(di Francesca Romana Riello). Chiamata alla pace, piazza Bra si ferma e ascolta. Una Via Crucis che diventa racconto civile, tra arte, musica e parole che non cercano scorciatoie

Piazza Bra si riempie in fretta, le sedie esaurite prima che faccia buio. I posti si prendono subito, ma molti restano comunque. In piedi, sui gradini, a terra.

Non è solo una questione di numeri: migliaia di persone; credenti, curiosi, passanti, scelgono di fermarsi davanti all’Arena e di ascoltare.

La quarta edizione di Chiamata alla pace cambia registro rispetto alle precedenti e si prende la città senza forzarla. Non alza il tono, non cerca effetti. Sta lì, e funziona.

Non è solo rito: è qualcosa in più, difficile anche da definire. Un attraversamento più che una celebrazione.

Non è una Via Crucis tradizionale. Le quattordici stazioni scorrono senza fretta: i testi biblici affidati ai consacrati delle comunità francescane, i dialoghi alle voci degli attori Lorenzo Zanoletti e Gerardo Placido. Il tono resta misurato, mai sopra le righe.

L’Arena sullo sfondo, il Crocifisso di San Damiano proiettato tra gli arcovoli, la piazza che si dispone da sola.

I gradini di Palazzo Barbieri diventano platea, le sedie si riempiono subito, molti restano in piedi. I più giovani si siedono a terra, come succede quando si decide di restare davvero.

Qualcuno arriva sapendo già cosa troverà. Altri si fermano per caso. Ma dopo pochi minuti questa differenza smette di contare.

Chiamata alla pace, piazza Bra si ferma e ascolta

Chiamata alla pace, la città si riconosce in una piazza piena

La piazza si compatta attorno a un silenzio pieno. Non è un silenzio vuoto, né distratto. È attenzione condivisa.

Si segue, si resta dentro, senza bisogno di essere guidati. I volti sono diversi, le età mescolate: famiglie, giovani, anziani, qualcuno con il telefono abbassato, qualcuno che non lo tira fuori (non succede spesso).

L’organizzazione resta sullo sfondo. Non invade, non si impone. Si percepisce solo quando serve: nei passaggi fluidi, nei tempi che tengono, nella capacità di non interrompere mai il ritmo.

La band Ra.Dio.Luce e il coro di voci bianche della Fondazione Arena accompagnano il percorso, si alternano e poi si incontrano.La musica non copre, accompagna.

Il finale, Benedicat tibi Dominus ,tiene insieme tutto: parole, musica, spazio aperto.

Non è costruito per chiudere, ma per restare; e infatti resta.

Chiamata alla pace, piazza Bra si ferma e ascolta

San Francesco, la pace come alternativa concreta

Il filo conduttore di questa edizione è San Francesco. Non come figura da celebrare, anche se ricorrono gli ottocento anni dalla morte, ma come riferimento che riporta al centro una domanda semplice e difficile insieme: esiste un’alternativa alla logica della forza?

Non è una domanda teorica. Sta dentro quello che succede fuori da qui: Francesco viene restituito nella sua complessità: mite, ma non debole. Capace di rottura, non di adattamento.

È lì che il racconto guadagna spessore.Non offre risposte pronte. Non semplifica. Ma apre uno spazio di riflessione.

Le parole del vescovo Domenico Pompili arrivano alla fine. Non chiudono, allargano.

Il riferimento è diretto: «Mai come in questo tempo “chiamare alla pace” è diventato urgente».

Parla di responsabilità, di violenze impunite, di un clima che rischia di rendere normale ciò che non dovrebbe esserlo. Quando dice che «la guerra è tornata di moda», la piazza non applaude. Resta in ascolto.

È un passaggio che pesa. E si sente.Il rischio che indica è l’indifferenza. L’abitudine. Il lasciar scorrere.

L’invito che ne segue è netto: diventare protagonisti di «gesti di rottura benefica».Non eroici. Non spettacolari.

Concreti, anche piccoli, quotidiani, capaci di cambiare il modo in cui si guarda l’altro.Di riconoscerlo.

La piazza si scioglie lentamente. Senza slogan, senza bisogno di chiudere con un applauso finale.Si esce così come si è entrati: in silenzio ma un silenzio diverso.

Chiamata alla pace, piazza Bra si ferma e ascolta