(Gianni Schicchi) Dopo 33 anni ritorna al Filarmonico, la Nona Sinfonia di Mahler, per la prima volta alla portata dell’Orchestra areniana con la direzione del cinese Lu Ja, che fu per breve tempo suo direttore musicale sotto la sovrintendenza Orazi.

La grandiosa Sinfonia venne eseguita, per la prima ed unica volta al Filarmonico nel 1993, auspice invece il sovrintendente De Bosio che la ospitò con una esecuzione della londinese Philharmonia Orchestra guidata da Giuseppe Sinopoli. Con l’occasione odierna la Fondazione Arena ricorda così anche il grande direttore veneziano, a 25 anni dall’immatura scomparsa, dedicandogli il concerto.

La Nona Sinfonia di Mahler richiede uno spropositato numero di esecutori, soprattutto fra gli ottoni e gli strumentini (quattro flauti, tre oboi, quattro fagotti, controfagotto, tre clarinetti, cinque corni, tre trombe e tre tromboni, bassotuba), dove non mancano nemmeno le arpe (due), gli archi (cinquanta) ed un numero di percussioni che vanno dai timpani, ai piatti, al triangolo, alle campane. Il suo impianto è piuttosto singolare, con i due tempi veloci al centro e quelli lenti all’inizio ed alla fine.

Quest’ordine adempie all’intenzione di collegare anche tematicamente la Sinfonia al compianto con cui si conclude, Der Abschied (l’Addio), l’ultimo brano del Lied von der Erde, riproponendone le visioni e riecheggiandone il sentimento di abbandono mortale.

PHOTO 2026 04 25 20 09 23

Il primo tempo è complessivamente riconducibile ad una abnorme forma di sonata, dove lo schema si presenta come un pretesto esteriore per una divagazione sentimentale ed onirica in cui ricorrono cupe sonorità di marcia funebre, fanfare minacciose, cataclismi sinfonici ed enigmatiche sovrapposizioni contrappuntistiche. Nello Scherzo del secondo movimento, il principio della danza si presenta angosciosamente deformato, e solo al termine offre parvenze apparentemente accattivanti. Nel Rondò si scatena invece una vitalità ritmica che ha del demoniaco, dove tutto risuona ambiguo, sia nei rigori del contrappunto imitativo, che nelle violenze rumoristiche, o addirittura in inflessioni triviali.

L’Adagio finale si ricollega espressivamente alla parte conclusiva del primo tempo e consiste anch’esso in un languido e dispersivo alternarsi di zone melodicamente tese e cantabili con altre invece attonite e glaciali. Le idee musicali di questo Adagio, già anticipate nel terzo movimento, giungono qui a legarsi con quella iniziale del primo movimento, che come già detto sopra, nasce a sua volta dal finale del Lied von der Erde, espresso così come un grande commiato di pace, che si spegnerà morendo nella coda conclusiva.    

La musica di Mahler, oggi ormai affermata in piena completezza, ha portato nella nostra cultura il valore del cambiamento e quel particolare senso del suono complesso che l’Ottocento sembrava temere e che il Novecento presto avrebbe abbandonato per progredire verso la Nuova Musica o per ripercorrere con una nuova forma il cammino dei Mozart, Beethoven, Schubert.

Gustav Mahler fu un grande direttore d’orchestra che portò una profonda innovazione nell’arte interpretativa. La sua geniale capacità compositiva, sconfinata come quella di Bruckner, ma molto più estesa ed originale per temi e tecnica, rimase un po’ all’oscuro del suo successo direttoriale e sembrò quasi essere trascurata dalla critica e dal pubblico del tempo. 

Mahler il Maestro

In verità, contro l’apparenza e le critiche di ogni classe, la storia ci insegna che Mahler fu compreso da subito e che la riscoperta attuale è stata di fatto un affare più per le case discografiche che per gli appassionati di musica che da sempre hanno visto in Mahler il Maestro. Ne sono un esempio le mirabili esecuzioni dell’ultimo Karajan e di Bernstein, con le successive prove definitive di Abbado e Sinopoli, con un plus di intellettuale che certo non altera il profondo significato popolare e l’incalzante dubbio che suona sempre nelle sconfinate sinfonie del maestro ritrovato.     

PHOTO 2026 04 25 20 09 44

La Nona Sinfonia, forse ancor più della Settima, è il vero capolavoro di Mahler, dove non c’è altro da fare se non lasciare scorrere in sé e per sé il suono teso e dolente che il compositor stesso ha tracciato sulla partitura.

Basta valorizzare gli elementi singoli e seguire il lento e mosso svolgersi dei tempi in alternanza continua. Sembra un nulla, ma in verità è la cosa più difficile che ci sia: quella di essere trasparenti alla musica, come se l’autore fosse accanto all’orchestra e parlasse per mezzo del direttore per dire ciò che voleva o ciò che vorrebbe aver detto, sia pure col rischio di perdere la propria personalità, di essere inutili ed incapaci al compito intrapreso, di non potere esprimere se stessi.

Lu Ja trionfa

Lu Ja – al Filarmonico già nel novembre scorso per Il turco in Italia di Rossini – che da anni si dedica all’integrale mahleriano, riesce a trionfare letteralmente (lo testimonierebbe anche la valanga di applausi ricevuti al termine) perché ricrea la sinfonia senza perdere nulla di Mahler e senza lasciare un solo istante che l’orchestra suoni senza la sua presenza di direttore vivo e trepidante.

La piena riuscita tecnica della Sinfonia non era scontata per la sua oggettiva difficoltà interpretativa, ma Lu Ja si è dimostrato all’altezza potendo contare poi su un’orchestra dimostratasi ancora una volta solida e agguerrita, equilibrata nel regolare i rapporti fra i tempi e per una lucida messa a fuoco dei dettagli.

Una interpretazione insomma capace di distinguersi per ricchezza e originalità di idee. Il talento di Lu Ja si impone infine per una restituzione di esemplare nitore nel Rondò, reso con tempo spedito in una dimensione di eccitata euforia e in un Adagio finale di un intenso impatto emotivo da far accaponare la pelle.

Grande successo di una serata davvero “magica”, con diverse chiamate per il direttore, che prima di accettare l’applauso del pubblico è andato a complimentarsi con ogni singolo componente dell’orchestra.