I militari della Rsi e i partigiani contro i francesi in Val d’Aosta
(Angelo Paratico) Il progetto di annessione della Valle d’Aosta alla Francia costituì uno degli episodi più sensibili e meno noti della ridefinizione dei confini europei alla fine della 2ª guerra mondiale.
L’annessione della Valle d’Aosta alla Francia fu un sogno coltivato sin dal 1943 dal generale Charles de Gaulle e volle che venisse inclusa come clausola nei trattati di pace. Nei piani di De Gaulle, quando la guerra sarebbe stata alla fine, con la vittoria definitiva degli Alleati, le truppe dell’esercito francese avrebbero attaccato, occupando militarmente la Val d’Aosta.

Questo presupponeva l’appoggio della popolazione valdostana, che sarebbe stata comprata con doni e gentilezze francesi grazie ad agenti segreti gollisti che vi si erano infiltrati già dal 1943. Il Trattato di Parigi del 1947 non comportava per l’Italia la perdita della Val d’Aosta, ma prevedeva comunque la cessione alla Francia di alcuni territori italiani: parte del Colle del Piccolo San Bernardo nella stessa Valle d’Aosta, i territori piemontesi di Tenda e Briga in Val Roia, e in Val di Susa l’Altipiano del Moncenisio, la Valle Stretta, oltre Bardonecchia, e il Monte Chaberton con il forte che sovrasta gli abitati di Cesana Torinese e Claviere.
La Val d’Aosta era stata un possedimento di Casa Savoia fin dal 1032 e, come tali, rimase per secoli, salvo brevi episodi di occupazione militare da parte della Francia.
Il piano di Charles de Gaulle
A ottobre, dopo l’armistizio di Cassibile, De Gaulle ipotizzò una cessione dell’intera Val d’Aosta alla Francia, facilitata dalla conoscenza della lingua francese da parte della sua popolazione. Presentò l’idea a Churchill, che la rifiutò. I due non andavano d’accordo su nessun punto e si detestavano a vicenda.
Già dal 19 dicembre 1943 gli esponenti della Resistenza valdostana, Émile Chanoux ed Ernesto Page, e delle valli valdesi, Osvaldo Coïsson, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel e Mario Alberto Rollier si riunirono in un convegno clandestino a Chivasso, dove stilarono la Dichiarazione di Chivasso nella quale auspicavano, per il «prossimo stato italiano», una struttura federalistica nel contesto d’una costituzione repubblicana su base regionale e cantonale. Federico Chabod, assente, inviò un suo documento in cui sosteneva il bisogno per le valli bilingui di rimanere unite all’Italia nel futuro.

Con la riconquista di tutto il territorio nazionale francese nel settembre 1944 a seguito delle operazioni Overlord e Dragoon, attuate durante l’estate, le truppe francesi arrivarono in prossimità del confine con l’Italia.
I francesi attaccano
Il progetto di de Gaulle prevedeva che dopo il crollo dell’Italia del nord avrebbero effettuato un avanzamento con l’esercito, occupando più territorio possibile (Valle d’Aosta, valli piemontesi, scendendo fino a Cuneo, Ivrea, forse addirittura Torino e il Ponente ligure da Ventimiglia fino a Imperia, guadagnando il favore delle popolazioni locali, in prevedibile stato di sbando materiale e morale, in modo da presentarsi al tavolo della pace su posizioni di forza che avrebbero favorito l’annessione.
Il maresciallo Harold Alexander, capo delle truppe alleate in Italia, appurò che i francesi stavano ammassando un esercito di tutto rispetto, e ordinò loro di non oltrepassare i confini italiani. De Gaulle finse di obbedire, dicendo che volevano essere pronti a una spallata finale alleata in Nord Italia. Il 7 aprile 1945, durante le fasi finali della seconda battaglia delle Alpi, le truppe francesi furono autorizzate a sconfinare in territorio valdostano per un massimo di 20 chilometri, ma il generale Paul André Doyen, comandante dell’Armée des Alpes, avanzò ben oltre i venti chilometri, con avanguardie che giunsero fino ad Ivrea, a Cuneo e addirittura a Savona.
I fascisti repubblicani della Monterosa e i partigiani delle Fiamme Verdi bloccarono l’avanzata francese
Il 26 aprile iniziò l’invasione vera e propria: le truppe francesi alla guida del generale Doyen oltrepassarono il Colle del Piccolo San Bernardo e il 27 aprile conquistarono la Val di Rhêmes, dirigendosi rapidamente verso l’interno del territorio grazie alla ritirata delle truppe tedesche. Furono però fermati a La Thuile dagli alpini delle Fiamme Verdi del CLNAI e dal fuoco degli obici della 12ª Batteria del Gruppo «Mantova» del 1º Reggimento artiglieria della 4ª Divisione alpina «Monterosa», alpini della Repubblica Sociale, in un’insolita alleanza tra partigiani italiani e soldati della RSI: queste eterogenee unità bloccarono l’avanzata francese dal 26 aprile fino all’8 maggio, giorno della resa tedesca, quando arrivarono i militari statunitensi.

Questi ultimi, nel prendere in consegna le posizioni italiane, schierarono all’altezza di Pré-Saint-Didier una colonna di autoblindo pronte a far fuoco contro le unità francesi intenzionate ad aprirsi il passaggio verso Aosta, consentendo solo a un contingente simbolico di francesi di inoltrarsi nella valle per raggiungerne il capoluogo.
Ad Aosta si era intanto già insediato, sotto tutela statunitense, il nuovo prefetto partigiano nominato dal CLNAI, Alessandro Passerin d’Entrèves, che preparò le difese cittadine richiamando sia i partigiani sia i soldati della Repubblica Sociale, per proteggere la città da un eventuale arrivo del nemico. Alle operazioni contro i francesi presero parte anche gli alpini dei battaglioni «Varese» e «Bergamo» del Reggimento alpini della 2ª Divisione granatieri «Littorio» del disciolto Esercito Nazionale Repubblicano.
Il 7 settembre 1945 Umberto di Savoia firmò il decreto che istituiva la Circoscrizione autonoma della Valle d’Aosta, ovvero il riconoscimento dello statuto speciale alla Valle all’interno dello stato italiano, entrato poi in vigore nel gennaio dell’anno seguente; attuò dunque il Piano di Chivasso. Questo confermò l’italianità della regione e fece svanire le ultime speranze dei francesi di attuare un plebiscito.
Tra fine maggio e inizio giugno, Doyen rifiutò di far passare sotto l’amministrazione militare alleata le aree di confine da lui controllate, affermando di volersi opporre con ogni mezzo e sostenendo di essere pienamente appoggiato da de Gaulle. Il nostro ambasciatore a Parigi, Giuseppe Saragat, disse a De Gasperi e al maresciallo Alexander quando stavano facendo i francesi, e fu così che Alexander ordinò ai francesi di ritirarsi, ma ricevette un secco rifiuto. Intervenne il presidente statunitense Harry S. Truman, che disse a muso duro a Charles de Gaulle di smetterla con quelle manovre, così l’11 giugno 1945 fu firmato un accordo che prevedeva il ritiro delle truppe francesi dal territorio italiano entro il 10 luglio.
