Poveri giovani! Secondo le Acli un lavoratore su 4 fra i 30 e i 40 anni vive sotto la soglia di povertà.

Ci sono dei dati che dovrebbero far riflettere su come gli italiani si stiano disinteressando del loro futuro che, come sanno anche i sassi, è rappresentato dai giovani. Sono tanti i soloni che pontificano sui palcoscenici della politica e dei media sul disagio giovanile e sulle grigie prospettive delle nuove generazioni, ma pochi o nessuna vanno dritti a quella che è una delle prime cause del fenomeno.
In occasione del 1° Maggio le Acli (Associazioni Cristiane Lavoratori Italiani) hanno diffuso i risultati di uno studio condotto sui lavoratori fra i 30 e i 34 anni sulla base di 1 milione di dichiarazione dei redditi del 2020. L’11,9% guadagna meno di 9000 euro all’anno, vale a dire meno di 750 euro al mese che colloca questi lavoratori sotto soglia di povertà secondo parametri Istat. Un altro 17,6% ha comunque un reddito da lavoratore povero”.

Per i giovani lavoratori fra i 35 e i 39 anni la situazione non cambia molto: il 26,3% è costituito da lavoratori poveri, con il 10,5% da poveri assoluti, ed il 15,8% di poveri. Il che significa che in tutta la fascia fra i 30 e i 40 anni di fatto non c’è alcun miglioramento con il procedere dell’anzianità di lavoro o dell’età. Cosa ancora più preoccupante perché disegna una situazione statica e non dinamica, ovvero priva di possibilità di miglioramento. Dallo studio risulta anche che sono i lavoratori dipendenti a stare meno peggio.
Ma siamo molto lontani  dichiara il Vicepresidente nazionale delle ACLI Stefano Tassinari dall’ ”assicurare quell’esistenza ‘libera e dignitosa’ che la Costituzione imporrebbe ad ogni lavoro. Serve aprire una riflessione sulla ricchezza e sul prevalere di un suo uso avido, speculativo, spesso elusivo e poco trasparente, e sul suo accentrarsi in poche mani. Serve mettere in campo un’economia che cerchi la produttività non al massimo ribasso dei costi del lavoro e dei fornitori ma, come fanno alcune realtà di eccellenza, nel lavoro di qualità, nella crescita professionale e individuale delle persone che lavorano, nella partecipazione e nella collaborazione con loro, nel fare rete tra aziende e comunità, nella collaborazione vera con i paesi e i territori più poveri. Un’alleanza a tutto tondo per un’economia che sia autenticamente civile”.
   

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