(di Gianni Schicchi) La Fondazione Arena propone come concerto di Pasqua, la Petite Messe solennelle di Rossini al Filarmonico. Un’occasione rara per assistere ad una pagina cui Rossini mise mano in tarda età, trasformandola il suo lavoro, creato quattro anni prima per due pianoforti, harmonium ed otto voci – in una magistrale partitura per grande orchestra e quattro voci soliste.
La Petite Messe solennelle diventa così l’imprevedibile gesto di un ricco signore che fece di sé una specie di monumento vivente, potendo trattare tutto e tutti con autoironico distacco. Una messa ripensata da una sensibilità armonica e timbrica proiettata verso il futuro, riccamente dotata di formule antiche come di tanti fugati. Ma forse il modo migliore per capire il sottile gioco rossiniano, alle prese con argomento tanto serio come una messa, ci sarebbe. Un modo che si potrebbe definire un po’ diabolico e per capirlo basterebbe leggere il lungo testo in francese che accompagna l’autografo, conservato alla Fondazione Rossini di Pesaro.
Rossini nella primavera del 1867 (a un anno dalla scomparsa) strumentò così la Petite Messe per grande orchestra e la prima esecuzione postuma ebbe luogo a Parigi al Teatro degli Italiani, il 24 febbraio 1869.

Una maestosa pagina di musica sacra (dopo lo Stabat Mater di 27 anni prima) con decine di precedenti monumentali, con l’habitus del compositore ancora in piena attività, che si immerge totalmente mostrando la sua straordinaria capacità di aderire fino in fondo al significato della parola. La composizione è la perfetta dimostrazione di come, quello che viene sempre chiamato stile rossiniano, possa investire gli ambiti più diversi senza mutare affatto i suoi parametri: rigore formale, felicità inventiva, linearità.
Nella messa non entra in gioco la tecnica di agilità, né ornamentale, né drammatica, però la tecnica del controllo dei fiati, dell’emissione e della accentuazione hanno caratteristiche che l’evoluzione del gusto negli anni Sessanta dell’Ottocento aveva già modificato. Fu scritta infatti negli anni in cui già imperava il canto verdiano, ma Rossini non si spostò affatto da quello che era stato il gusto del canto che da lui aveva preso il nome. Alla prima esecuzione il grande compositore risolse brillantemente il problema perché si servì di cantanti educati all’antica e che, per lo meno alle due donne soliste, erano ancora all’altezza di una partitura come la Semiramide, preclusa alla grande maggioranza delle loro colleghe.
Per venire alla recita al Filarmonico gli interpreti vocali erano: Vasilisa Berzhanskaya (soprano), Anna Werle (mezzosoprano), Dave Monaco (tenore) e Michele Pertusi (basso). Ha diretto il maestro Sebastiano Rolli prestando un’attenzione massima agli equilibri e alle dinamiche, non rinunciando ad una densità quasi ipnotica della concertazione, che fin dall’apertura ha enfatizzato i dolorosi cromatismi della scrittura. Il direttore parmigiano (è di Colorno) ha sempre imposto la cifra di una personalità evidente, di una preparazione tecnica impeccabile e di idee chiarissime.

Lo ha assecondato un coro areniano (preparato da Roberto Gabbiani) vero protagonista della recita, eccellente nell’intonazione, reattivo e molto espressivo, oltre che davvero intenso nel suo colore così inconfondibilmente italiano. Superbo nel Kyrie di apertura, ma ancor più nel Cum Sancto Spiritu e nel Et resurrexit.
Il quartetto di solisti era poi di gran lusso. La russa Vasilisa Berzhanskaya (indimenticabile Rosina del Barbiere 2023 in Arena) è incantevole per bellezza del timbro, la cura dei dettagli, lo squillo degli acuti e la passionalità tragica del Crucifixus: una partecipazione davvero da ricordare. Il mezzosoprano Anna Werle – come non scordarla in Elektra (Filarmonico) e Nabucco (Arena) – mette in mostra invece il suo ricco velluto, un legato davvero da manuale ed una intensità signorile con l’Agnus Dei finale. Al tenore Dave Monaco – già nel Turco in Italia del 2025 al Filarmonico – non difettano la gradevolezza del timbro ed una certa eleganza nel porgere; stilisticamente appropriato che si distingue nel difficile Domine Deus. Il basso Michele Pertusi infine che non ha bisogno di alcuna presentazione, vista la sua carriera internazionale portata avanti anche dalle nostre parti, che sa destreggiarsi benissimo nel Quoniam e nei meandri della scrittura rossiniana con imponenza ed efficacia di canto. Gli applausi più consistenti del pubblico sono finiti al coro ed al suo direttore. Filarmonico affollatissimo e successo caloroso per una esecuzione che avrebbe meritato davvero un’incisione discografica.

