(Angelo Paratico) Il 28 aprile del 1945, Benito Mussolini veniva ucciso con Clara Petacci a Giulino di Mezzegra, sul Lago di Como. Questa è l’unica certezza che abbiamo, tutto il resto è discutibile. Pare che fra i partigiani che lo uccisero ci fosse anche un agente segreto britannico del SOE, una sorta di 007 inviato da Winston Churchill, e che il suo compito fosse di chiudergli la bocca per sempre.  Scrissi un romanzo storico intitolato Ben, che fu pubblicato da Mursia nel 2010, proprio su questa vicenda, il cui protagonista centrale era appunto un giovane James Bond.

Gli storici che pubblicano libri sugli accordi segreti fra Churchill e Mussolini si possono dividere in due grandi categorie. Coloro che ci credono e coloro che non ci credono. E, da entrambe le parti, si trovano ricercatori che tentano di comporre il puzzle storico con serietà e rigore e chi, invece, accecato dai propri preconcetti, vuole plasmare i fatti invece che esporli.

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Ora lasciatemi chiarire in che campo sto accampato io, anche se il paziente lettore lo avrà già capito. Mi trovo fra coloro che credono sia esistito qualcosa.  Churchill negò sempre questo punto, ma sulla sua sincerità è lecito dubitare. Sono stati versati fiumi d’inchiostro su questo argomento ed è ormai difficile districarsi fra il vero e il falso. Ci provò anche Giovanni Guareschi che si avvalse dell’incartamento De Toma che conteneva documenti genuini e falsi. Una lettera di Alcide De Gasperi che volle a tutti i costi pubblicare lo portò a una condanna a più di un anno di carcere, dopo un rocambolesco processo, che scontò per non voler chiedere la grazia.

Che ci siano stati truffatori e falsari che ci hanno marciato su questa storia della “pista inglese”, lo ammettono molti ricercatori seri, ma ciò non significa necessariamente che tutto sia falso e contraffatto, bisogna fare attenzione con le generalizzazioni. Renzo De Felice ci credeva, Sandro Pertini disse davanti alle telecamere che un ufficiale inglese, subito dopo la guerra, gli chiese dei documenti contenuti nella borsa di Mussolini.

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La camera da letto a Giulino di Mezzegra, dove Mussolini e la Petacci trascorsero la loro ultima notte insieme, dal 27 al 28 aprile 1945

Giovanni Fasanella e Mario J. Cereghino sono gli autori di “Il Golpe Inglese” pubblicato da Chiare Lettere nel 2011. Questi hanno dimostrato, documenti alla mano, che l’interesse britannico per la nostra penisola è stato maggiore di quanto possiamo immaginare.

Dall’assassinio di Matteotti al caso Aldo Moro essi hanno tentato di condizionare la nostra politica interna ed estera. Ecco cosa disse Giovanni Fasanella in un’intervista:

(Il nostro) non è un libro di chiacchiere, dietrologie o ipotesi complottistiche, ma si basa interamente su centinaia di documenti secret e top secret che abbiamo trovato negli archivi di Kew Gardens. Rapporti, lettere, analisi ed altro materiale di governi, diplomazia e intelligence di Sua Maestà britannica.

Sono dunque gli stessi inglesi che raccontano, attraverso le loro stesse parole scritte nero su bianco, come hanno condizionato il corso della storia italiana. In particolare, ci hanno condizionati costruendo loro ‘quinte colonne’ interne negli ambienti del potere: informazione, cultura, politica, diplomazia, apparati…

Fra i documenti che pubblichiamo, ci sono elenchi di decine e decine di giornalisti, politici, sindacalisti, cardinali, militari e prefetti ‘influenzati’ dagli uffici della propaganda dei Servizi inglesi. I ‘clienti’ italiani, come vengono definiti dalla centrale londinese.

Credo che il primo ad aver alimentato l’idea di un coinvolgimento diretto inglese sia stato lo stesso Winston Churchill. Una volta perse le elezioni, nel 1945, prese un aereo che lo portò a Milano. Era accompagnato dalla moglie e dal medico personale. Prima passò per un minuto di raccoglimento sulla tomba di Mussolini e poi andò sul Lago di Como, dove rimase per due settimane, a riposare e dipingere, ufficialmente.

Queste cose le conosciamo bene per via del diario personale del suo medico, il Visconte Moran, che subito dopo la morte del suo cliente pubblicò il proprio diario “Churchill at War, 19040-1945” nonostante la contrarietà della vedova, Clementine Churchill. Con tutti i posti di cui disponeva l’ex Primo Ministro, doveva proprio andare nei luoghi dell’ultimo viaggio di Mussolini e dove i documenti che portava con sé erano progressivamente svaniti come neve al sole?

Dopo l’uccisione di Mussolini Churchill è a Dongo

Un ex direttore di banca di Dongo sentì bussare una sera, aprì e trovò lì Churchill con un’interprete, gli chiese dei documenti che erano stati brevemente custoditi nella loro cassaforte il 27 aprile 1945. Lo stesso strano incontro venne fatto dal futuro ideologo della Lega Nord, Gianfranco Miglio, a 27 anni, che lo trovò mentre si aggirava nel parco della villa dei suoi genitori. Enrico Mattei fu anche lui coinvolto nella ricerca di questi documenti, ma poi tutto tacque.

Vorrei terminare raccontando un particolare poco conosciuto in Italia. Il libro “Five days in London. May 1940” di John Lukacs, un famoso storico americano, è molto avvincente e uscì nel 1999. Nel suo genere resta un classico. Piace a tal punto che la Folio Society inglese lo offre anche come strenna natalizia in un’edizione di lusso. Vi si descrivono i drammatici e convulsi giorni dal 24 al 28 di maggio 1940 a Londra, nelle strade e nei palazzi del potere, e dove i principali attori furono Winston Churchill e Lord Halifax.

Quei giorni segnarono il trionfo personale di Winston Churchill, che prima di essere resuscitato da Chamberlain e posto alla guida del Paese, veniva visto malissimo anche dalla regina madre, da Roosevelt e da tutto l’establishment britannico. Lo credevano un ferrovecchio, un ubriacone, un personaggio inaffidabile ed emotivamente instabile, pur possedendo una forza retorica notevolissima.

La Francia agonizzava e spingeva per una soluzione negoziata, forse utilizzando Mussolini come intermediario. Halifax a tal fine e segretamente incontrò varie volte l’ambasciatore d’Italia Bastianini. A guerra finita tutti negarono queste aperture per paura di essere messi nella lista dei disfattisti, noti come “appeasers” e, per tal motivo, molti dei diari e delle memorie pubblicate da quei pesi massimi e dai loro assistenti furono accuratamente censurati.

Anche le memorie di Bastianini non contengono alcun accenno a tali incontri, anche se dagli archivi britannici sono uscite varie minute che dimostrano come questi siano effettivamente avvenuti e vi sono accenni agli argomenti trattati. Il punto che ricaviamo dalla lettura di questo libro è che Churchill, da uomo in bancarotta, si trasformò improvvisamente in un grande statista, ma questo non rende bene l’idea.

Diventò un visionario, che sapeva leggere nel futuro, quasi potesse guardare in una sfera di cristallo. Certo in ciò fu aiutato da generali di prim’ordine che avevano il coraggio di contraddirlo, quando prendeva decisioni avventate, il che accadeva spesso. Ma contro ogni logica, contro l’evidenza, contro i fatti, egli ebbe ragione e vinse. Forse fu perché egli conosceva cose che i suoi collaboratori non conoscevano.

Non si può pensare ad altro, e pur rischiando di passare per degli ingenui e dei creduloni, diremo che la netta impressione che se ne ricava è che egli avesse dei canali diretti di dialogo con il nemico. Forse, grazie a questo asse parallelo, egli conosceva, attraverso Mussolini, i pensieri e i calcoli di Adolf Hitler. Come questo sia potuto accadere, noi lo ignoriamo; eppure, nel libro di Lukacs esiste una traccia che lascia sbalorditi. Si tratta della drammatica riunione del 26 maggio 1940, alle ore 17 ad Admiralty House, Londra.

E.G. Esnouf scrive le note, che furono poi archiviate. Halifax cercava ancora una soluzione negoziata e diceva che l’indipendenza di Mussolini sarebbe stata minata dalla caduta della Francia e della Gran Bretagna e per questo motivo avrebbe potuto usare la propria influenza per negoziare dei termini che non pregiudicassero l’indipendenza britannica.

Lo interruppe Churchill, dicendo che ogni mossa nei confronti di “Musso” era inutile. Perché anche se avessero offerto Gibilterra, Malta e qualche colonia africana, gli pareva incredibile che Hitler lo lasciasse fare. In questo aveva ragione: Mussolini e Re Vittorio Emanuele III erano terrorizzati da Hitler in quei giorni, e dalla formidabile macchina da guerra nazista anche se, in fondo, speravano ancora che la Francia avrebbe tenuto e alla fine avrebbe battuto i nazisti. E poi aggiunse: “Abbiamo sentito che Hitler ha detto a Mussolini di non volerlo fra i piedi, perché è in grado di arrangiarsi da solo con la Francia.”

Ecco la nota a piè di pagina posta da Lukacs: “Come lo sapeva? Nel 1940, e per alcuni anni precedenti, sia i servizi segreti britannici che quelli italiani erano in grado di decrittare e di leggere molti dei propri documenti. Eppure, questa richiesta di Hitler a Mussolini non poteva essere dedotta dal messaggio di Hitler del 25 maggio.”

In effetti Hitler, il 25 maggio, aveva mandato all’alleato italiano un lungo messaggio per spiegargli cosa stavano facendo in Francia e il motivo della fermata dei panzer, da lui decisa e che poi permise ai britannici di evacuare il continente. Dunque, come poteva Winston Churchill essere a conoscenza di questo fatto? Un messaggio inviato da Mussolini, o da qualcuno dei suoi ministri, resta l’ipotesi più plausibile.