(a.z.) La chiusura dello Stretto di Hormuz sta mettendo a dura prova l’intero sistema globale delle forniture, rendendo più complesso e incerto non solo il flusso di petrolio e gas, ma anche quello delle materie prime industriali. Il blocco navale americano e l’assenza di un accordo con l’Iran, con la tregua ormai in scadenza, stanno amplificando le tensioni lungo una delle arterie strategiche del commercio mondiale. Le conseguenze si estendono ben oltre il Golfo Persico, coinvolgendo catene produttive globali già fragili e dominate da altri attori, come Cina e Russia per le terre rare a altri minerali critici.

La chiusura dello stretto di Hormuz non influisce solo sui carburanti

La guerra in Medio Oriente ha infatti iniziato a rallentare la produzione di metalli anche in aree geografiche lontane, con primi effetti su rame, nickel e cobalto. Al momento gli impatti sono contenuti, ma il rischio di un aggravamento è concreto se la navigazione nello Stretto non verrà ripristinata rapidamente, entro la fine di questo mese di aprile. I primi segnali sono già visibili: tagli alla produzione mineraria e nuove restrizioni commerciali.

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La Cina, dal 1° maggio, ha vietato l’export di acido solforico, elemento cruciale nei processi estrattivi, mentre la Russia ha sospeso le esportazioni di elio, componente essenziale per l’industria dei microchip. Si tratta di misure che aumentano la pressione sulle filiere globali, già stressate dal conflitto e che avranno ricadute pesanti principalmente sull’Europa

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In questo contesto, il paradosso è rappresentato dall’andamento dei mercati finanziari. Le borse statunitensi continuano a crescere: il Nasdaq ha registrato dieci sedute consecutive in rialzo, un risultato che non si vedeva dal 2021, mentre l’S&P 500 si avvicina ai massimi storici, recuperando le perdite accumulate dall’inizio delle ostilità. Gli Stati Uniti, ancora una volta, sembrano primeggiare, sostenuti da un sistema finanziario resiliente, da aspettative positive degli investitori e dal grande privilegio del dollaro, che come valuta di riserva mondiale riesce a mantenere intatto il proprio signoraggio, per ora almeno.


Sul fronte energetico, il prezzo del greggio è sceso verso i 95-98 dollari al barile di questi giorni, ma questo calo riflette una dinamica preoccupante: la domanda globale è in contrazione, proprio a causa dell’aumento dei prezzi alla pompa della benzina. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede una riduzione di 1,5 milioni di barili al giorno nel secondo trimestre, il calo più significativo dai tempi del lockdown pandemico. È il segnale che l’economia reale sta già subendo gli effetti del conflitto e quindi si pone in rallentamento.


In Europa, la situazione appare ancora più delicata. I dati Eurostat mostrano un’inflazione in risalita: a marzo 2026 il tasso annuo nell’area euro ha raggiunto il 2,6%, mentre nell’intera Unione Europea si è attestato al 2,8%. Numeri che, uniti al rallentamento economico, alimentano il rischio di stagflazione. In questo scenario, si fa sempre più forte il dibattito sulla necessità di riaprire al gas russo, considerato da molti una leva indispensabile per evitare un ulteriore deterioramento del quadro economico.

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La combinazione di tensioni geopolitiche, restrizioni commerciali e fragilità della domanda sta dunque creando un equilibrio instabile, in cui la finanza sembra ignorare, almeno per ora, le crepe sempre più evidenti dell’economia reale.
L’ideologia fa male all’economia, alle famiglie e imprese italiane: serve sospendere il patto di stabilità e cominciare a ragionare con tutti i fornitori di materie prime, rendendosi conto della nuova multipolarità, altrimenti le dichiarazioni del commissario europeo Jorgensen, il quale ha detto che: “la crisi sarà lunga, preparatevi al razionamento dei carburanti” potrebbero tramutarsi in realtà, causando una crisi molto grave, caratterizzata da una forte stagflazione, tutto per incapacità manifesta dei nostri governanti.