La mia Ucraina, quando Kiev e Yalta erano vive e terre vergini per l’imprenditoria veronese

(di Debora Barzan) Avevo 22 anni la prima volta che sono andata in Ucraina, nel 1992, subito dopo la nascita della Repubblica indipendente d’Ucraina all’indomani del disfacimento dell’URSS. Mi sembrò allora di fare un salto indietro nel tempo, di almeno trent’anni. Ero giovane. Avevo accettato l’incarico di dirigere una Società Mista Italo-Ucraina, la “Yalta-Verona” nata dalla volontà di portare la cucina italiana in un Paese “vergine”.  Nata e cresciuta nella ristorazione e nel mondo del vino, decisi di abbandonare gli studi universitari per l’opportunità di maturare un’esperienza che nessuno, tra miei i coetanei dell’epoca, poteva nemmeno lontanamente eguagliare. Ambiziosa sì, ma con tanta curiosità ed una certa dose di incoscienza. Al mio arrivo a Kiev, mi impressionò soprattutto l’austerità dei palazzi, il rigore sovietico che ancora era ben presente, la diffidenza delle persone che incontravo (ero spesso etichettata come “la capitalista”), l’assoluta mancanza di servizi e del confort ai quali ero abituata. Non mi sembra possibile che quei viali, Kreschatyk, la grande piazza di Maydan, siano oggi ridotte così.. i palazzi sventrati dai razzi.. distruzione e macerie ovunque..

A Kiev ero tuttavia soltanto di passaggio. La mia destinazione era Yalta. Cittadina nell’estremo sud della Crimea, famosa, a paradosso di questo momento storico, per il trattato di Pace del febbraio 1945, nel Palazzo di Lyvadia, tra Churchill, Stalin e Roosevelt. Certamente, allora, non potevano immaginare che settantacinque anni più tardi quelle terre sarebbero nuovamente divenute teatro di guerra.

A Yalta ho vissuto per quattro anni, fino alla fine del ’96. Il mio ufficio era in Ulyza Zverlova, in un palazzo storico che durante l’occupazione tedesca era stato la sede delle SS.

Il primo ristorante che ho aperto fu il “Nido di Rondine” un castello a picco sul Mar Nero. Abbiamo letteralmente riportato la struttura alla pietra per poi rifare tutti gli interni, impianti, finestre, pavimenti.. tutto. Settant’anni anni di comunismo l’avevano ridotto davvero male, e qualsiasi apparecchiatura si volesse attivare andava sistematicamente in corto circuito. Finalmente, nel settembre del ’93 la grande inaugurazione. In quel momento io mi ero già abbastanza integrata, cominciavo a cavarmela abbastanza bene con la lingua, ma soprattutto a conoscere e a farmi conoscere dalle persone. Man mano che lavoravo con loro, la diffidenza veniva sempre meno e anzi, con il tempo mi avevano letteralmente “adottata”..

Nel ’94 altro obiettivo. Il Caffè Yalos, sul Lungomare, proprio davanti all’attracco delle navi da crociera. A differenza del “Nido di Rondine”, dove la cucina era più che altro improntata sui “classici stereotipi” della cucina italiana conosciuta nel mondo, allo Yalos avevo impostato una formula più giovane tipo “fast-food” con i classici hamburger e patatine, ma anche con arancini di riso, crocché di patate, pizza al taglio e lasagne al forno, in stile McDonalds, ma in veste italiana. La gente impazziva, dicevano che non avevano mai mangiato nulla di tanto buono, per non parlare del vino! Avevo svuotato dei magazzini di spumante dolce, difficili da vendere in Italia, ma letteralmente presi d’assalto a Yalta. Arrivavano da Sinferopol, Kerch, Sebastopol, tutti curiosi di vedere quello che avevo impostato.

Nel ’94 poi l’apertura del “Nizza” sulla piazza principale della città, proprio a fianco del Comune. Lì l’impronta era un “Disco-Restaurant” aperto solo di sera fino a tardi, con cucina italiana e DJ set con musica e DJ italiano.

A distanza di tanti anni, comunque, ciò che maggiormente ha lasciato il segno è “l’anima russa” Russkaya Duschà.. un carattere che contraddistingue un popolo in modo trasversale, indipendentemente dalla posizione geografica. Mi sembra impossibile che questo tratto non prevalga proprio in un momento come questo, quando ce ne sarebbe davvero bisogno..

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