Oratorio di San Carlo Borromeo, finalmente sta tornando al suo splendore originario

(di Stefano Cucco) L’oratorio di San Carlo Borromeo, ubicato all’incrocio tra via San Carlo e viale Europa a Monteforte d’Alpone, è tornato all’antico splendore di un tempo. La ristrutturazione ha consolidato la copertura insieme al restauro conservativo delle facciate esterne e interne. Inoltre, sono stati ripristinati gli apparati lapidei e gli affreschi emersi durante i lavori. Il progetto di restauro è consistito nel rifacimento del tetto per poi passare al recupero di pareti, pavimenti e intonaci. La spesa complessiva è stata di circa 160mila euro: una parte della somma, cioè 100mila euro, è arrivata tramite il Piano di sviluppo locale del Gal Baldo Lessinia; il resto è stato messo dalle casse del Comune.

Nel corso degli anni, purtroppo, l’interno della chiesetta di San Carlo è stato spogliato di ogni suppellettile e di molti frammenti di stucco e marmo, dato che chiunque poteva forzare la porta ed entrare. L’altare in marmo, attribuito allo scultore veronese Domenico Curtoni, ha colonne con capitelli ionici e pulvini che sorreggono il timpano; un tempo conteneva una pala del pittore veronese Claudio Ridolfi (1570-1644) che raffigurava Maria Vergine col Bambino e i santi Carlo Borromeo, Francesco d’Assisi e Giovanni Battista; l’opera, però, scomparve subito dopo la Seconda Guerra mondiale.

L’oratorio è stato costruito all’estremità del brolo che ereditò Benedetto Boniotti dopo la morte dei suoi familiari, tra il 1610 e il 1631. Nel 1836, ossia due secoli dopo, sia l’oratorio che la villa, che i rustici lo stesso brolo, furono acquistati dal Pietro Trezzolani. Al termine della Seconda Guerra mondiale la chiesetta a causa del crollo del tetto, divenne pericolosa e fatiscente. Nel 1947 il sindaco dell’epoca Livio Antonioli, ordinò la demolizione dell’edificio sacro, ma due pittori montefortiani, Ruggero Rizzini e Moreno Zoppi, non vollero accettare la scelta del Primo cittadino e fecero intervenire la Soprintendenza ai monumenti che sospese l’abbattimento, e favorì l’arrivo di un finanziamento ministeriale che venne utilizzato per restaurare la copertura.

Infine, nel 1963, l’ingegner Aldo Trezzolani (ultimo proprietario della villa e discendente di quel Pietro Trezzolani che comprò la proprietà) morì. Nel suo testamento nominò erede universale la Provincia veneta di Sant’Antonio dell’Ordine dei Frati minori di Venezia. I frati, dopo aver ricevuto l’eredità, si affrettarono a vendere tutto; però non hanno mai vantato alcun diritto né mai compiuto atti possessori sulla chiesetta di San Carlo che, tra l’altro, non venne citata nei documenti riguardanti la successione. Dopo varie ricerche condotte dall’ex assessore alla cultura Rosario Maccarrone, nel 2018 venne accertato che la chiesetta non apparteneva a nessuno e che quindi doveva ritenersi di proprietà comunale. In mezzo, però, c’era sempre la Provincia veneta di Sant’Antonio che risultava collegata ad essa tramite il testamento del 1963. La soluzione arrivò dopo mesi di lavoro e trattative attraverso il procedimento della mediazione che, a metà maggio del 2019, riunì nello stesso tavolo i frati e il Comune di Monteforte per chiudere l’accordo: in base a questo la chiesetta venne ceduta ufficialmente al Comune. In seguito l’Amministrazione comunale, eletta nel maggio del 2019, si mostrò desiderosa di sistemare la chiesetta da anni transennata, in quanto a rischio di crolli. Appena possibile, informano sui social, la chiesetta potrà essere visitata anche all’interno.

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