La Nostra Storia

di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

Nel 1866, annesso al Regno d’Italia il Veneto, nacquero nuovi organi di stampa quotidiana. A Verona espressione della imprenditoria industriale e commerciale e della nobiltà veronese fu “L’Arena” e accanto “L’Adige/Gazzetta del Popolo” giornale politico quotidiano voluto da Giuseppe Civelli, a capo di un gruppo di dimensioni nazionali che da dieci anni operava con un proprio stabilimento in città.

L’editore affidò la direzione del foglio a Vincenzo Puarè, utilizzando collaboratori veronesi; il gerente era Federico Schieppati. Il quotidiano, come asserivano numerosi editoriali, il primo del 15 ottobre 1866 a firma di Carlo Pisani, sosteneva la causa della produzione, del lavoro e dell’istruzione diffusa, dichiarava ideali risorgimentali e, forse già caratterizzandosi, con non poche incoerenze, un po’ più progressista dell’altro quotidiano cittadino, comunque accomunati per il momento da idee liberali. Essi offrivano più opinioni che notizie. Così anche per l’intera stampa nazionale fino alla metà degli anni Settanta quando cambiò completamente rotta.

Di quel periodo, vale la pena di ricordare Francesco Giarelli con frequentazioni veronesi, in particolare condirettore della “Cronaca Rosa”, foglio scapigliato in riva all’Adige dell’editore Annichini che, come ricorda Fabio Zavallon, si può dire abbia inventato a Milano nel giornalismo la cronaca “grazie a lui, il cronista non fu più un mero ricopiatore dei verbali della questura, [che pure aveva frequentato per primo] ma un vero e proprio inviato, intelligente, attivo, scaltro; per contro, la cronaca, con una significativa evoluzione nel linguaggio, diveniva racconto, letteratura”.

“L’Adige”, che presto perse tutti i complementi del titolo, “Gazzetta del Popolo” prima,  “Gazzetta di Verona” poi,  era di piccolo formato (cm. 21,5X29,5) e occupava solo due colonne. Usciva tutti i giorni alle cinque pomeridiane al costo di 5 centesimi la copia.

Era stampato negli Stabilimenti Civelli di Via Dogana che corrispondevano probabilmente all’alto palazzo oggi all’angolo tra Ponte Navi e via Dogana. Sotto il titolo aveva assunto il seguente motto: “Non fia loco ove sorgan barriere/Tra l’Italia e l’Italia mai più.

Nei primi anni “L’Arena” e “L’Adige” si scambiarono volentieri i ruoli passando da posizioni governative ad antigovernative. Infatti, dopo “L’Arena”, l’“Adige” di Civelli, grazie all’appoggio del prefetto Antonio Allievi, era divenuta, dal 2 marzo 1867, il foglio “ufficiale per la inserzione degli Atti Amministrativi e Giudiziari della Provincia”, di fatto finanziamento importante per la vita di un quotidiano. Ovviamente l’appalto aprì un’aspra polemica con “L’Arena” che aveva perso il redditizio incarico:  «L’Arena ad ogni passo proclama ch’essa è un giornale indipendente, gli altri fogli prezzolati, camorra del potere, manomorta del pensiero! ecc. Ed il peccato di cui è colpevole l’Arena, l’Arena lo riversa sull’Adige e dice che noi divenimmo governativi il giorno che fiutammo la possibilità di ottenere il privilegio per l’inserzione degli atti giudiziari e amministrativi» (All’Arena, “L’Adige”, 1 marzo 1867).

Incoerenze del tempo quando i confini tra sinistra e destra “liberale” erano esigui e potevano mutare al primo soffio di vento.

di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

L’imprenditore Giuseppe Civelli aveva costruito i propri stabilimenti nelle varie città che in quegli anni, una dopo l’altra, avevano assunto il ruolo di capitali d’Italia (Torino, Firenze e Roma), vincolando le sue fortune all’evoluzione del quadro politico. A Verona “L’Adige” seguì la stessa strada pur avendo l’editore-stampatore installato gli stabilimenti di stampa ben prima della nascita del Regno d’Italia e dell’annessione del Veneto.

Tuttavia, gli interessi editoriali non erano solo di natura squisitamente politica, ragion per cui Civelli pubblicava contemporaneamente a Verona numerose testate, (“L’Alleanza”, “La Gazzetta di Verona”…) non sempre omogenee sul piano  politico, con l’intento di coprire gli orientamenti e le aspettative di settori diversi del pubblico utilizzando, di fatto, una sola redazione, o comunque giornalisti e collaboratori che scrivevano su tutte le testate locali e non di rado si trasferirono alle pubblicazioni milanesi della casa madre, cominciando dall’autorevole Ugo Capetti, zio del grande critico teatrale del “Corriere della Sera”, Renato Simoni.

Giuseppe Civelli nacque da Luca e da Orsola Milani a Barasso presso Galvirate (Varese) il 2 giugno 1816. Di famiglia umile, cominciò a nove anni a lavorare come apprendista tessitore a Busto Arsizio; ricco d’iniziativa, pochi anni più tardi si trasferì  a Mantova come maestro di calligrafia. Acquisì abilità nel disegno di carte geografiche (proprio nei suoi stabilimenti veronesi fu stampato il prestigioso “Bollettino” della Reale Società Geografica Italiana), e con i primi risparmi aprì a Milano, nel 1840 un piccolo impianto tipografico e calcografico. Dieci anni più tardi diede vita alla tipografia veronese, e dopo l’Unità anche ad altre due a Torino e ad Ancona.

«Il momento decisivo per collocare in primo piano, su scala nazionale, l’azienda così audacemente ingrandita, si presentò nel 1865, in seguito al trasferimento della capitale a Firenze. In questa città il Civelli acquistò un nuovo e più importante stabilimento tipografico, dando inizio, il 14 giugno dello stesso anno, al quotidiano “Il Corriere Italiano”», fondato con l’incoraggiamento di alcuni politici, ma il controllo della testata fu esclusivo appannaggio di Civelli che per questo si trasferì a Firenze.

L’attività dell’azienda si espanse con «l’acquisizione di una fonderia di caratteri e di due cartiere, a Chiaravalle nelle Marche e a Sarteano in Toscana, si allargò bene al di là della cartografia e delle grandi compilazioni storico-geografiche che ne avevano costituito fino ad allora la principale caratteristica. Il Civelli aveva intuito quali enormi prospettive di mercato si aprissero non solo all’editoria di cultura, ma all’industria grafica in genere dopo l’unificazione d’Italia».

La liberazione di Roma lo indusse a spostare i propri interessi nella capitale attivando in quella città un moderno stabilimento tipografico. Acquisì e dirottò a Roma, con il sottotitolo di “Giornale della democrazia italiana” il foglio torinese “Il Diritto” di tendenza democratica (sinistra storica) diretto da prestigiosi intellettuali e politici: Correnti, Depretis, Pareto…

Nel 1878 acquistò “La Lombardia” di Milano che aveva la ragguardevole tiratura di ventimila copie. Ma la vicenda del gruppo editoriale, molto simile ad altre del tempo, volgeva al termine. Persi prematuramente due nipoti assai importanti per l’azienda, Giuseppe Civelli si spense a Firenze il 7 marzo 1882.

Per questo articolo abbiamo tratto preziose informazioni dalla scheda di Civelli nel Dizionario Biografico degli Italiani (Treccani)

Quando nel maggio 1869 dei facinorosi bruciarono alcune copie dell’”Adige” davanti alla sede della tipografia Civelli in via Dogana il vecchio direttore del quotidiano, Antonio Caumo, rimase sorpreso e offeso. Evidentemente quei ribaldi ignoravano il suo forte spirito patriottico e il fatto che egli aveva dovuto abbandonare la sua città natale e redditizie attività perché il foglio locale da lui diretto era malvisto dalle autorità austriache.

La presenza di Vincenza Puarè alla direzione dell'”Adige” era stata molto breve, cessò a metà aprile del 1867. I giornali, come le navi, hanno bisogno di un capitano che governi l’equipaggio e indichi la rotta, altrimenti affondano. Giuseppe Civelli ricorse, dopo una breve parentesi (tra il 14 aprile e il 30 aprile 1867 la testata rimase priva di un vero direttore) all’esperienza e al buon senso di Antonio Caumo (nato a Rovereto il 19 febbraio 1811 e morto a Verona il 18 ottobre 1883), anch’egli formatosi culturalmente e ideologicamente nei tumultuosi anni del Risorgimento nazionale.

Verona – racconterà il figlio Giuseppe in un opuscolo biografico – non gli era estranea, «anzi egli vi avea studiato i classici con Aleardo Aleardi e la fisica sotto il chiaro  Zamboni». Dopo aver terminato gli studi nella città scaligera, Antonio Caumo entrò diciottenne nel seminario di Trento, per poi abbandonarlo nel 1832 così come anche la prospettiva del sacerdozio.  Nel 1841, sposata Fortunata Baldessarini, cominciò a guadagnarsi da vivere prima dando lezioni private, poi lavorando tra il 1836 e il 1853, sempre più assiduamente, per il “Messaggiere Tirolese”, sia come redattore, sia come amministratore. In medesimi anni, Caumo avviò nel capoluogo lagarino un’agenzia delle Assicurazioni Generali: se, all’inizio, essa contava su ventisette contratti quando egli abbandonò Rovereto le Assicurazioni soprastavano nel Trentino ogni altra compagnia.

Nel 1859, Francesco Marchesani, che aveva compilato il “Messaggiere” dal 1827, affidò il foglio alla guida di Caumo: «E il primo ottobre 1859 il Messaggiere uscì per la prima volta avendo appiede il nome di A. Caumo compilatore e responsabile tipografo ed editore».

Con la nuova direzione il periodico uscì regolarmente tre volte la settimana e, dal luglio 1861 sei volte. Caumo ingrandì poi il formato e accorciò il titolo nel più semplice “Messaggiere di Rovereto”, eliminando l’appellativo tirolese: egli diresse il “Messaggiere” in tempi difficili per un italiano e per evitare di incorrere nelle censure austriache prese a propugnare l’unione del Trentino all’Italia con molta moderazione.

Si scontrò con il “Giornale di Verona” diretto da Pietro Perego che rifiutava l’ italianità del Trentino. Quando considerò il potere temporale della Chiesa ostacolo insormontabile all’unità dell’Italia entrò in conflitto con il clero e attirò le ire dei vescovi veneti che consideravano il suo foglio “d’insidioso dettato”.  Nello scontro con il potere ecclesiastico ebbe dalla sua parte il quotidiano di Perego (nell’agosto 1863  ne fu  proibita la lettura da monsignore Luigi Canossa, vescovo della città scaligera), e molti preti veneti. Le ire clericali e le condanne episcopali furono numerose.

Durante la Terza Guerra d’Indipendenza l’Austria soppresse il “Messaggere” (11 luglio 1866).

Caumo, che aveva 55 anni, si trasferì a Verona dove riprese le pubblicazioni il 5 dicembre 1866 con l’aiuto del figlio Tonino, direttore della testata dal primo gennaio 1867, e di Mario Manfroni, sostenendo, ancora una volta la causa del Trentino  italiano. Ma l’impresa durò poco, e di questa esperienza restano alcuni numeri sparsi conservati nella Biblioteca Civica di difficile consultazione. Il 29 giugno 1867 il “Messaggere” uscì per l’ultima volta: due giorni più tardi, il primo luglio, Caumo assunse la direzione dell'”Adige”.

Tutto sommato “L’Adige”, che al tempo deteneva il privilegio di pubblicare gli atti ufficiali dell’Amministrazione Provinciale veronese, teneva, in sede locale, un basso profilo politico. Per conservare i favori del prefetto Antonio Allievi si limitò, infatti, ad appoggiare i candidati più moderati del movimento liberale e a contenere in una colonnina le notizie riguardanti la città.

Coadiuvato dal figlio Tonino, da Mario Manfroni e dalla “spigliata penna” di Eugenio Checchi, corrispondente da Firenze, diede, invece, un respiro maggiore alla pubblicazione che, tramite “associazione” (l’abbonamento postale di quegli anni) penetrò pure in Istria e in Trentino. L'”Adige” divenne così particolarmente attento alle vertenze tra Italia e Austria e altresì ai grandi temi della politica europea.

Il direttore e, talvolta, Mario Manfroni compilavano giorno dopo giorno, quel riflessivo “diario”, assimilabile a un editoriale dei giorni nostri, che per tanti anni aprì il giornale. Il figlio Tonino, “(T)”, curava la politica internazionale, quella italiana e la “rivista letteraria”. Il quotidiano conservò questa rigorosa impostazione sino all’1 marzo 1870, allorquando il vecchio Caumo prese definitiva licenza dall'”Adige”.

Di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

Tra il 1870 e il 1871, Antonio Caumo Junior (Rovereto 14 maggio 1844-Verona 5 dicembre 1875) subentrò al padre nella direzione dell’ “Adige”. Malato, prostrato nel fisico in conseguenza di un incidente in giovane età, era uomo di eccellente ingegno. Dopo aver frequentato la facoltà di filosofia di Monaco (anni spensierati, trascorsi nella città che amava definire l’Atene della Germania, “nei quali tutto il mondo si componeva “di sole tre cose il boccale, la dama, la sciabola“) egli dedicò i suoi sentimenti nazionali al servizio dei giornali diretti dal padre, prima il “Messaggere” e poi “L’Adige”. Dotato dello stesso stile arguto del genitore, diresse, per conto dell’editore Civelli, tra il 1871 e il 1873, l'”Alleanza”, quest’ultima fondata da lui. Nel 1872, nonostante la grande capacità di lavoro, le conseguenze dell’incidente giovanile si riacutizzarono costringendolo progressivamente ad abbandonare l’attività giornalistica. L’influenza di Antonio Caumo Junior sulla testata fu comunque notevole senza peraltro discostarsi in maniera significativa dall’impostazione precedente.

La moderazione dei due Caumo fu compensata sul piano editoriale dalla scelta di Civelli di dar vita contemporaneamente ad altre testate, come la “Gazzetta di Verona“, diretta da Osvaldo Perini (1826-1890) e la già citata “Alleanza“, quest’ultima tentò di rappresentare l’ala liberale moderata progressista.

L’imprenditore Giuseppe Civelli che pubblicava contemporaneamente numerose testate per trovare lettori nei settori diversi dell’opinione pubblica, a febbraio 1868 aveva affidato la direzione della “Gazzetta di Verona” a Osvaldo Perini, colto patriota che aveva preso parte ai moti indipendentisti. Perini, però, non aveva rispecchiato le attese dell’impresa, travalicando in più occasioni i compiti a lui affidati e provocando, con ogni probabilità, la chiusura stessa della “Gazzetta” (15 agosto 1868) e, per ragioni di concorrenza commerciale, l’apertura dell'”Alleanza”, diretta per l’appunto dal giovane Caumo, subentratogli alla guida della “Gazzetta” dall’1 agosto di quel medesimo anno.

La permanenza di Perini alla guida della “Gazzetta di Verona” fu, infatti, brevissima. Tant’è che, due mesi dopo l’uscita dal libro paga dei Civelli, il 3 settembre 1868, egli fondò il “Giornale di Verona” e, per confermare la continuità fra le due testate, riprodusse integralmente il programma originario della “Gazzetta” e più volte polemizzò col giovane Caumo.

La polemica con Caumo aveva provocato la chiusura della “Gazzetta”, la perdita di un buon lavoro al Perini e la conseguente nascita del “Giornale”.

La vertenza aveva toccato un punto delicato insinuando che il giovane Caumo non avesse osservato gli obblighi di leva trascinandosi sino al 1872, quando fu ripresa con vigore nel settembre di quello stesso anno in una corrispondenza veronese per la “Veneta Democrazia”, giornale veneziano.

Nel servizio Caumo Junior veniva definito suddito austriaco. In seguito, il periodico avrebbe pubblicato una smentita. “L’Alleanza” del 1° ottobre 1972 riprodusse una dichiarazione dell’allora sindaco Gallizzioli di Verona che approssimativamente garantiva la correttezza di Caumo Jr.

La smentita ufficiale giungeva tardiva. Non riguardava Antonio Caumo Junior, ma il fratello Giuseppe. Tutto lascia pensare che il giovane direttore dell'”Adige” avesse conservato, probabilmente per ragioni economiche legate agli interessi dell’Assicurazione, di cui la famiglia era titolare, la cittadinanza austriaca e che, solo in un secondo momento, avesse regolato ufficialmente la sua posizione. Il foglio di famiglia del censimento svoltosi nel 1871, conservato negli Archivi dell’Anagrafe di Verona, accerta la residenza veronese dei Caumo. Si tratta, comunque, di un documento successivo di qualche anno alle asserzioni del Perini.

Tuttavia, occorre tener conto che i toni aspri della polemica erano condizionati da rancori personali. Non dovrebbero sussistere dubbi sulla coerenza con cui la famiglia Caumo nel sostenere l’italianità del Trentino.

I Caumo erano fortemente contrari al potere temporale del Papa: cattolici assai poco ortodossi sostenevano con forza la causa nazionale. In ogni caso è da escludere una sostanziale divergenza di fondo tra le due testate. Tant’è vero che nel 1868, tutti e tre i direttori dei quotidiani veronesi (Caumo, Pandian, Perini) compaiono nella lista dell’Associazione Liberale e nel 1871 l'”Arena”, l'”Alleanza” e l'”Adige” daranno vita alla Lista Unitaria Liberale.  Ma il tempo dei Caumo era già finito. Antonio era morto nel 1875, il padre sarebbe scomparso nel 1883, mentre Giuseppe aveva lasciato per sempre Verona già nel 1876.

di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

Negli anni Settanta l'”Adige” seguì i mutamenti politici generali spostandosi, progressivamente verso la sinistra liberale di governo. Nell’agosto del 1871 Gio Batta Malesani abbandonava, dopo poco meno di un anno di lavoro, la direzione e la redazione del giornale, che rimase «fedele a quei principi di moderazione e di seria libertà che si onora di difendere».

Antonio Caumo Junior si occupò della testata principale di Casa Civelli fino probabilmente al 20 settembre 1873, data in cui abbandonò anche la direzione dell'”Alleanza”, e forse con meno assiduità e senza ufficializzare la cosa sino all’autunno.

Non è da escludere che nel periodo successivo Giuseppe Arturo Belcredi (Milano 28 luglio 1850-Genova, 27 settembre 1896), subentratogli nella direzione dell'”Alleanza”, seguisse anche “L’Adige”.  Solo più tardi, probabilmente nel 1874, è ipotizzabile che Abele Savini assumesse la guida dell'”Adige” dando finalmente stabilità alla testata.

E il 1874 è un anno importane perché in Italia con l’avvento della sinistra storica al governo il corso della stampa quotidiana cambiò.

La cronaca assunse finalmente un ruolo dominante. Anche a Verona in quegli anni, nonostante le incertezze dell’editore e l’andirivieni dei direttori, si prestò maggiore attenzione all’informazione locale.

Il 3 marzo 1870 si inaugurò il Gazzettino della città, una rubrica che fece entrare nella redazione del quotidiano alcuni intellettuali di rilievo. Primo fra tutti approdò a  “L’Adige” Ugo Capetti che, dal 1870, dopo una breve e felice esperienza nell’irridente, raffinato e umoristico “Zig Zag” (gennaio-luglio 1869), fece davvero crescere l’informazione locale. La sua penna dilagò: prima nella cronaca cittadina, poi nelle appendici, dove si occupava di musica, di pittura e di lettere.

Nello stesso periodo altri intellettuali veronesi iniziarono a collaborare con “L’Adige”: l’abate Giuliari la cui firma ricorreva con frequenza, Giuseppe Biadego futuro direttore della Biblioteca Civica e autore di recensioni bibliografiche, Riccardo Lotze che proponeva ritratti e problemi riguardanti il patrimonio artistico, Alessandro Goiran presidente della Società Alpinista e dell’Accademia,   scienziato e, dalle pagine del foglio, efficace divulgatore scientifico, Belcredi, insegnate e critico letterario,  Augusto Fasoli, futuro direttore del “Giornale   di Cagliari, l’avvocato Federico De Winkles che si occupò di letteratura e politica.

Medoro Savini, garibaldino, giornalista, scrittore e autore di appendici come F.P. Fenili, parlamentare della sinistra, provveditore agli studi della città di Verona, era il fratello più noto del direttore Abele Savini.

Il quotidiano prestava anche grande attenzione a Vittorio Betteloni, schierato allora a sinistra, riconoscendogli un ruolo autorevole nella cultura cittadina: l’editore Civelli nel 1874 pubblicò alcune sue opere poetiche.

Proprio la cultura andava occupando sempre più spazio, sprovincializzando e arricchendo il giornale, sostituendosi alle lettere mediche popolari di Pietro Donati che avevano caratterizzato le appendici nei primi anni di vita dell'”Adige”. Le frequenti escursioni di Capetti – eclettico e straordinario critico teatrale ed artistico, sempre più vera e propria anima della testata – a Milano, a Venezia, a Brescia, a Mantova, a Vicenza inaugurarono un proficuo ponte culturale tra Verona e le altre città lombardo-venete e una discreta evoluzione grafica sempre più evidente a partire dal 1878.

di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

Nell’ottobre del 1880 arrivò a Verona Alfredo Comandini. Nato a Faenza il 4 dicembre 1853, Comandini trascorse i primi anni della sua vita con la madre Clementina Bonini in quanto il padre, mazziniano convinto, scontava una pena in carcere per aver partecipato a una cospirazione contro lo Stato Pontificio.

Più che al mazzinianesimo paterno, la formazione politica del Comandini «si compì nel contatto con Aurelio Saffi e, soprattutto, con Eugenio Valzania, il garibaldino che con le sue aperture verso l’internazionalismo interpretava sia pure confusamente il desiderio di cambiamento delle nuove generazioni».

In ragione dei suoi rapporti con Valzania egli venne arrestato nei pressi di Rimini il 2 agosto 1874 in occasione di una riunione di gruppi repubblicani che ipotizzavano “una comune strategia elettorale”.

Liberato, si iscrisse alla facoltà romana di Giurisprudenza. Si mise in luce nel Comitato che si batteva per la realizzazione di una scultura in ricordo di Giordano Bruno. Esordì nel giornalismo con corrispondenze per “Satana” un foglio democratico di Cesena. Negli ultimi anni Settanta diresse il “Paese” di Vicenza (giugno1878-settembre 1880) e passò poi all'”Adige”.

Negli Ottanta, quando si stabilì a Verona, Comandini stava ormai allontanandosi dalle posizioni più radicali avvicinandosi ai gruppi lombardi: «Quelli più possibilisti, che volevano il sistema liberale garantito in pari misura dalle tentazioni autoritarie di un Crispi e dall’avventurismo rivoluzionario delle forze sovversive».

In seguito ebbe contatti con il Cavallotti ma dalle colonne della “Lombardia”, giornale dei Civelli che diresse dal 1883 al 1891, auspicò un partito della sinistra “pratico, non visionario“, invece di “un partito di vanagloriosi, di chiassosi, di gente che fa tutto a colpi di gran cassa“.

La sua evoluzione lo portò nel 1892 alla direzione del “Corriere della Sera” e all’elezione alla camera nel collegio di

Cesena. In rotta con Giolitti, ai suoi occhi esempio deteriore della politica italiana, Comandini ruppe nel 1894 il rapporto con il “Corriere della Sera”, di cui era rimasto un semplice corrispondente. Legato al Sonnino più che a Crispi, nel novembre del 1894 fondò “Il Corriere del Mattino”, finanziato da industriali lombardi del cotone.

Il giornale cessò le pubblicazioni e Comandini, coinvolto in una brutale campagna scandalistica, si rifugiò per un breve periodo a Londra. La morte della testata coincise con la rovina politica del Comandini. Diresse ancora “Sera” e ” Il Piccolo”, con maggiore convinzione a studi storici. Collaborò all'”Illustrazione Italiana” attraverso una rubrica “d’attualità e costume”, nascondendosi dietro lo pseudonimo di “Spectator” (che usò anche per ricordare la tragica morte di Emilio Salgari).

Scrisse diversi libri, in particolare L’Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX, giorno per giorno pubblicata a dispense dall’editore Vallardi. Politicamente si riavvicinò a Giolitti, fu interventista nella Prima Guerra Mondiale, ma rivelò di aver sempre votato per Turati. Morì a Milano il 9 luglio 1923 (per questa parte abbiamo ampiamente fatto riferimento alla scheda biografica di G. Monsagrati nel Dizionario biografico degli italiani).

di Claudio Gallo e Giuseppe Bonomi

Il Comandini che approdò all'”Adige”  «non era più certamente, con le sue aperture ai settori più avanzati della Sinistra costituzionale, lo stesso degli anni giovanili», la sua opzione per una partecipazione repubblicana alle elezioni politiche «ora si svolgeva e definiva in un rifiuto dichiarato della violenza e in una accettazione della monarchia, mentre la sopravvivenza di organizzazioni settarie e di forme di lotta quali quelle promosse dagli anarchici gli aprivano come il frutto dell’immaturità politica delle masse». Comandini non si trovò in sintonia con Giuseppe Arturo Belcredi, collaboratore non politico che era stato insegnante del giovane Emilio Salgari, che passò alla corte di Giannelli ed aveva collaborato all'”Adige” pur definendolo un suo “spietato nemico politico“. Comandini assunse come cronista Carlo Ringler, animatore del Circolo Politico  Repubblicano. Un’ulteriore apertura a sinistra del quotidiano veronese.

Nel novembre dello stesso anno tra Comandini e il moderato Ruggero Giannelli, da qualche mese direttore dell'”Arena”, scoppiò una vera e propria guerra; personale piuttosto che politica. Cominciò Comandini che, riferendosi alla Marche, regione natale del Giannelli, il 25 novembre del 1880 scrisse dell’esistenza di “banditi dell’opinione pubblica di colà”. Il riferimento al direttore dell'”Arena” fu esplicito.  In una polemica fortemente politica riguardante il governo Cairoli-Depretis, Giannelli scrisse un pezzo titolato Gambe corte. Non pensò alle bugie quanto alla bassa statura del direttore dell'”Adige”. Comandini rispose a sua volta con un pezzo titolato Gambe lunghe, esplicito il riferimento all’altezza sopra la media di Giannelli, arricchito di una serie di epiteti come “asino, bestia, scrittore pagato, ecc.”. Giannelli insistette: Tutto corto? (2 dicembre 1880), Lo spirito di gamba-corta (14 dicembre 1881).

Comandini giocò sulla combinazione “Arena-anera (anatra)”. In un articolo del 6 gennaio 1881 apostrofò “L’Arena”  quale “bugiarda, ciuca, birbona, ipocondrioca“. Per inciso Giannelli, poco dopo il suo arrivo, non aveva esitato a definire alcuni esponenti delle associazioni operaie di sinistra “ciucioni” (riferimento alla capacità di costoro di assorbire generose quantità di vino è evidente), benché si fosse rimangiato il termine dopo la protesta di alcune mogli.

Nemmeno quando il Giannelli portò in tribunale il direttore dell'”Adige” finì la lite.  Il giudice condannò entrambi, ma la multa per Comandini fu più forte.

Tutto finito? Nient’affatto.

Il Comandini irritato presentò una nuova querela contro Giannelli e il gerente Gaetano Perotti per “ingiuria pubblica“. Il direttore dell'”Arena” rispose con una controquerela. La contesa terminò dopo la rimozione del Giannelli, all’inizio del 1882, dalla direzione dell'”Arena”.

Comandini, intanto, aveva cambiato l’organizzazione editoriale: il giornale, stampato di notte, usciva con una prima edizione alle sette del mattino e con una seconda alle quattro del pomeriggio. Comandini – ci soccorre Emilio Francesconi con una sua inchiesta sui giornali veronesi apparsa sulle pagine della “Ronda”, la rivista letteraria cittadina più autorevole del secondo Ottocento- «fu travolto in una battaglia non desiderata né voluta, ma dov’era obbligo restare e combattere. E anch’esso, il Comandini, combatté da valoroso, palmo a palmo, sul giornale e nelle famose aule di giustizia, ove echeggiò la sua calma ed elegante parola di romagnolo abituato al cospetto del pubblico». Poi, come già sappiamo, Comandini lasciò Verona per mete assai più ambiziose.

Sono le tre pomeridiane del 6 marzo 1898 nel parco romano della villa della contessa  Cellere quando Felice Cavallotti, il bardo della democrazia italiana, e il conte Ferruccio Macola, deputato veneto e direttore della “Gazzetta di Venezia” si sfidano a duello, il trentatreesimo per Cavallotti, spade affilate senza esclusione di colpi. Il duello era il risultato di una lunga campagna denigratoria condotta dalla “Gazzetta” contro Cavallotti che non aveva trovato soluzione amichevole. Al terzo assalto Cavallotti fu trafitto alla carotide e al palato, morendo poco dopo, secondo alcuni per errore nel ritrarre l’arma, per altri vittima di un colpo consapevole. Ai bordi del campo il giornalista Luigi Dobrilla che immediatamente inviò a Verona e in altre città un efficace resoconto del cruento scontro.

La tradizione di insediare alla direzione dell'”Adige” esponenti radicali del Risorgimento nazionale proseguì proprio con l’arrivo di Luigi Dobrilla in sostituzione di Comandini, chiamato dall’editore Civelli alla direzione della più autorevole “La Lombardia”.  Dobrilla, nato a Firenze il 3 settembre 1856 da Luigi, commerciante triestino e da Sofia de Barry, studiò prima a Trieste e poi giurisprudenza a Vienna. Laureatosi con lode a Graz nel 1877 dove però «per motivi politici rifiutò l’anello d’oro con brillanti che l’imperatore donava agli studenti migliori».

Disertò, come Guglielmo Oberdan (o Wilhem Oberdank), dal 22º reggimento “Weber” dell’esercito austriaco durante l’occupazione della Bosnia Erzegovina. Raggiunta Ancona, poco dopo l’arrivo in Italia di Oberdan, dopo modeste esperienze giornalistiche entrò nella redazione della “Ragione” diretta da Felice Cavallotti e collaborò con la “Rivista Illustrata” e l'”Illustrazione Italiana” degli editori milanesi Treves. Condannato dall’Austria, dopo l’impiccagione di Oberdan, pubblicò, nel 1883, il volume Guglielmo Oberdan: memorie di un amico cui concesse una benevole prefazione Giosuè Carducci, col quale «subì un processo per reato di stampa a Bologna e alla corte d’appello di Milano, che ordinò la confisca e la distruzione di tutte le copie». Cortesie tra cugini, Savoia e Asburgo.

Ciò spiega le ricorrenti presenze del Carducci sulle pagine dell'”Adige” e le frequentazioni veronesi. Fu chiamato dai Civelli alla Direzione dell'”Adige” dal maggio 1883 al giugno 1888 quando fu sostituito da Ruggero Gianderini. Passò poi al comando del “Diritto” di Roma e, contemporaneamente, lavorò al Ministero delle Finanze. ” Un acuto ritratto del poliglotta Luigi Dobrilla fu offerto da Francesco Giarelli, suo collega alla “Ragione”:

«La mia questione filosofico-letteraria col collega nella Ragione Luigi Dobrilla, triestino, ingegno altissimo, coltura sterminata – di lingua tedesca ed inglese assoluto padrone – e che unico, nella mia lunga carriera giornalistica, mi presentò il fenomeno rarissimo di un perfetto equilibrio fra la educazione classica e la moderna.  Luigi Dobrilla, fortissimo tra i forti, È oggi direttore della Tribuna Illustrata: ma questo è il meno. Egli è e fu tutto ciò che volle e vuole essere. È stato persino uno dei più valenti stenografi alla Galbelsberg che mai abbia incontrati e campassi cento anni non dimenticherò una formidabile sua corvee: per la quale da Milano s’arrampicò a Gardone; vi udì un discorso politico di Giuseppe Zanardelli, lo stenografò, ritornò difilato a Milano, tradusse la sua stenografia in scrittura, la passò in stamperia, ed il giorno dopo la Ragione recava testualmente per tutta Italia il verbo politico dell’illustre deputato di Iseo!».

Giarelli, storico del giornalismo, esprimeva la sua incondizionata ammirazione «all’intelletto d’uno fra i più autenticamente valorosi che abbia l’Italia giornalistica”.   Lo si descrive bello, alto, aitante, forte” e sembra che coltivasse con dedizione la sua barba «esteticamente bionda, cui, dicevasi, riconosceva parecchi splendidi successi sulle sponde incantate del Tenero» e anche sulle rive del fiume Adige.

Tant’è che la “Nuova Arena” invitava le giovani lettrici a innamorarsi una alla volta del biondo e avvenente collega.

Nella conduzione dell’Adige continuò le aperture culturali avviate da Comandini. Si dice che fu equilibrato ma è vero che le polemiche e le contese con la moderata “Arena” furono numerose, in particolare quelle che condussero al duello tra Giuseppe Biasioli, dell’“Adige”, e il giovane scrittore Emilio Salgari, dell’“Arena”. Sulle pagine del quotidiano scaligero, finché ne fu il direttore, ricordò ogni 20 dicembre il sacrificio di Oberdan. La sua carriera giornalistica fu lunga ed intensa: corrispondente da Roma per l'”Adige”, il “Corriere della Sera”, la “Lombardia”, l'”Arena”, redattore della “Tribuna” di Roma e redattore capo e direttore della “Tribuna Illustrata”.

Fu tra i fondatori della “Federazione della Stampa”, presidente del Sindacato fra corrispondenti di giornali, vicepresidente dell’Associazione della Stampa. Non dimenticò mai Trieste dove fece ritorno per qualche giorno dopo la fine delle Prima Guerra Mondiale. Morì a Roma il 21 ottobre 1921.

luigi dobrilla

di Claudio Gallo&Giuseppe Bonomi

A Verona, negli anni Ottanta dell’Ottocento, la lotta fra i vari schieramenti politici e l’intensificazione della “guerra commerciale” tra i diversi quotidiani cittadini, a essi legati, portarono a conflitti che sfociarono in vertenze e denunce, seguite dalle relative cause giudiziarie, o risolti con frequenti duelli.Il ricorso al duello per dirimere una contesa, cessò all’inizio del secolo dopo la morte nel settembre 1904 del direttore dell’“Arena” Antonio Mantovani, a seguito delle ferite riportate nello scontro con Luigi Bellini Carnesali, direttore dell’“Adige”, uno dei padri dello sport velocipedistico scaligero.

In quella situazione di grande tensione, i quotidiani liberal-monarchici (l’“Arena” e la più moderata “La Nuova Arena”) polemizzavano spesso con il radicaleggiante “L’Adige”, diretto prima da Alfredo Comandini e poi da Luigi Dobrilla. In questo clima si svolse il leggendario duello tra il giovane Emilio Salgari cronista dell’“Arena” e Giuseppe Biasioli pubblicista dell’“Adige”.

Le dispute tra la redazione dell’“Adige” e Salgari erano iniziate fin da quando Emilio Salgari aveva mosso i primi passi all’ombra di Ruggero Giannelli, direttore de “La Nuova Arena”.

Nel giugno 1884, al termine di una passeggiata di ginnastica organizzata dalla Istituzione Bentegodi, da Verona a San Pietro Incariano, si tenne un banchetto durante il quale  un giornalista dell’”Adige” inneggiò a Garibaldi e Oberdan (particolarmente caro al direttore dell’ “Adige” che aveva disertato dal medesimo reggimento austriaco nel quale era stato arruolato il patriota triestino, e fu zittito da Salgari, penna di punta de “La Nuova Arena”, non per avversità a Garibaldi, ma perché era una festa sportiva che doveva unire e non dividere.

Le rivalità tra i quotidiani veronesi furono sempre intense e, poco meno di un anno più tardi, Salgari, che nel frattempo si era trasferito all’“Arena”, tornò a scontrarsi con i redattori dell’“Adige”. Bizzarria della sorte, ancora una volta la ginnastica al centro della contesa dopo una passeggiata a Illasi, quando nella serata scoppiarono liti e intimidazioni tra i rappresentanti la società di ginnastica Margherita e Bentegodi. I giornali si schierarono su fronti, e ne fu artefice Salgari, al punto che dovette intervenire Giovanni Antonio Aymo, direttore della “Arena” per contenere la potenza visionaria e dialettica del suo giovane cronista. Le parti in causa, le due società sportive e i due quotidiani ebbero interesse a minimizzare la questione e a trovare un’intesa: l’unico fastidio era stato causato da quella cronaca, che in una città di provincia aveva mutato un battibecco animato in un caso pubblico.

In questo clima di bizze, dissapori, screzi, enfatizzati ad arte per vivacizzare le banalità della quotidianità e per assicurare la vendita dei quotidiani e dei periodici, rivestì un ruolo non indifferente Giuseppe Biasioli.

Coetaneo e concittadino di Salgari ne condivideva la passione per il giornalismo e la letteratura. Mentre Emilio Salgari lavorava nelle redazioni prima della “Nuova Arena” e poi dell’“Arena”, giornali moderati e monarchici, Giuseppe Biasioli iniziò la propria collaborazione all’“Adige”, fra il 1884 e il 1885. Una sua rubrichetta, Fatti spiccioli, era iniziata ufficialmente il 12 maggio 1885, anche se di fatto esisteva sin dai primi giorni del mese. Vi tracciava rapidi ed efficaci ritratti, brevi risposte ai lettori, commenti sulla vita cittadina e sugli avvenimenti teatrali con disincantata ironia e in genere non faceva il nome dei personaggi bersagliati dalle sue critiche mordaci (accusò Salgari di essere mozzo, anziché capitano di gran cabotaggio come andava vantandosene).

Non si sa con certezza se Biasioli fosse stato coinvolto nei precedenti accesi battibecchi fra i giornalisti dell’“Adige” e quel noto giovane irruente, dalla penna affilata quanto una lama, ma è ragionevole sospettarlo.

Furono appunto antichi e nuovi dissapori, il caso, la rivalità crescente tra l’“Arena” e l’“Adige” a portare Salgari e Biasioli a incrociare le loro lame.

Di quel duello molto è stato scritto, e si è cercato di presentare Biasioli come feroce nemico del rivale, benché pochi abbiano approfondito la conoscenza dell’avversario di Salgari.

Sei anni dopo il duello, nel 1891, dopo aver lasciato l’“Adige”, Biasioli si trasferì alla “Gazzetta di Mantova”; un anno dopo, il 10 maggio 1892, entrò nella redazione dell’“Arena”. Biasioli si trovò così a lavorare a fianco di Salgari per poco meno di un anno. È improbabile che il direttore Aymo avesse assunto il nuovo redattore senza aver prima consultato Salgari, ben rammentando quel duello del 1885. Ma certi indizi fan comprendere come dissidi e rivalità cessati, i due fossero diventati buoni colleghi e amici. Alcune testimonianze li segnalano frequentare assieme sia l’ambiente velocipedistico sia quello delle filodrammatiche.

Una foto preziosa, incastonata nella leggenda salgariana affidataci da Giuseppe Turcato, veneziano, maggior studioso salgariano del secondo Novecento, è rimasta custodita a lungo nel nostro scrittoio e solo recentemente ne abbiamo parlato pubblicamente. Essa ritrae uomini maturi e giovani, alcune signorinelle: a matita, sul retro, il nome Biasioli. Quasi tutti gli adulti raffigurati hanno un foglietto infilato nel nastro del cappello come usavano i giornalisti del tempo. Chi di loro è Biasioli? Ci aiuta la testimonianza del ciclista veronese Tullio Secondo che lo ricordava «per la sua particolare andatura, piuttosto claudicante, in quanto aveva la gamba sinistra come rattrappita». Non c’era bisogno di indicare chi fosse Biasioli: era l’unico adulto seduto. «Giuseppe Biasioli, l’uomo che sfidò a duello Emilio Salgari, aveva difficoltà a muoversi e a rimanere in piedi a lungo. Del leggendario scontro al Chievo resta ben poco. Come poteva, claudicante, competere con uno schermidore già distintosi in alcune gare tra dilettanti? Non poteva! Ciò spiega la ritrosia di Salgari a misurarsi sul campo, e soprattutto l’abbandono dell’attività agonistica dopo quel combattimento. Non un rodomonte, non uno spadaccino altezzoso, ma Salgari umanissimo, per nulla orgoglioso di quell’inutile prova».

Per chi volesse approfondire i fatti relativi al duello tra Salgari e Biasioli si segnala il saggio di Gallo e Bonomi, Giuseppe Biasioli: giornalista, duellante e amico di Salgari, “Ilcorsaronero”, n. 26, novembre 2008 (ilcorsaroneroeu@gmail.com)