Sanità. C’era una volta il modello veneto

(di Paolo Danieli) 7 veneti su 10 pensano che la sanità sia peggiorata, come risulta da un’indagine della Fondazione Corazzin. E’ la certificazione che negli ultimi 20 anni il Veneto, per quel che riguarda la sanità, è andato indietro. Quel fiore all’occhiello che era la sanità è appassito. Un vero peccato. Anzi, una disgrazia.
E pensare che quello veneto era un modello per tutt’Italia.

La sanità veneta com’era

Nel 1968, a Verona, il prof. Confortini fece il primo trapianto di reni in Italia. Nel 1985 il prof. Gallucci, a Padova, fece il primo trapianto di cuore. Le facoltà di Medicina di Padova e quella di Verona, godevano di un’ottima fama e sfornavano ottimi medici. E la sciagura del numero chiuso non era ancora arrivata. E poi la sanità veneta si distingueva da quella delle altre regioni per l’impianto fondato sull’integrazione socio-sanitaria. L’assistenza puramente sanitaria non era scissa da quella sociale. Era concepita come un tutt’uno, anticipando quella che si sarebbe rivelata una pressante necessità con l’anzianizzazione. 

Sanità. C'era una volta il modello veneto

L’aziendalizzazione

Poi il declino. Che è coinciso con l’aziendalizzazione. Un nesso temporale, ma molto probabilmente anche causale. Essa ha prodotto il progressivo distacco delle aziende sanitarie e ospedaliere dal territorio. I direttori generali delle Ulss e delle Aziende Ospedale di Verona e Padova, nominati dal Presidente della Regione – Galan prima e Zaia poi-, erano spesso avulsi dal contesto geografico e sociale dove si trovavano a operare.

Alla prova dei fatti sono risultati essere più preoccupati di far bella figura con chi li aveva scelti, presentando dei bilanci in ordine, piuttosto che offrire dei servizi adeguati all’utenza. Così, senza un controllo da parte dei rappresentanti dei cittadini e privilegiando sempre più l’aspetto economico rispetto al servizio, la sanità regionale è andata  peggiorando.

Non solo per questo. Sono intervenuti anche dei fattori di carattere generale. 
Fra questi i vincoli di bilancio sempre più stringenti a causa degli stanziamenti statali inadeguati e dei costi sempre più alti della tecnologia, indispensabile nell’erogare le prestazioni.
Fatto sta che il Veneto oggi non è più quel modello che era stato. Le responsabilità sono diverse.

E’ mancata una programmazione lungimirante. Basti pensare alla mancanza di medici e infermieri. Non sarebbe stato difficile prevederla. Bastava considerare gli effetti che avrebbe avuto il numero chiuso a Medicina. Perché, per esempio, la regione non ha stabilito degli incentivi economici per attrarre professionisti dalle altre regioni?

Sanità. C'era una volta il modello veneto

Inoltre la riduzione dei posti letto per acuti e la chiusura di alcuni ospedali, che rispondeva a un’esigenza di razionalizzazione, è stata una scelta necessaria. L’ospedale infatti è un luogo dove il malato dev’essere curato al meglio e nel più breve tempo possibile ma, superata la fase acuta, dev’essere dimesso per lasciare il posto ad altri.

Questa scelta però non è stata bilanciata con adeguate strutture e servizi per la post-acuzie, la riabilitazione e la cronicità. Gli Ospedali di Comunitá, l’Assistenza Domiciliare Integrata e le Rsa non coprono il fabbisogno e costituiscono il ventre molle del sistema. Invece è proprio in questa fase dell’assistenza che risiede l’interfaccia fra il sanitario e il sociale, che si deve far carico di una quantità sempre maggiore di persone sole o non autosufficienti, comprese quelle con disabilità mentali.

Il medico di medicina generale

Il medico di famiglia è la figura chiave per far ripartire il sistema. Ripensata e riorganizzata sarebbe fondamentale per la gestione dei pazienti anziani e cronici, oltre che per sgravare di accessi impropri i Pronto Soccorso. Invece è diventato una criticità. Cui si sovrappone  la mancanza di medici. Oggi ci sono 6 medici di medicina generale ogni 10 mila abitanti. Dovrebbero essercene almeno 7.


Per di più sono gravati da tutta una serie di incombenze burocratiche che li distolgono dal loro vero lavoro.  Il controllo da parte delle Ulss sui medici di medicina generale si limita alle prestazioni richieste, senza verificare se svolgono effettivamente il loro ruolo di primo presidio del sistema sul territorio. Certo questo non dipende solo dalla regione, che però avrebbe potuto prendere alcune iniziative, fornendo strutture, personale e strumenti per dare modo a questa figura centrale di interagire col sistema in modi più efficaci. Invece quello che una volta era il medico di famiglia oggi è diventato soprattutto uno scrivi-ricette e prescrivi-esami.

I Pronto Soccorso

La scarsa efficienza della medicina territoriale si riversa quindi nell’imbuto dei Pronto soccorso, dove il 74% degli accessi é costituito da codici bianchi e verdi, ovvero impropri, casi che dovrebbero essere risolti dai medici di famiglia o dalla cosiddetta ‘guardia medica’. Vanno anche ad ingrossare questo genere di accessi le migliaia di stranieri  che non hanno il medico di medicina generale, anche perché magari sono irregolari, e trovano più semplice rivolgersi ai Pronto Soccorso anche se hanno solamente un po’ di febbre. Ma questo è un altro problema ancora.

Sanità. C'era una volta il modello veneto

La riforma nazionale che prevede l’istituzione delle Case della Comunitá, dove i cittadini possono accedere tutti i giorni h 24, non parte. Nè pare che il governo s’impegni più di tanto su questo fronte.

La non auto-sufficienza

C’è poi il grande capitolo della non-autosufficienza. Ed è qui che l’integrazione socio-sanitaria veneta avrebbe dovuto dimostrare tutta la sua superiorità etica e la sua efficienza. Ma non ha funzionato come ci si aspettava.

Se non ci fosse stato quell’esercito di badanti provenienti dall’Europa dell’Est che hanno accudito i nostri vecchi sempre più numerosi, sarebbe scoppiata una vera e propria bomba sociale. Invece questa figura, sconosciuta alle generazioni precedenti a quella dei boomer, ha funzionato e funziona tuttora da ammortizzatore sociale, con un ruolo di supplenza di un sistema che non è in grado di rispondere alla richiesta di assistenza  proveniente dalla società. Senza le badanti le famiglie sarebbero in una situazione disastrosa, indegna di un paese civile. 

Le strutture residenziali sono insufficienti e troppo care. Le rette si aggirano sui 3 mila euro al mese. Una cifra che pochi si possono permettere. Va bene che c’è il contributo regionale e dei comuni, che può coprire la spesa in tutto o in parte, ma sempre con molte difficoltà, con attese lunghissime e procedure indaginose. Ma basta che il reddito del malcapitato anziano sia appena sopra una certa soglia, la quota ricade interamente su di lui o sui suoi familiari. Lo stesso discorso vale per i lungodegenti. 

Questa la situazione. Il fiore all’occhiello è appassito. Prendiamone atto. 

Facebooktwitterredditpinterestlinkedinmail