Una cosa è certa: il medico di famiglia così come l’abbiamo conosciuto non esisterà più. Il Recovery Plan, cioè il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza  (PNRR), ne prevede la radicale riforma. Ed è giusto che sia così. Questa figura, e ovviamente anche quella corrispondente del pediatra, non risponde più alle esigenze della medicina territoriale. Va quindi adeguata. Ma come?
Le possibilità sono tre.

La prima, la più radicale, è che tutti gli studi dei medici di base vengano chiusi e che questi diventino dipendenti del SSN. Una linea sostenuta da alcune Regioni, Veneto e Lombardia in testa. Si tratta di un cambiamento epocale e forte, che genera molte resistenze e che presenta anche delle difficoltà oggettive, come l’abbandono di decine di migliaia di studi su tutto il territorio nazionale nei quali i professionisti hanno investito risorse e con la disdetta di contratti d’affitto.

Una seconda possibilità è un passaggio morbido dalla libera professione alla dipendenza, che toccherebbe solo ai nuovi medici. Gli altri potrebbero optare liberamente se rimanere autonomi o passare ad un rapporto di lavoro subordinato. Questa opzione sarebbe meno impattante, ma trascinerebbe i tempi della riforma per anni. Sarebbe la tipica soluzione “all’italiana” che di fatto non permetterebbe qual cambio di passo necessario.

La terza opzione è che le Case della Comunità (che sono l’unità territoriale di base del PNRR) vengano date in gestione a cooperative o società accreditate, magari formate da medici e infermieri, facendo di fatto un apertura ad un sistema misto pubblico/privato che però non ha dato buona prova di sé in Lombardia nella prima fase della pandemia.

Regioni, Ministero e sindacati medici stanno ragionando su queste ipotesi.

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