarne però le condizioni di base: nuove imprese non ne nascono ed i giovani in possesso di lauree e diplomi salgono al nord per lavorare e, alla fine, per restarci in pianta stabile.

Questa visione utilitaristica della Repubblica pone due problemi: il primo riguarda il sud: se le persone più preparate, quelle che non vogliono i sussidi, vengono al nord, chi resta laggiù? diventa sempre più difficile pensare ad una strategia di ripresa del Mezzogiorno mancando proprio in loco gli skill professionali più attrezzati. Il secondo problema riguarda il nord, e in modo particolare l’autonomia delle regioni del nord che oggi guidano la ripresa: Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna.

Politici che hanno preso forza al sud, che sono centralisti di formazione, che temono di perdere il consenso che hanno al sud e che vivono quotidianamente la concorrenza dei 5 Stelle avranno la volontà di favorire un processo di sussidiarietà che per l’elettore medio del mezzogiorno vuol dire veder ridurre la fetta di fondi pubblici su cui mettere le mani? Una fetta così generosa che riesce a coprire i buchi pazzeschi della sanità calabrese – incapace persino di rendicontare quanto fa ogni giorno – o i deficit miliardari delle amministrazioni locali. Questa nuova voglia di “Cassa del Mezzogiorno” è il pericolo più grande per la nuova legislatura e, in definitiva, per la tenuta stessa della nostra Repubblica.

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