Il dibattito sull’abbattimento dei 62 tigli di via Preare dei continua, segno che i veronesi sono più sensibili al tema di quanto si pensi. Oggi si arricchisce oggi del contributo di Sergio Cucini, presidente del ‘Comitato Salviamo Parona e Arbizzano’ che L’Adige pubblica qui di seguito
(Sergio Cucini*) Poiché l’Adige sollecita il confronto sul tema, dopo aver ospitato all’assemblea del Comitato che presiedo (Salviamo Parona e Arbizzano, nato poco più di tre anni fa a salvaguardia dei cittadini di quella fascia di territorio a cavallo del confine tra il comune di Verona e Negrar colpita dagli effetti del disastroso incendio dello stabilimento del Salumificio Fratelli Coati) gli assessori del Comune di Verona e la Presidente della 2ª Circoscrizione che hanno avuto il coraggio di intervenire ( Elisa La Paglia, Tommaso Ferrari ed Elisa Dalle Pezze; assente Federico Benini), porto il nostro contributo, frutto dello studio delle carte accessibili, del confronto con gli esperti e della protesta delle croci che tanto clamore, ma pochi risultati, ha avuto poiché i tigli non ci sono più e la strada ha cambiato completamente panorama passando da un florilegio di risveglio della natura al deserto esistente.

Ho sentito e letto giustificazioni e alibi da più voci ma i documenti, e le date sulla loro redazione impresse, smentiscono la retorica e dimostrano una volontà che si è formata nel tempo e, incurante degli effetti, è avanzata senza pentimento verso il sacrificio di un monumento vegetale alla vanagloria dei politici impegnati nell’amministrazione della città poiché il caveat espresso dallo stesso assessore Ferrari, prendendo la parola alla nostra assemblea, che non si doveva associare l’abbattimento degli alberi alla realizzazione della ciclabile di via Preare è invece l’unica conclusione certa: tutti i 62 tigli sono stati abbattuti perché là si doveva fare la ciclabile.
A noi hanno detto, in più di un’occasione e in varie sedi quando veniva sollevata l’obiezione, che l’unico tracciato accettabile era costruire una ciclabile a doppio senso sul lato nord di via preare, tombando il fosso ma salvaguardando il filare alberato, nell’unico tratto rettilineo del tracciato B 17 del Biciplan contenuto nel Piano Urbano della Mobilità Sostenibile (PUMS) e che non erano contemplabili alternative: traslando il percorso sul lato sud della stessa arteria (dotandola finalmente di un’infrastruttura utilizzabile contemporaneamente dai pedoni, che non possono beneficiare da molti anni di un marciapiede per tutta la sua lunghezza) per la presenza di troppi accessi alle attività economiche prospicienti; che non si poteva utilizzare la strada vicinale che poteva partire da via San Rocco e arrivare in Strada dei Monti, espropriando poche centinaia di metri quadri di terreno agricolo per misteriosi impedimenti amministrativi (la famosa impermeabilizzazione di suolo?) e men che meno prevedere l’attraversamento sul lato sud, invece che alla fine di via Preare, dove l’attuale cantiere sta facendo penare tanti automobilisti provenienti dalla valpolicella, subito dopo la futura grande rotonda che servirà il filobus e il parcheggio scambiatore, utilizzando per scopi ben più nobili via Ca’ di Cozzi e via della Diga e riunendo detto tracciato con quello denominato B 19 Parona-Borgo Trento, rinunciando alla modifica morfologica dell’ultimo tratto discendente di via Preare fino alla rotonda di lungadige Attiraglio.

Impossibile, a dire dei politici che ci riferiscono dei limiti imposti dai tecnici.
A noi rimangono delle domande senza risposta: perché se nel progetto definitivo, a base del capitolato con cui sono stati appaltati i lavori, gli alberi risultano esistenti e da tutelare, è stata presa la decisione di abbatterli tutti contemporaneamente? Per la sicurezza dei cittadini, dei lavoratori delle ditte impegnate ai lavori, degli automobilisti, degli utenti che utilizzeranno la ciclabile?
Perché invece di sostituire gli alberi nei tempi indicati nella stessa perizia si è deciso di farlo così velocemente? Per economia, per necessità di velocizzare il cantiere e non perdere i finanziamenti del PNRR, vincolati ai tempi di rendicontazione?
Perché si insiste nell’affermare che non ci saranno problemi a ripiantare essenze di alto fusto quando il regolamento del codice della strada lo vieta espressamente fino a quando non verrà riclassificato quel tratto di via preare come strada urbana, riclassificazione vincolata da specifici requisiti urbanistici? Per acquietare le proteste, confidando nella scarsa memoria degli elettori, e confidando nella difesa d’ufficio dei sostenitori d’area per cui una ciclabile val bene la soppressione di 62 alberi di alto fusto con il loro apporto di ombra e abbattimento di carbonio nell’aria? Come si concilia questa azione con il vincolo espresso dai requisiti più e più volte ribaditi dalle opere finanziate dal PNRR di salvaguardia dei criteri DNSH per clima, suolo, aria e biodiversità?
Perché la perizia è stata pubblicata così tardi, dopo un impegno pubblico, ma avendo eliminato tutte le testimonianze fino alla eradicazione della ceppaia?
E non si pensi di risolvere la polemica appellandosi alla strumentalizzazione politica, dopo aver usato l’unanimità dell’approvazione del provvedimento da parte della Consulta del Verde come parafulmine, perché io ho fatto campagna elettorale, votato e fatto votare per questa amministrazione, e sono un utilizzatore convinto della bicicletta a cui mi sono dedicato da anni, rinunciando a possedere un’autovettura. Non funziona.
*Presidente del Comitato Salviamo Parona e Arbizzano
