(Antonio Fasol) Alcuni recenti manifestazioni socio-culturali e di piazza fortemente ideologizzate e frutto di strumentalizzazione politica, oltre ad una serie di manifestazioni più o meno pacifiche sistematicamente organizzate dalla parte sociale e politica di orientamento opposto, offrono una occasione interessante per una riflessione a più ampio respiro.
L’impressione è, invece, spesso quella di uno schieramento “politico” tanto frettoloso quanto allineato al gruppo di appartenenza, anche quando questo vorrebbe fare dell’anti-conformismo la propria bandiera, sia esso di ispirazione destrorsa, sinistrorsa o ancora anarchica, secondo lo schema classico che i sociologi dei movimenti descrivono come riforma del pensiero.
Quando, cioè, un individuo arriva ad aderire ad un preciso gruppo o movimento, sia a carattere sociale che politico che religioso, tende più o meno inconsciamente, ad allinearsi alle idee del gruppo in modo totalizzante e quindi anche dove personalmente avrebbe un’opinione diversa.
Si tratta dell’applicazione, per sua natura prevalentemente inconscia, dei cosiddetti “bias” cognitivi, nella fattispecie quello diffuso “di conferma” che porta naturalmente a sopravvalutare ogni informazione in linea col proprio pensiero – e preconcetti- e per contro a soprassedere su quelle contrarie.

La demonizzazione preconcetta dell’altro impedisce un confronto serio e pacato su contenuti e valori, e il problema diventa ancora più complesso quando alle suddette rivendicazioni si aggiunge un atteggiamento più o meno esplicitamente anti-cristiano e anti-tutto, mostrando così la faccia laicista dietro la maschera del politicamente corretto. E, come noto, tutti gli “ismi” sono sinonimo di parzialità e di ristrettezza di visuale, al contrario di una autentica laicità, aperta alla conoscenza e alla riscoperta di una comune umanità.
In tale clima di sterile contrapposizione è quanto mai necessario riproporre costruttivamente un autentico rinnovamento culturale a partire dal centro, inteso non già in termini strettamente politici, ma come riferimento ad un umanesimo integrale che conduca, se non ad una visione antropologica comune, almeno ad un confronto pacato sul concetto di uomo, nel rispetto delle diverse sensibilità e visioni.
Non ha poi certo favorito l’oggettività dell’informazione storica la ormai conclamata parzialità non tanto e non solo dei testi scolastici di storia (che pagano, oltre tutto, l’inevitabile distanza tra storia e storiografia), ma pure di molti docenti, soggetti non meno alle ideologie e ai citati bias.
Una sorta di par condicio culturale dovrebbe almeno garantire la descrizione dei fatti storici principali con un minimo di onestà intellettuale, senza lasciar credere, per esempio, che i campi di lavoro di Stalin fossero delle comunità di pronta accoglienza, le persecuzioni ideologiche e religiose nell’est europeo una rieducazione contro la superstizione, la Shoà una invenzione degli ebrei e il piano Marshall una pura operazione propagandistica americana!
Non va poi dimenticato il modello interpretativo paradigmatico elaborato da René Girard, cosiddetto “mimetico”, che spinge più o meno inconsciamente una determinata fazione a contrapporsi o a difenderne un’altra soltanto in funzione ricattatoria rispetto ad una terza, che costituisce il vero bersaglio, seppur “mimetizzato”, appunto, della prima.
A livello sociale si registra infine una tendenza, riscontrata anche di recente in ambito locale, ad organizzare simultaneamente manifestazioni e contro-manifestazioni, non di rado in luoghi vicini (extrema se tangunt) mettendo a dura prova le forze dell’ordine e trasformando la zona in una sorta di icona cittadina dell’incapacità al dialogo.
L’auspicio è che si scopra, da tutti i fronti, che la vera forza sociale che può davvero cambiare il mondo non sta nei muscoli (di chi, paradossalmente, si trova poi a manifestare contro la guerra dei Grandi!) ma nel confronto e nel rispetto reciproci. Per gli studiosi di entrambi i fronti, poi, sarebbe segno di equilibrio ed onestà intellettuale dedicare particolare cura all’approfondimento dei lati più oscuri e dei crimini perpetrati dalla propria area politica, tagliando così le gambe ad ogni revisionismo o, peggio, negazionismo.
Forse potremmo sentire meno dibattiti aggressivi e inconcludenti di quelli che campeggiano in molti talk-show nazionali e locali, sempre più simili, più che ad un teatro della politica- dove serve preparazione e tecnica – ad un anfiteatro, dove bastano muscoli e grossolanità a garantire lo spettacolo e l’audience!
