Una Verona cinica per parlare dell’amore vero, quello che dura

(b.g.) A vent’anni esatti dalla prima raccolta di short stories, Emanuele Del Miglio pubblica il suo terzo romanzo ed esce, per la prima volta, dal fantasy per abbracciare una storia di sentimenti. Scritto con mano leggera, Lettere dal Brasile (La Torre dei venti, 275 pagg), racconta due diversi tipi di amore e di relazione matrimoniale sullo sfondo della Verona rampante, cinica e sostanzialmente amorale, del boom economico degli Anni Ottanta. Racconta di un amore che funziona, così perfetto da prevedere anche un prosieguo alla sua cesura; e di un amore che, al contrario, non riesce a tornare in una coppia, bruciato dalla routine di una vita di successo, ma non per questo felice e appagata.

Per il protagonista questo amore negato, sacrificato sull’altare dell’ambizione, dell’acquiescenza ai riti della classe dominante e della rivalsa personale, sarà l’innesco di una autodistruzione cui si offre, quasi senza reagire, come forma di punizione ed espiazione. Mano leggera, ma pesante il tema raccontato con gentilezza, senza mai cadere nell’eccesso, una cronaca minuta di una lenta, consapevole, discesa nel Maelström. Il ritorno, duro, ai “fondamentali” della vita restituirà una sorta di apatica, rassegnata, attesa di riconciliazione. Del Miglio sonda le domande della vita: cosa sarebbe stata la nostra vita se avessimo seguito i nostri desideri più profondi, il sogno che ciascuno di noi aveva della sua vita prima che lo raggiungessero convenzioni e responsabilità? E cosa determina se un amore funziona o no?

La Verona degli Anni Ottanta non aveva nulla di aggraziato: era un terreno di feroce lotta per conquistare soldi e potere passando sopra tutto e tutti. Una provinciale che aveva abbandonato volentieri i suoi riti antichi per abbracciare, bulimica, tutto quanto rappresentasse un veloce ascensore verso la ricchezza. In questo aveva persino accolto i parvenu, ma per usarli e poi scaricarli una volta assorbito il loro vigore, la loro fame dorotea. Uno scenario perfetto, di cattivi sentimenti, individuato da Del Miglio per parlare invece  di buoni sentimenti…

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