Giustizia per la Befana!

( di Angelo Paratico) La Befana, altro non è che la corruzione della voce  “Epifania del Signore” attraverso bifanìa e befanìa. Una parola Greca  che significa Rivelazione. Dunque, il popolo che non conosceva il greco, nel corso dei secoli ha storpiato questo  termine arrivando alla fine al moderno Befana. Questa è stata una festa tipicamente toscana ma poi diffusasi in tutta la Penisola il 6 gennaio, una data importante: perché segna la fine delle festività natalizie.

 Secondo la tradizione, la Befana è una donna molto anziana che vola su una logora scopa, per fare visita ai bambini nella notte tra il 5 e il 6 gennaio (la notte dell’Epifania) per riempire con dei dolcetti le calze da loro lasciate appese al camino. Spesso i Cristiani hanno mantenuto certe celebrazioni pagane dando loro nuovi significati. Anche per l’Epifania vale questo principio, si sovrappone a  un’antica festa romana che si svolgeva sempre in inverno, in onore di Giano e Strennia (da cui deriva anche il termine “strenna”) e durante la quale ci si scambiavano dei regali. La Befana non è una strega, bensì una nonnina benevola. Le rappresentazioni di lei come strega vengono tutte dal mondo anglosassone e sono false. Il suo aspetto è sempre rassicurante e le sue azioni sono sempre positive. La Befana vuol bene ai bambini e li tratta molto bene, quando lo meritano. Bisogna respingere la sua associazione con le streghe, un collegamento che è sorto solo negli ultimi due secoli e che origina dal nord dell’Europa.

La nostra Befana è invece antichissima e precede addirittura la fondazione di Roma. Contrariamente a quanto vediamo nei film americani, la Befana non porta mai il cappello a cono delle streghe ma un fazzolettone (la pèzzola) annodato al collo e vola su una scopa rovesciata, ossia con la saggina rivolta in avanti e non indietro. La tradizione la vuole “vecchia” perché segna la fine di un ciclo: con il solstizio d’inverno si passa infatti dal vecchio al nuovo, dal freddo ai primi tepori e alla luce della primavera.

Il falò della Befana non c’entra nulla con gli orrendi roghi delle streghe e degli stregoni (molto più comuni fra i protestanti che fra i cattolici) perché è l’anno vecchio che viene bruciato per far nascere quello nuovo. Un altro frequente errore di “immagine” della Befana è quello relativo al sacco dei doni: in realtà la vera Befana porta i suoi doni (e pure il suo carbone e l’aglio) dentro a sacchi di iuta sfatti e slabbrati che assumono la forma di calzettoni enormi, o in gerle di vimini usati sulle montagne.

Con l’Epifania arrivano anche i Re Magi, che con la Befana non c’entrano proprio nulla. Magi è una parola greca e indicava la casta sacerdotale babilonese che s’occupava dello studio delle stelle.  Per quanto riguarda la descrizione dei Magi ci dobbiamo rifare ai primi padri della Chiesa e, in particolare, il loro numero di tre fu fissato dal grande teologo Origene nel III sec. d.C. Mentre secondo i cristiani siriaci erano ben dodici. I loro nomi, secondo Origine, furono Melchiorre (semitico), Gaspare (camitico) e Baldassarre (iafetico), che portarono al neonato, nella  grotta di Betlemme, dell’oro, dell’incenso e la mirra, quale premonizione del suo salvifico martirio. 

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