La legge sull’obiezione di coscienza ha 50 anni. Grandi festeggiamenti. Ma quel che serve per rispettare Costituzione e sensibilità individuali è altro

(di Paolo Danieli) Grandi festeggiamenti per l’anniversario della legge sull’obiezione di coscienza che compie 50 anni essendo stata promulgata nel 1972. La legge era la conseguenza del servizio militare di leva obbligatorio allora in vigore ed abolito nel 2004. L’art.1 recita:

Gli obbligati alla leva che dichiarino di essere contrari in ogni circostanza all’uso personale delle armi per imprescindibili motivi di coscienza, possono essere ammessi a soddisfare l’obbligo del servizio militare nei modi previsti dalla presente legge.

I motivi di coscienza addotti debbono essere attinenti ad una concezione generale della vita basata su profondi convincimenti religiosi o filosofici o morali professati dal soggetto. Non sono comunque ammessi ad avvalersi della presente legge coloro che al momento della domanda risulteranno titolari di licenze o autorizzazione relative alle armi indicate, rispettivamente, negli articoli 28 e 30 del testo unico della legge di pubblica sicurezza o siano stati condannati per detenzione o porto abusivo di armi”.

Al posto del servizio di leva i giovani obiettori, che fino al 1972 erano arrestati e detenuti nei carceri militari di Peschiera, Forte Boccea (Roma) e Gaeta, dovevano prestare un “servizio civile” presso istituzioni o enti pubblici o privati riconosciuti. Uno di questi è stato anche il nuovo sindaco di Verona Damiano Tommasi.

Il servizio militare io l’ho fatto. Sono stato ufficiale medico al Carcere Militare di Peschiera dove, fra gli altri detenuti ‘comuni’ erano rinchiusi molti obiettori di coscienza. La maggior parte erano Testimoni di Geova, perché la loro religione imponeva il rifiuto di portare le armi. Erano più di un centinaio e occupavano da soli un’intera ala del carcere, un ex-ospedale a prova di bomba pregevole esempio di architettura militare austriaca. Nella stessa ala, separati dai ‘comuni’, per lo più pregiudicati, tre o quattro obiettori di coscienza ‘politici’.
Il fatto che questi ragazzi, perché di ragazzi si trattava, fossero in carcere mi disturbava. Ai miei occhi, anche se io stavo prestando il servizio militare ed ero quindi di diversa opinione, stonava che dei ragazzi onesti fossero dietro delle sbarre e consideravo la loro detenzione un’ingiustizia, qualcosa che bisognava sanare. Ma non certo abolendo le Forze Armate. O, tanto meno, modificando la Costituzione che sancisce il dovere di ogni italiano quello di difendere la Patria. La soluzione era un’altra: abolire il servizio militare obbligatorio. In questo modo si sarebbe risolto il problema alla radice. Ed essendo impegnato in politica, erano anni che sostenevo questa soluzione. Così quando nel 2004 votai l’abolizione della naja in Senato fui soddisfatto.

Venne però mantenuto il ‘servizio civile’, anche se era stato istituito per dar modo agli obiettori di coscienza di assolvere comunque il loro dovere nei confronti dello Stato senza toccare le armi.
Son quasi 20 anni che il servizio militare non c’è più e molti ne hanno nostalgia perché dicono che i ragazzi di oggi non hanno più modo di essere inquadrati e conoscere la disciplina e il sacrificio, che sono sempre formativi. Ma non è un buon motivo per tornare indietro. Obiezione di coscienza a parte, si tornerebbe anche all’ingiustizia dei raccomandati che restavano a casa. Nascerebbe il problema se rendere la naja obbligatoria anche per le femmine. E si porrebbe la questione della professionalità oggi indispensabile per utilizzare le armi moderne.

Ecco allora che, come sempre, la giusta via di mezzo potrebbe essere la soluzione, non solo per le ragioni di cui sopra, ma anche per il mutato scenario strategico internazionale che purtroppo dimostra che la guerra non è poi un’eventualità così remota come ci eravamo illusi nell’ultima parte del secolo scorso.
All’art.52 la Costituzione recita: “La difesa della Patria è sacro dovere del cittadino. Il servizio militare è obbligatorio nei limiti e modi stabiliti dalla legge.(…) 

L’abolizione tout court della leva senza creare nulla che lo sostituisca non assolve, a ben guardare, questo principio costituzionale che mette con ogni evidenza in relazione la “difesa della Patria” con “il servizio militare”. Nè è possibile immaginare che il servizio civile, per quanto apprezzabile, possa sostituire quell’obbligo costituzionale.
L’istituzione di una Guardia Nazionale, che peraltro esiste in altri paesi, cioè di una forza armata sottoposta alla giurisdizione del Ministero della Difesa, cui siano tenuti a prestare servizio al compimento della maggior età tutti i giovani di entrambi i sessi, sarebbe la soluzione più giusta e nel contempo utile alla comunità. I vantaggi sarebbero enormi, a cominciare da quello della formazione dei giovani alla disciplina e al sacrificio. Al termine degli studi ragazzi dovrebbero partecipare per un paio di mesi ad un campo nella loro regione di residenza dove ricevere l’istruzione alla disciplina militare, alla difesa personale, all’uso delle armi, alle tecniche di sopravvivenza e di pronto soccorso. Campo da ripetere periodicamente per alcuni anni. Si otterrebbe così una riserva di cittadini in grado di potere essere mobilitati all’occorrenza, sia in caso di eventi bellici in territorio italiano, sia in caso di calamità naturali. Resterebbe il problema degli obiettori di coscienza che non vogliono toccare le armi. Nel rispetto della loro scelta etica o religiosa pioterebbero essere utilizzati per tutti i servizi logistici e di protezione civile che non richiedono l’uso delle armi. E in ogni caso la legge potrà trovare i modi per rispettare le sensibilità dei singoli senza venir meno all’osservanza della Costituzione ed alle esigenze del paese.
Festeggiare i 50 anni dell’obiezione di coscienza è lecito. Proporre una soluzione che rispetti tutti, dalla Costituzione alle sensibilità dei singoli, oltre che lecito è anche utile.

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