Non solo italia. La grande sete che va dall’Africa al Mediterraneo costa 9 miliardi annui all’Europa

(Di Stefano Cucco) “La sola ipotesi che la strage nella chiesa cattolica in Nigeria rientri all’interno di un conflitto locale per il controllo delle risorse idriche, in una condizione di crescente desertificazione a seguito dei cambiamenti climatici, è un ulteriore campanello d’allarme su uno scenario, da cui nessuno può chiamarsi fuori”: a dirlo è Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (ANBI), da anni impegnata a vari livelli anche in progetti di “solidarietà idrica” con Paesi del Terzo Mondo. E’ drammatica, infatti, la situazione nel continente africano, dove siccità e carestia sono diventati fenomeni endemici in diversi Paesi, in cui la disponibilità d’acqua è calata del 30% nel recente triennio (nel solo Corno d’Africa sono morti 3 milioni di capi di bestiame); i dati dell’OCHA (Ufficio delle Nazioni Unite per gli Affari Umanitari) indicano che circa 40 milioni di persone sono sotto la soglia di sopravvivenza tra Somalia, Etiopia, Kenia, Burkina Faso, Ciad, Niger, Mali e Nigeria; ad aggravare tale situazione c’è il blocco delle esportazioni di grano, dovuto alla guerra fra Russia ed Ucraina.

In Marocco, le dighe a maggio contenevano soltanto il 30% della capacità contro il 70% di due anni fa. “I dati riportati”, aggiunge il Presidente di ANBI, “non solo testimoniano una catastrofe umanitaria, ma fanno chiarezza sui perché dei grandi flussi migratori e che, stante l’attuale andamento climatico, saranno inevitabili”. In Europa, la siccità non colpisce pesantemente solo l’Italia, ma l’intera area mediterranea, dove sempre più scarse sono anche le riserve d’acqua nei serbatoi sotterranei: ad evidenziarlo è l’Osservatorio ANBI sulle Risorse Idriche all’indomani della Giornata Mondiale dell’Ambiente. Nella vicina Francia, il deficit idrologico 2021-2022 è stato, fino ad aprile, pari al 20% con punte di -40% a febbraio e marzo; come in Italia, pochissima è stata la neve caduta in inverno e, nel mese di maggio, in diverse località le temperature massime sono state da 5 a 7 gradi superiori alle medie storiche, segnando record a Strasburgo 34,6°, Albi 35,4°, Tarbes 34,1°. In Spagna, le abbondanti piogge cadute tra marzo ed aprile hanno in parte riequilibrato gli effetti di un inverno tra i più secchi di sempre ma, nonostante questo, l’acqua accumulata a maggio nei serbatoi è solo il 48% della capacità d’invaso (-28% sulla media del periodo). Secondo la Commissione Europea, le conseguenze della siccità (dalla mancata produzione agricola all’aumento dei costi irrigui) stanno costando all’area, che comprende Unione Europea e Gran Bretagna, circa 9 miliardi di euro all’anno, con punte di 1 miliardo e mezzo in Spagna e di 1 miliardo e 400 milioni in Italia. In assenza di azioni per contrastare il cambiamento climatico, con un aumento della temperatura di 3 gradi, nel 2100 il costo sarebbe quintuplicato (45 miliardi) e balzerebbe a 65 miliardi, se il termometro crescesse di un ulteriore grado. Per l’Italia si stimano danni tra i 5,4 e gli 8,9 miliardi annui. “Di fronte a questi dati ed in attesa di interventi planetari di contrasto ai cambiamenti climatici, ancora lungi dall’essere attuati e comunque realizzabili solo nel lungo periodo, anche in Italia sono indispensabili politiche di adattamento infrastrutturali come la realizzazione di nuovi bacini e reti idriche, capaci di incrementare la resilienza dei territori”, indica Massimo Gargano, Direttore Generale di ANBI. “I Consorzi di bonifica ed irrigazione hanno un ampio parco progetti a servizio del Paese; alla politica chiediamo le opportune scelte per la loro realizzazione”.

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